Cultura

Disegna il tuo Paese

Disegna il tuo Paese
Pubblichiamo i versi che il poeta Ennio Cavalli ha dedicato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella
4 minuti di lettura

Disegno il mio Paese e dico:

facciamo che ognuno di noi

era lo Stato

o la Regione

o la Provincia,

l’angolo di strada fuori dal portone.

Facciamo che avevamo in comune

l’occhio in più dei guardiani del faro,

il fegato dei Padri della Patria.

Anzi, no, non esageriamo.

Eleggiamo i bambini Padri della Patria.

Loro sanno correre rischi,

loro sanno correre.

 

Siamo prima persona e plurali

popoliamo la bella lingua e i suoi mari,

i profondi dialetti.

Siamo Italiani con le mani

nella storia e nell'arte.

È da noi, da ciascuno di noi, che si riparte.

 

Dopo il male che ci voleva disfare

nessuno potrà dire Fermatevi...

Tocca a noi usare il verbo sano,

Proseguiamo...

Stare assieme non sarà più un pericolo,

ma uno spettacolo

il ristoro promesso.

 

Lucidiamo l'argenteria

disinfettiamo le parole

incontro

lavoro

divertimento

altitudine

facciamone dei segnalibri,

delle app da scaricare.

Coltiviamo la memoria più delle ricorrenze,

guardiamoci le spalle puntando in alto,

fin dove non si vede.

 

Guardiamo all'Europa e al resto del mondo

perché il resto del mondo

ci guardi e si abitui ai segni di spunta,

alle mete raggiunte

col magnetismo dell'inventiva

e i tiranti della manutenzione

bullone su bullone.

 

Disegno il mio Paese e non scordo

Prova d’orchestra, il film di Federico

da mostrare agli scolari.

Il caos è fracasso di fiati,

toglie il respiro.

Ma nell’orbita di un accordo riesumato

volano violini e fagotti,

ogni pausa è un rabbocco di suoni,

in cielo i cieli di Chagall,

arte del giorno.

 

Trasformiamoci in calzolai,

risuoliamo lo Stivale

con i chiodini dell’avvedutezza.

Rianimiamo quartieri e sproloqui

con la respirazione bocca a bocca.

Facciamo che partivamo dal Basso Impero

per scendere a Repubblica,

prossima fermata del metrò.

 

Disegno il mio Paese e penso

che Mosè, scendendo dal Sinai,

poteva rompere gli indugi e anche tutte le tavole.

Di leggi ne basta una, una soltanto:

non uccidere.

 

Non uccidere la fiducia, il merito, la fantasia

l’amore, l’onore proprio e altrui

la parola data e anche quella taciuta

le date della storia

la banca-dati del pensare in grande

non uccidere l’innocenza dei piccoli, delle donne

i mutui inderogabili

come la voce che ci parla dentro

i sensi di colpa

più rapidi delle gazzelle dei carabinieri

i racconti dei vecchi

le promesse dei giovani

le giovani promesse

il bisogno di salute, di lavoro, di umorismo

di aria e cibo non stregati.

 

Se uccidi tutto questo un po’ per volta,

uccidi qualcuno o qualcosa.

E se tutto finisce insabbiato

condonato prescritto

o peggio ancora ignorato,

allora la legge non è uguale per tutti

allora la legge è uguale a qualcuno.

 

Disegno il mio Paese e vedo

che nessuno è innocente,

tutti hanno un po’ di ragione

finché assumono dosi di torto.

E i lupi travestiti da agnelli,

i nemici del male che col male si fanno i fanghi,

applicazioni e maschere?

Caliamoci dalla crepa di un graffito

nei sotterranei della lunga degenza,

nessuno è innocente, neanche i neonati,

l’ombelico segnato

dalle nostre pendenze.

 

Disegno il mio Paese e conto

i denti cariati tra i piloni dei viadotti,

la muffa del benservito

nei forzieri della mafia.

Gli incorruttibili non sono di ferro,

gli incorruttibili sono corruttibili.

Però si negano

tengono duro

guardano lo specchio in faccia

guardano in faccia i figli.

 

Noi non saremo il manico della parola scelleratezza.

