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Le nostre sfide per un mondo giusto

Nella prefazione al saggio di Occorsio e Scarpetta, il Governatore della Banca d’Italia ci ricorda che la priorità è ridurre le diseguaglianze
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Si dice a volte che gli economisti non si occupano a sufficienza di questioni distributive, che si tratti di redditi, di ricchezza e povertà, di disuguaglianza dei "punti di partenza" o uguaglianza delle "opportunità", all'interno dei paesi o a livello globale, tra generazioni e tra generi, e così via. È un fatto, che nella percezione di un economista di chiara fama come Tony Atkinson, tra i massimi studiosi contemporanei di distribuzione del reddito e disuguaglianza economica, questi temi risultino essere stati "marginalizzati" per buona parte del secolo scorso. Anche grazie alla sua straordinaria influenza negli ultimi decenni abbiamo però visto elaborazioni statistiche e analisi sempre più numerose e di elevata qualità, proposte di misure correttive e di interventi di politica pubblica. Pure, la politica macroeconomica non ha guardato alle questioni distributive con particolare interesse, che si disc…

Si dice a volte che gli economisti non si occupano a sufficienza di questioni distributive, che si tratti di redditi, di ricchezza e povertà, di disuguaglianza dei "punti di partenza" o uguaglianza delle "opportunità", all'interno dei paesi o a livello globale, tra generazioni e tra generi, e così via. È un fatto, che nella percezione di un economista di chiara fama come Tony Atkinson, tra i massimi studiosi contemporanei di distribuzione del reddito e disuguaglianza economica, questi temi risultino essere stati "marginalizzati" per buona parte del secolo scorso. Anche grazie alla sua straordinaria influenza negli ultimi decenni abbiamo però visto elaborazioni statistiche e analisi sempre più numerose e di elevata qualità, proposte di misure correttive e di interventi di politica pubblica. Pure, la politica macroeconomica non ha guardato alle questioni distributive con particolare interesse, che si discutesse di crescita economica e occupazione, di inflazione o di flussi finanziari. Anche con riferimento alle grandi tendenze demografiche - dall'invecchiamento della popolazione ai movimenti migratori - così come al tema cruciale dell'istruzione e della formazione al lavoro, all'ampia offerta di dati, analisi e proposte non è stato dato che un modesto riscontro sul piano politico e istituzionale. Ma si tratta di temi ormai così rilevanti - di portata certo non inferiore a quella della globalizzazione e delle transizioni tecnologiche e ambientali, oggi inevitabilmente al centro del dibattito politico e dalle quali peraltro non sono affatto sconnessi - da costituire una componente imprescindibile dei programmi di politica economica e sociale di tutti i paesi. (...) 


Nell'esame degli effetti della globalizzazione e dei profondi cambiamenti tecnologici ancora in corso è utile partire da alcuni dati. Misurato alla parità dei poteri d'acquisto, rispetto al 1990 il prodotto mondiale era nel 2019 due volte e mezzo più alto; quello pro capite era aumentato del 75%; il volume del commercio mondiale più che quadruplicato. Nello stesso periodo la popolazione mondiale è aumentata di quasi 2,5 miliardi di persone. Nonostante il fatto che oltre 9 su 10 siano nate nelle economie emergenti e nei paesi in via di sviluppo, i progressi ottenuti nella lotta contro la povertà sono stati straordinari: le persone in condizioni di povertà estrema sono diminuite da quasi due miliardi a meno di 700 milioni. La crescita assai più rapida dei paesi emergenti e in via di sviluppo ha ridotto i divari di reddito tra paesi e la disuguaglianza a livello globale; è però cambiata la distribuzione dei redditi all'interno dei singoli paesi, in generale con un aumento della disuguaglianza. Come è stato efficacemente osservato, la disuguaglianza mondiale si è così "internalizzata": a una minore distanza di reddito tra americani e cinesi si è in parte sostituito un allargamento dei divari tra i ricchi e i poveri, negli Stati Uniti come in Cina. (...)


