Firenze, la rivista “Il Ponte” cambia casa
di Fulvio Paloscia , di Fulvio PalosciaIl debole fiato di una stufa combatte a stento contro il freddo. Aria di abbandono. Eppure quelli de “Il Ponte”, la rivista di politica fondata a Firenze nel 1945 da Pietro Calamandrei, nelle stanze fatiscenti della Società di mutuo soccorso “Andrea del Sarto” si sentivano al loro posto. Perché raccontavano una storia che combacia con gli ideali di una pubblicazione nata sui principi della Resistenza, dell’antifascismo.
La palazzina dove la redazione e l’archivio avevano sede sino a ieri (giorno dello sfratto esecutivo dato dal Comune, proprietario dell’immobile, per morosità pregressa e la «mancanza di titolo all’uso da parte dell’associazione che gestiva il circolo», recitano le carte di Palazzo Vecchio), dal 1887 fu casa operaia. Poi, i fascisti se ne appropriano nel 1925, e nella stanza dove fino a ieri sono nati i numeri bimestrali de “Il Ponte”, si somministrava l’olio di ri…
Il debole fiato di una stufa combatte a stento contro il freddo. Aria di abbandono. Eppure quelli de “Il Ponte”, la rivista di politica fondata a Firenze nel 1945 da Pietro Calamandrei, nelle stanze fatiscenti della Società di mutuo soccorso “Andrea del Sarto” si sentivano al loro posto. Perché raccontavano una storia che combacia con gli ideali di una pubblicazione nata sui principi della Resistenza, dell’antifascismo.
La palazzina dove la redazione e l’archivio avevano sede sino a ieri (giorno dello sfratto esecutivo dato dal Comune, proprietario dell’immobile, per morosità pregressa e la «mancanza di titolo all’uso da parte dell’associazione che gestiva il circolo», recitano le carte di Palazzo Vecchio), dal 1887 fu casa operaia. Poi, i fascisti se ne appropriano nel 1925, e nella stanza dove fino a ieri sono nati i numeri bimestrali de “Il Ponte”, si somministrava l’olio di ricino a chi non obbediva al regime.
L’Andrea del Sarto non era la sede storica della rivista. Anzi, “Il Ponte” ha dietro le spalle un lungo nomadismo nelle case editrici fiorentine: prima Le Monnier; poi La Nuova Italia grazie a Tristano Codignola, che insieme a Enzo Enriques Agnoletti, fu una delle colonne della pubblicazione; e ancora Vallecchi, Passigli, fino alla casa del popolo. Il comfort logistico e ideologico non sono mai stati l’obiettivo della creatura di Calamandrei che ad esenmpio, attraverso “Il Ponte”, «pungolava la classe politica italiana riflettendo sul tema scomodo ma reale della Costituzione inattuata, inerte se non alimentata dal combustibile dell’impegno di chi governa. Un’argomentazione che abbracciamo ancora oggi» ricorda Rossi, vedendo in quella posizione il filo rosso di tante “battaglie” della rivista.
Come poteva una rivista “Il Ponte”, custode del senso profondo della Costituzione, vicina a Capitini, alla sua visione corale della storia e di una democrazia dal basso, assistere inerme a un fare politica privatistico, nell’interesse personale e non del Paese, dunque antidemocratico, poi diventata una triste prassi della politica italiana?» sostiene Rossi.
Di posizioni discusse e scomode è fatta la storia de “Il Ponte”. Anche sotto la guida di Enzo Enriques Agnoletti, attento alla politica estera: prima la condanna alla guerra in Vietnam, poi lo schieramento a favore della Palestina nella questione arabo-israeliana, «nonostante l’origine ebrea di Enzo, che però non era osservante». E qui la commozione vela lo sguardo di Rossi: «Non si ricorderà mai abbastanza il suo rigore» mormora Rossi. Diventato direttore per volontà testamentaria dello stesso mentore.
E oggi, con 78 anni di vita dietro le spalle («i 75 ci hanno portato in regalo un telegramma di Mattarella dove il presidente sottoline il nostro contributo alla crescita democratica dell’Italia») cos’è “Il Ponte”? Una rivista che da mensile è stata costretta alla bimestralità per questioni economiche. Un migliaio di copie, circa 700 distribuite in abbonamento, anche all’estero: Inghilterra, Francia, America, Russia, Cina.
Rossi fa fatica a definire persino Calamandrei, «fu in realtà un liberale di sinistra che però riuscì a percepire tutta una serie di temi del liberalsocialismo. Penso al rifiuto del Patto Atlantico perché, diceva, avrebbe compromesso la libertà dell’Italia dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica». Oggi “Il Ponte”, dice il direttore, «traduce il liberalsocialismo in socialismo libertario. Quel “liberal” per me non deriva da liberale. Ma da libertà».