Disegno il mio Paese e dico:
facciamo che ognuno di noi
era lo Stato
o la Regione
o la Provincia,
l’angolo di strada fuori dal portone.
Facciamo che avevamo in comune
l’occhio in più dei guardiani del faro,
il fegato dei Padri della Patria.
Anzi, no, non esageriamo.
Eleggiamo i bambini Padri della Patria.
Loro sanno correre rischi,
loro sanno correre.
Siamo prima persona e plurali
popoliamo la bella lingua e i suoi mari,
i profondi dialetti.
Siamo Italiani con le mani
nella storia e nell'arte.
È da noi, da ciascuno di noi, che si riparte.
Dopo il male che ci voleva disfare
nessuno potrà dire Fermatevi...
Tocca a noi usare il verbo sano,
Proseguiamo...
Stare assieme non sarà più un pericolo,
ma uno spettacolo
il ristoro promesso.
Lucidiamo l'argenteria
disinfettiamo le parole
incontro
lavoro
divertimento
altitudine
facciamone dei segnalibri,
delle app da scaricare.
Coltiviamo la memoria più delle ricorrenze,
guardiamoci le spalle puntando in alto,
fin dove non si vede.
Guardiamo all'Europa e al resto del mondo
perché il resto del mondo
ci guardi e si abitui ai segni di spunta,
alle mete raggiunte
col magnetismo dell'inventiva
e i tiranti della manutenzione
bullone su bullone.
Disegno il mio Paese e non scordo
Prova d’orchestra, il film di Federico
da mostrare agli scolari.
Il caos è fracasso di fiati,
toglie il respiro.
Ma nell’orbita di un accordo riesumato
volano violini e fagotti,
ogni pausa è un rabbocco di suoni,
in cielo i cieli di Chagall,
arte del giorno.
Trasformiamoci in calzolai,
risuoliamo lo Stivale
con i chiodini dell’avvedutezza.
Rianimiamo quartieri e sproloqui
con la respirazione bocca a bocca.
Facciamo che partivamo dal Basso Impero
per scendere a Repubblica,
prossima fermata del metrò.
Disegno il mio Paese e penso
che Mosè, scendendo dal Sinai,
poteva rompere gli indugi e anche tutte le tavole.
Di leggi ne basta una, una soltanto:
non uccidere.
Non uccidere la fiducia, il merito, la fantasia
l’amore, l’onore proprio e altrui
la parola data e anche quella taciuta
le date della storia
la banca-dati del pensare in grande
non uccidere l’innocenza dei piccoli, delle donne
i mutui inderogabili
come la voce che ci parla dentro
i sensi di colpa
più rapidi delle gazzelle dei carabinieri
i racconti dei vecchi
le promesse dei giovani
le giovani promesse
il bisogno di salute, di lavoro, di umorismo
di aria e cibo non stregati.
Se uccidi tutto questo un po’ per volta,
uccidi qualcuno o qualcosa.
E se tutto finisce insabbiato
condonato prescritto
o peggio ancora ignorato,
allora la legge non è uguale per tutti
allora la legge è uguale a qualcuno.
Disegno il mio Paese e vedo
che nessuno è innocente,
tutti hanno un po’ di ragione
finché assumono dosi di torto.
E i lupi travestiti da agnelli,
i nemici del male che col male si fanno i fanghi,
applicazioni e maschere?
Caliamoci dalla crepa di un graffito
nei sotterranei della lunga degenza,
nessuno è innocente, neanche i neonati,
l’ombelico segnato
dalle nostre pendenze.
Disegno il mio Paese e conto
i denti cariati tra i piloni dei viadotti,
la muffa del benservito
nei forzieri della mafia.
Gli incorruttibili non sono di ferro,
gli incorruttibili sono corruttibili.
Però si negano
tengono duro
guardano lo specchio in faccia
guardano in faccia i figli.
Noi non saremo il manico della parola scelleratezza.
L’Onorevole che sputa addosso a quell’altro,
via subito via
e quell’altro che vende il suo voto,
via subito via, la borsa tra le gambe,
il portaborse a gambe all’aria.