L’Onorevole che sputa addosso a quell’altro,

via subito via

e quell’altro che vende il suo voto,

via subito via, la borsa tra le gambe,

il portaborse a gambe all’aria.

Le staffette che offrono ciotole di voti infetti,

via come cani decollati.

Via dal Palazzo chi dimentica le baracche.

Il Palazzo si onora mattone su mattone.

Riempiamoci la bocca col pensiero

che ogni bel pensiero sia una casa da arredare,

una casa popolare.

 

I poeti, i giornalisti, i finalisti dei premi letterari

che non si fanno sentire

quasi fossero ai domiciliari di una lingua servile,

in fondo all’ovile,

iscriviamoli a un corso di architettura salutare.

Arte zen è guardarsi dentro

a partire dal proprio vicino,

lepre o fagiano

pero o susino.

 

E migranti non vuol dire sbandati.

Siamo noi che abbiamo perso le carte,

annaspiamo sott’acqua per cercarle.

Ma siamo ancora in Italia?

Sanno le nostre acque

di essere le nostre acque?

 

Facciamo che ogni buona legge

riassuma cento bisogni

come un bersaglio al luna-park.

I giudici soffino a pieni polmoni

sulla polvere della lentezza.

Giustizia, a ogni sentenza, resti incinta

della propria allegoria,

spada e bilancia a garanzia.

 

Le donne sfoggino scarpe rosse

per amore di un colore,

non per difendersi dall'odio dei peggiori.

E i deboli, i fragili, i multati dalla vita,

il quinto quarto della società

torni a essere l'altra metà. 

 

Non sia il particulare il nostro dio,

ma il frutteto, il vigneto

l'insieme di rime e di sbagli,

il balsamo e il limo,

l'insieme che siamo,

singolarmente complementari,

nel cuore, sottopelle

una Nazione.

 

Nazione, parola azzurra.

Come Nazionale.

Se una sillaba di tifo invadesse

l'altro campo,

di fraseggio in fraseggio

di passaggio in passaggio

all'attacco, senza più catenaccio,

a vincere sarebbe l'intero squadrone.

Per Costituzione basterebbe un pareggio,

il pareggio di bilancio.

Forza e coraggio!

 

Disegno il mio Paese e azzardo:

diplomiamoci influencer e follower

delle nostre attitudini,

facciamo che la voglia di fare

era a portata di sogno

il sogno a portata di mano

e ogni sogno ne agganciava uno nuovo,

carrozze di treno in partenza.

 

Sciacquiamoci la bocca col colluttorio

di una Carta dei diritti e dei doveri,

un Credo, una pasticca del Re Sole,

un principio universale preso dal midollo animale.

Sciacquiamoci bocca, mani e zoccoli

per ripartire come cavalli freschi.

 

E voi salariati, cuochi

artigiani col cuore nelle mani

commercialisti, equilibristi

gestori di minuzie e di clamori

attori, professori, manovali

rider con le pizze nel sacco

driver nelle pause del trotto

fantini su cui scommettere,

vi importa che chi paga non rubi a qualcun altro,

neanche allo Stato, vero?

Vi importa essere onesti,

gli imbrogli sono piccioni infetti,

chi guarda solo alle proprie tasche

rende tutti più poveri, vero?

 

Diamo un bollino blu a chi è in regola con le tasse

e a chi le rende eque.

Chi è senza bollino sarà l’ultimo della fila,

la fila a teatro

la fila al mercato

al casello dell’autostrada.

Chi è senza bollino non so se uscirà dal tunnel.

 

Disegno il mio Paese e credo

che ci vorrà un’impazienza

da Mastro Lindo,

lunghi decenni

per ritrovare i viali a mare.

Ma siamo ancora in Italia?

Sanno le nostre acque

di essere le nostre acque?

I vecchi lo chiedono ai giovani

e i giovani non rispondono.

 

Disegno il mio Paese e spero

che giovani e vecchi lo ridisegnino

 

L'autore

Tra gli ultimi libri di Ennio Cavalli, Poesie incivili (Aragno 2017), Se ero più alto facevo il poeta (La nave di Teseo 2019) e Amore manifesto (La nave di Teseo 2022). In uscita il romanzo Parabola di un filo d'erba (Castelvecchi).