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Il primo giorno di Sam

"Nel deserto di New York". Cinquantadue storie per vivere un anno, seppur virtualmente, nella Grande Mela. Racconto numero 21
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Il mio nome è Samantha, ma per tutti sono Sam, è più moderno.

Sono cresciuta a Jamaica, Queens, ma nel curriculum non lo scrivo. Quello che importa è la laurea a Princeton, dove sono andata grazie a una borsa di studio e molti debiti che ho onorerò personalmente. I miei non se lo possono permettere, ma voglio ripagarli dell’entusiasmo con cui hanno reagito quando sono stata accettata. Quella sera mio padre ha organizzato una festa nel deli ereditato dal nonno, ed è venuto tutto il quartiere per salutare la figlia di Dan e Rita ammessa in un’università dell’Ivy League. Quando andarono via tutti mi dissero che avrebbero trovato il modo di finanziare il sogno di diventare la curatrice di un museo, a costo di vendere qualcosa, ma io non lo permetterò mai.

I primi giorni a Princeton pensavo all’odore di cetrioli e pastrami, come se il loro fosse l’unico esistente. Era l’odore delle mani di mio non…

Il mio nome è Samantha, ma per tutti sono Sam, è più moderno.

Sono cresciuta a Jamaica, Queens, ma nel curriculum non lo scrivo. Quello che importa è la laurea a Princeton, dove sono andata grazie a una borsa di studio e molti debiti che ho onorerò personalmente. I miei non se lo possono permettere, ma voglio ripagarli dell’entusiasmo con cui hanno reagito quando sono stata accettata. Quella sera mio padre ha organizzato una festa nel deli ereditato dal nonno, ed è venuto tutto il quartiere per salutare la figlia di Dan e Rita ammessa in un’università dell’Ivy League. Quando andarono via tutti mi dissero che avrebbero trovato il modo di finanziare il sogno di diventare la curatrice di un museo, a costo di vendere qualcosa, ma io non lo permetterò mai.

I primi giorni a Princeton pensavo all’odore di cetrioli e pastrami, come se il loro fosse l’unico esistente. Era l’odore delle mani di mio nonno, quello che sentivo quando mi stringeva e diceva Tu andrai lontano, lo so.

Era l’odore che sentivo ogni volta che aprivo la porta di casa, quando mia madre mi abbracciava e diceva una cosa che sembrava uguale, ma non lo era: Io voglio che tu vada lontano.

Sono stata la migliore della mia classe, e mentre studiavo immaginavo le mostre che avrei potuto curare nei grandi musei del mondo. La mia passione è Cezanne, ma ho studiato fino a notte fonda gli artisti più diversi, che mi hanno fatto capire che l’arte è un modo di cercare l’armonia nell’esistenza o per esprimere la disperazione per non averla trovata.

Sognavo anche di invitarli a un’inaugurazione di una mia mostra al MoMA, e di vederli con gli occhi lucidi per la figlia che ce l’aveva fatta ad arrivare in un mondo di cui non sapevano niente, e del quale storpiavano i nomi. Perfino Cezanne era complicato.

Ancora le sogno, quelle cose, ma la vita ha preso una strada diversa da quella che mi aspettavo. Al MoMA sono riuscita ad arrivarci dopo una breve internship, Ma dopo due anni come assistente curatrice per mostre di cui mi interessava poco, e nelle quali venivo gratificata ancor meno, ho avuto un’offerta di lavoro dalla più importante galleria di New York, che equivale a dire del mondo.

Hanno detto che sono perfetta per gli standard della galleria, e intendevano farmi come un complimento.

Quello che ho studiato deve servire per far vedere ai clienti che non siamo solo mercanti, e uso già la prima persona plurale.

Lo stipendio iniziale è otto volte superiore a quello del museo, e alla fine di questo primo mese ripagherò tutti i miei debiti. Avrò presto una casa dove potrò invitare senza essere in imbarazzo, e stasera ci sarà già il primo opening: verranno anche a Bradley Cooper e Jessica Chastain. 

Sono felici di come abbrevio il mio nome, ma devo cambiare il modo di vestire: anche per quello esiste uno standard della galleria. Mi hanno detto che sembro una studentessa: non me la devo prendere se stasera non mi presenteranno, meglio che mi mescoli con il pubblico. Poi, con il primo stipendio acquisterò un abito adatto. E saranno felici di consigliarmi.

Ai tempi di Princeton ciò mi avrebbe offeso: ho sempre giurato che non avrei accettato nulla che non rispettasse chi sono, la mia tradizione e la mia storia. Ma la verità è che questo posto mi piace: quanti anni voglio passare ancora a celebrare la qualità catartica dell’arte? Quanti anni a studiare? Non è meglio viverla, la vita, invece di interpretarla?

La mattina in cui mi hanno assunto hanno venduto un’opera per tre milioni di dollari. Fin quando non è entrato in galleria, l’artista era un perfetto sconosciuto e l’opera è quasi identica a quella di un altro artista, ma si è deciso di puntare su di lui, e la quotazione dell’altro è rimasta a tremila dollari. È stata la galleria a moltiplicarne per mille il valore, e mi hanno spiegato che la mia preparazione potrà essere utile per spiegare perché un’opera astratta come quella sia così importante e valga così tanto. E ogni volta che aiuterò nelle vendite ci sarà una parte anche per me.

La storia del vestito non mi ferisce, la vita è fatta di offese quotidiane: guai a illudersi di non sottostare alle regole.

Sono pronta e non vedo l’ora di iniziare.

Stamattina, mentre stavo per avviarmi mi sono chiesta se qui alla galleria abbiano mai sentito l’odore di cetriolo e pastrami. Chissà se lo sentirò mai più io.