Le staffette che offrono ciotole di voti infetti,
via come cani decollati.
Via dal Palazzo chi dimentica le baracche.
Il Palazzo si onora mattone su mattone.
Riempiamoci la bocca col pensiero
che ogni bel pensiero sia una casa da arredare,
una casa popolare.
I poeti, i giornalisti, i finalisti dei premi letterari
che non si fanno sentire
quasi fossero ai domiciliari di una lingua servile,
in fondo all’ovile,
iscriviamoli a un corso di architettura salutare.
Arte zen è guardarsi dentro
a partire dal proprio vicino,
lepre o fagiano
pero o susino.
E migranti non vuol dire sbandati.
Siamo noi che abbiamo perso le carte,
annaspiamo sott’acqua per cercarle.
Ma siamo ancora in Italia?
Sanno le nostre acque
di essere le nostre acque?
Facciamo che ogni buona legge
riassuma cento bisogni
come un bersaglio al luna-park.
I giudici soffino a pieni polmoni
sulla polvere della lentezza.
Giustizia, a ogni sentenza, resti incinta
della propria allegoria,
spada e bilancia a garanzia.
Le donne sfoggino scarpe rosse
per amore di un colore,
non per difendersi dall'odio dei peggiori.
E i deboli, i fragili, i multati dalla vita,
il quinto quarto della società
torni a essere l'altra metà.
Non sia il particulare il nostro dio,
ma il frutteto, il vigneto
l'insieme di rime e di sbagli,
il balsamo e il limo,
l'insieme che siamo,
singolarmente complementari,
nel cuore, sottopelle
una Nazione.
Nazione, parola azzurra.
Come Nazionale.
Se una sillaba di tifo invadesse
l'altro campo,
di fraseggio in fraseggio
di passaggio in passaggio
all'attacco, senza più catenaccio,
a vincere sarebbe l'intero squadrone.
Per Costituzione basterebbe un pareggio,
il pareggio di bilancio.
Forza e coraggio!
Disegno il mio Paese e azzardo:
diplomiamoci influencer e follower
delle nostre attitudini,
facciamo che la voglia di fare
era a portata di sogno
il sogno a portata di mano
e ogni sogno ne agganciava uno nuovo,
carrozze di treno in partenza.
Sciacquiamoci la bocca col colluttorio
di una Carta dei diritti e dei doveri,
un Credo, una pasticca del Re Sole,
un principio universale preso dal midollo animale.
Sciacquiamoci bocca, mani e zoccoli
per ripartire come cavalli freschi.
E voi salariati, cuochi
artigiani col cuore nelle mani
commercialisti, equilibristi
gestori di minuzie e di clamori
attori, professori, manovali
rider con le pizze nel sacco
driver nelle pause del trotto
fantini su cui scommettere,
vi importa che chi paga non rubi a qualcun altro,
neanche allo Stato, vero?
Vi importa essere onesti,
gli imbrogli sono piccioni infetti,
chi guarda solo alle proprie tasche
rende tutti più poveri, vero?
Diamo un bollino blu a chi è in regola con le tasse
e a chi le rende eque.
Chi è senza bollino sarà l’ultimo della fila,
la fila a teatro
la fila al mercato
al casello dell’autostrada.
Chi è senza bollino non so se uscirà dal tunnel.
Disegno il mio Paese e credo
che ci vorrà un’impazienza
da Mastro Lindo,
lunghi decenni
per ritrovare i viali a mare.
Ma siamo ancora in Italia?
Sanno le nostre acque
di essere le nostre acque?
I vecchi lo chiedono ai giovani
e i giovani non rispondono.
Disegno il mio Paese e spero
che giovani e vecchi lo ridisegnino
L'autore
Tra gli ultimi libri di Ennio Cavalli, Poesie incivili (Aragno 2017), Se ero più alto facevo il poeta (La nave di Teseo 2019) e Amore manifesto (La nave di Teseo 2022). In uscita il romanzo Parabola di un filo d'erba (Castelvecchi).