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La giornata della memoria. Le domande che resteranno senza risposta

Il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau (ansa)
Le testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah nelle registrazioni raccolte nel 1955 sono documenti fondamentali, che non contemplano ancora la portata di una tragedia che la Storia avrebbe analizzato successivamente
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Nel 1982 partecipai a Parigi ad un convegno internazionale dal titolo "L'Allemagne nazie et le génocide juif" organizzato dall'Ecole des Hautes Etudes en Sciences sociales. Erano presenti i più grandi specialisti della materia, che sovrastavano abbondantemente in conoscenza me, che ero una storica alle prime armi: c'erano Raul Hilberg, Yehuda Bauer, Christopher Browning, Leon Poliakov e altri. Una delle comunicazioni fu quella di uno sconosciuto ricercatore francese: Jean Claude Pressac, che spiegò ad un pubblico di studiosi, stupito e con il fiato sospeso, come funzionavano i cosiddetti Krema IV e V di Auschwitz-Birkenau - così i nazisti denominavano surrettiziamente le camere a gas e gli impianti di sterminio e di incinerazione dei corpi - e il dispositivo tecnico che vi stava dietro, basandosi sui progetti architettonici da lui ritrovati.

Nel 1982 partecipai a Parigi ad un convegno internazionale dal titolo "L'Allemagne nazie et le génocide juif" organizzato dall'Ecole des Hautes Etudes en Sciences sociales. Erano presenti i più grandi specialisti della materia, che sovrastavano abbondantemente in conoscenza me, che ero una storica alle prime armi: c'erano Raul Hilberg, Yehuda Bauer, Christopher Browning, Leon Poliakov e altri. Una delle comunicazioni fu quella di uno sconosciuto ricercatore francese: Jean Claude Pressac, che spiegò ad un pubblico di studiosi, stupito e con il fiato sospeso, come funzionavano i cosiddetti Krema IV e V di Auschwitz-Birkenau - così i nazisti denominavano surrettiziamente le camere a gas e gli impianti di sterminio e di incinerazione dei corpi - e il dispositivo tecnico che vi stava dietro, basandosi sui progetti architettonici da lui ritrovati.

La sensazione che questa comunicazione provocò è il segno che fino ad un'epoca relativamente recente le conoscenze su Auschwitz erano ancora poco puntuali sotto alcuni (non tutti) punti di vista. Ora non è più così, sappiamo che temperatura era necessaria ai ciotolini di Zyklon B per rilasciare l'acido cianidrico trattenuto nelle loro porosità - il che vuol dire quanti corpi ammassare in un locale chiuso perché emanassero il calore necessario - ; sappiamo le esatte dimensioni, sia di quelli che fungevano da obitorio, sia di quelli che fungevano da spogliatoio e molto altro. Insomma, con le conoscenze acquisite, siamo in grado di orientarci nelle coordinate spazio-temporali del luogo di sterminio: dove l'ingresso, dove le rotaie che entravano dentro al campo, dove la selezione iniziale tra gli "abili" e gli "inabili" al lavoro, che percorso erano costretti a fare i condannai al gas.

Ma se ascoltiamo le prime, eccezionali, testimonianze raccolte nel 1955, constatiamo che proprio di questo si tratta: domande e risposte dal sapore della semplicità e dell'ingenuità. I testimoni sapevano solo che avevano perso i loro cari, inghiottiti da un sistema assassino; sapevano dire del lavoro schiavo dal quale, a stento, erano scampati; del proprio ritorno, triste e sconsolato, in case ormai vuote. Potevano raccontare poco più di questo.

Eravamo a 10 anni dalla tragedia, i nostri testimoni non avevano afferrato (e come avrebbero potuto?) il meccanismo che dominò il campo di Auschwitz; né le dimensioni di quel luogo, un'area di complessivamente 191 ettari, compresi i sottocampi; né di dove si trova il campo sulla cartina geografica dell'Europa. Se paragoniamo queste prime interviste a quelle effettuate dalla Fondazione Cdec ai testimoni che ancora erano sopravvissuti nel 1995, la differenza è palese.

Erano passati 40 anni di studi e di riflessioni sul ruolo di Auschwitz nella Shoah, soprattutto del ruolo per gli ebrei dell'Europa occidentale. La consapevolezza era ormai completa. Le vittime hanno potuto raccontare non solo che cosa accadde loro, ma anche come si svolsero gli avvenimenti mettendo in ordine il prima e il dopo. Alle nostre domande quasi inquisitorie: "Che tempo faceva quando siete arrivati? Che cosa avete visto per prima cosa? Siete scesi a destra o a sinistra della rampa di scarico? Chi avevate vicino?" nessuno si è sottratto. Era evidente che lo shock era ormai sedimentato nelle loro coscienze ed erano tutti capaci di reagire alle nostre sollecitazioni. Ma se l'onda lunga del trauma subito era scemata, non era certo passato il dolore e la sofferenza del racconto, né le domande filosofiche di fondo: "perché?" e "per che cosa?", che restano e resteranno sempre aperte.


L'autrice è storica della Fondazione Cdec