Cosa possiamo dire degli effetti della crisi prodotta dallo scoppio della pandemia? Le recessioni tipicamente colpiscono le persone in cerca di impiego, con limitata esperienza lavorativa e bassi livelli di competenze, tendendo quindi ad ampliare le disuguaglianze di reddito. Per le sue caratteristiche questa crisi potrebbe avere amplificato tali effetti. Gli interventi pubblici, sotto forma di trasferimenti e attivazione di ammortizzatori sociali, hanno senza dubbio contribuito ad attenuare in misura significativa l'aumento delle disuguaglianze. Tuttavia, sono gli effetti di lungo periodo che andranno attentamente considerati: l'ineguale peggioramento dei deficit di apprendimento, con incrementi maggiori per gli studenti che provengono dagli ambienti più svantaggiati; la maggiore diffusione del lavoro da remoto, che tende a beneficiare i redditi più alti; i possibili effetti di scarring, le cicatrici...


A livello globale la pandemia comporterà un regresso nell'uscita dalla povertà estrema. Sarà più difficile per chi vive nei paesi meno sviluppati, così come per coloro che da essi si sposteranno, portarsi sui livelli della classe media delle economie più avanzate. In queste ultime, oltre all'aumento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi si è anche ridotto il grado di mobilità sociale inter-generazionale (dai genitori ai figli) lungo quattro principali dimensioni: reddito, grado di istruzione, qualità del lavoro e salute. Sotto il profilo del reddito, la mobilità sociale si è andata riducendo anche a livello intra-generazionale, ossia lungo l'intera vita lavorativa. Un ascensore fermo può determinare (forti) peggioramenti sul piano distributivo, come si è andato osservando dai primi anni Ottanta. (...)


Progresso tecnologico e globalizzazione, se offrono grandi opportunità di sviluppo, presentano nel breve-medio periodo indubbi costi in termini di disponibilità di lavoro e rischi per l'equilibrio nella distribuzione di redditi e ricchezza, nonché per la stessa coesione sociale. Occorre rispondere costruendo e gestendo correttamente istituzioni appropriate e adottando le politiche adeguate per correggere le conseguenze più negative. È certamente necessario "investire in conoscenza". (...) La spinta delle innovazioni tecnologiche, dall'automazione al digitale, dall'intelligenza artificiale al machine learning, comporteranno riduzioni nell'input di lavoro richiesto per la produzione. Durante la transizione verso nuovi equilibri, con più automazione e più "digitale", i costi economici e sociali - in termini di salari relativi, di qualità dei posti di lavoro, della stessa partecipazione al lavoro - non saranno trascurabili. Bisognerà definire meccanismi di distribuzione dei tempi di lavoro tali da garantire la massima partecipazione al processo produttivo; andranno alternati periodi di formazione e di lavoro: l'innovazione tecnologica non consentirà di dare per acquisite le competenze necessarie per una data occupazione, ma richiederà continui aggiornamenti. Vi è un problema di equità, da affrontare con strumenti di tassazione e trasferimenti certo controversi, oltre che difficili da introdurre. Vi è anche un problema macroeconomico, di domanda aggregata: se la rivoluzione tecnologica in atto finirà per determinare un'ampia riduzione, almeno nel breve-medio periodo, di opportunità e redditi da lavoro, come si genererà la domanda dei beni e servizi ottenuti con processi produttivi sempre più automatizzati?


E, se non sarà socialmente sostenibile che i frutti del progresso vadano a beneficio di pochi, come potranno essere redistribuiti senza perderne i vantaggi? (...) In Italia il sistema produttivo non è riuscito ad adattarsi con prontezza ai grandi cambiamenti prodotti dalla tecnologia e dalla globalizzazione. Ne hanno risentito la produttività e il potenziale di crescita dell'economia, a lungo tenutisi su livelli asfittici e sempre più distanti da quelli degli altri principali paesi europei.


Vi è ora molto da fare, e il dibattito su come usare al meglio le risorse rese disponibili con il Piano di ripresa e resilienza post Covid-19, è giustamente intenso e approfondito. Ma non si può sbagliare, essendo cruciale riportarsi su tassi di crescita sufficientemente elevati per sostenere l'occupazione e i redditi. Una crescita sostenibile oltre che sostenuta resterà la condizione necessaria, altresì, per affrontare con un sufficiente consenso sociale gli eccessi negativi delle disuguaglianze e in particolare per ridurre drasticamente la quota di chi oggi si trova in condizioni di povertà.

Il libro

Un mondo diviso di Eugenio Occorsio e Stefano Scarpetta (Laterza, pagg. 192, euro 18). Questo testo è un estratto dalla prefazione del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco