Cecilia Alemani: "Ho scelto più artiste, ma non chiamatela la Biennale delle donne"
di Dario Pappalardo , di Dario Pappalardo"Il rischio più grande? È che la definiscano la Biennale delle donne. Ma poi, che cosa significa? Per 125 anni non l'avete mai chiamata la Biennale degli uomini!". Cecilia Alemani sta per aprire la sua mostra a Venezia. Intanto, inizia a svelarla. Se stiamo solo ai numeri, la cinquantanovesima Biennale d'Arte si annuncia come un kolossal: 213 tra artiste e artisti da 58 paesi, 1433 opere e oggetti, 79 Padiglioni nazionali (esordiscono Camerun, Namibia, Nepal, Oman e Uganda, ma c'è la defezione della Russia) e la durata più lunga di sempre, oltre 7 mesi, dal 23 aprile al 27 novembre.
Il budget è di 18 milioni di euro: "I costi sono lievitati a causa dell'aumento del prezzo dell'energia e dei trasporti - spiega il presidente Roberto Cicutto - Il 20 per cento è già stato coperto dagli sponsor; si punta ai ricavi. Un altro obiettivo è il contenimento dell'impatto ambientale. Adottia…
"Il rischio più grande? È che la definiscano la Biennale delle donne. Ma poi, che cosa significa? Per 125 anni non l'avete mai chiamata la Biennale degli uomini!". Cecilia Alemani sta per aprire la sua mostra a Venezia. Intanto, inizia a svelarla. Se stiamo solo ai numeri, la cinquantanovesima Biennale d'Arte si annuncia come un kolossal: 213 tra artiste e artisti da 58 paesi, 1433 opere e oggetti, 79 Padiglioni nazionali (esordiscono Camerun, Namibia, Nepal, Oman e Uganda, ma c'è la defezione della Russia) e la durata più lunga di sempre, oltre 7 mesi, dal 23 aprile al 27 novembre.
Il budget è di 18 milioni di euro: "I costi sono lievitati a causa dell'aumento del prezzo dell'energia e dei trasporti - spiega il presidente Roberto Cicutto - Il 20 per cento è già stato coperto dagli sponsor; si punta ai ricavi. Un altro obiettivo è il contenimento dell'impatto ambientale. Adottiamo linee guida per l'ecosostenibilità".
Ma il vero tema è che a Venezia la curatrice Alemani riscriverà la storia dell'arte. Più dell'80 per cento dei nomi invitati a partecipare è donna, o appartenente a un genere non binario. Gli uomini, per la prima volta, sono in minoranza. Ai Giardini e all'Arsenale, si intrecciano al percorso principale cinque "capsule del tempo": allestimenti negli allestimenti (a cura del duo di designer Formafantasma) che riposizionano la creatività femminile al centro dei movimenti artistici del Novecento, dal surrealismo all'arte cinetica e programmata. Il titolo dell'esposizione, Il latte dei sogni, si deve al libro per bambini della pittrice surrealista Leonora Carrington, che fugge dall'Inghilterra al Messico e attraversa il XX secolo. "L'ho scelta come compagna di viaggio - spiega Alemani, che torna in laguna dopo il Padiglione Italia del 2017 - Un viaggio che si concentra attorno a tre aree tematiche: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi; la relazione tra gli individui e le tecnologie; i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra".
Sembra un progetto molto più ambizioso di quelli visti in passato a Venezia.
"Ho avuto più tempo per pensare e per studiare. Sono stata nominata a gennaio 2020, a marzo è esplosa la pandemia e a maggio si è deciso di rinviare la Biennale al 2022. Intanto, il mio progetto iniziale si è esteso. Sono partita dalle metamorfosi, ma poi la mostra è diventata più ricca di stratificazioni e di significati. L'approfondimento storico, in particolare, è stato complesso, così come la realizzazione. E ancora non è finita".
Vuole davvero riscrivere la storia dell'arte, spostandola dalla prospettiva maschile?
"Questo lo lascio agli storici. L'apprezzamento del surrealismo femminile non l'ho inventato io: se ne parla da anni. Mi interessano le voci considerate un po' minori: 180 tra artiste e artisti sono presenti per la prima volta alla Biennale. Penso a Dadamaino, a Nanda Vigo, esponenti dell'arte programmata e cinetica che non erano alla Biennale del '66 con i colleghi uomini. Penso alle donne del Bauhaus, del Dada. Non ho fatto delle scoperte, non volevo isolare le artiste, le ho riprese e messe insieme alle contemporanee che hanno influenzato".
Diciamolo, gli uomini sono una sparuta minoranza.
"Nei primi cento anni di storia della Biennale, la presenza femminile arrivava a stento al 10 per cento; negli ultimi venti si è giunti al 30. È triste parlarne, ma persino in un'edizione rivoluzionaria come quella del 2001 di Harald Szeemann le donne erano appena il 20 per cento. Quella dell'arte è stata anche una storia di esclusione. Ma la finalità di questa Biennale non è il confronto con l'uomo. Ci sono artiste che possono reggere benissimo da sole. Anzi, l'idea è di andare oltre il dualismo uomo/donna che importa poco agli artisti. Questa è una mostra sul postumano. Non ho escluso gli uomini a priori: li ho scelti quando il loro lavoro creava degli snodi congruenti con il percorso che avevo in mente. Nelle capsule storiche, però, l'idea era di restituire spazio a storie considerate minori. Per il surrealismo non avrebbe avuto senso inserire Dalí o Magritte".
Non teme il rischio del politicamente corretto?
"Non ho scelto più donne per questo, ma sono sicura che qualcuno lo dirà. Sarebbe stato più politicamente corretto fare 50 e 50. E comunque le opere in mostra non lo sono, risulteranno meno canoniche e non mancherà la provocazione: alla fine conta quello che si vedrà".
Quale obiettivo non vuole fallire la sua Biennale?
"Penso soprattutto ai visitatori: è un retaggio che viene dall'esperienza di direzione della High Line di New York, attraversata da 8 milioni di persone. Vorrei che vedessero una grande mostra come non se ne sono fatte in due anni per la pandemia. Vorrei che ci fosse attenzione per i contemporanei: ci sono 80 produzioni assolutamente nuove. Mi piacerebbe che le opere di ieri riuscissero a raccontare storie meno note che pure hanno influenzato quello che guardiamo oggi. Una Biennale non è solo l'esposizione dello status quo".
Ci sono artiste e artisti da 58 nazioni, un record, eppure ha potuto viaggiare poco per la pandemia. Come si sceglie l'arte via Zoom?
"Avevo un gruppo di advisor nelle regioni del mondo dove non sono andata di persona. Non ho potuto ancora fare un viaggio in Giappone, India, Cina. Cercavo anche in quei paesi artisti coincidenti con il mio percorso. Durante l'apprendimento dal mio stanzino nell'appartamento di New York, ho avuto l'occasione di conoscere centinaia di artiste e artisti via Zoom. Ci sono state anche conversazioni intime, con uno strano senso di intimità da fine del mondo. Da questo dialogo si sono imposte tante domande sulla situazione. Come sta cambiando la definizione di umano? Quali sono le differenze che separano il vegetale, l'animale, l'umano e il non umano? Quali sono le nostre responsabilità nei confronti dei nostri simili, delle altre forme di vita e del pianeta che abitiamo? E come sarebbe la vita senza di noi? Da qui è nata la mostra".
Gli italiani sono 26.
"Da italiana ho sentito la responsabilità della loro presenza. Mi sembrava assurdo che non ce ne fossero. Oltre alle figure storiche - come Carol Rama o Mirella Bentivoglio - ho cercato emergenti come Giulia Cenci o Diego Marcon. Ho dato loro spazio e visibilità. Spero che gli stranieri guardino alle loro opere con interesse".
Latitano il mercato e i nomi pop.
"Non è stata necessariamente una scelta consapevole. Poi mi son detta: qua le gallerie si arrabbiano. Mi sono concentrata su artiste che hanno tutte le carte in regola per essere più commerciali, ma che incredibilmente non erano mai state alla Biennale come Nan Goldin e Louise Lawler".
Il corpo è al centro della sua ricerca, eppure anche l'arte, posto che la criptoarte sia tale, si sta smaterializzando. Che cosa pensa degli NFT?
"È un fenomeno molto popolare spinto da interessi che non hanno a che fare con l'arte. Trovo interessantissima la tecnologia del blockchain per gli effetti che potrà avere in tanti aspetti della nostra vita. Ma non penso che l'NFT abbia introdotto un nuovo linguaggio nel mondo dell'arte come fu per esempio la fotografia: è un medium dal risultato poco affascinante. Non ci sarà nessun NFT in questa Biennale. Almeno non che io sappia (ride)".
Qual è il rischio più grande che corre la sua Biennale?
"Che si parli solo della prevalenza femminile. Sarebbe come minimizzare. È una mostra così grande, che racconta storie diverse attraverso una pluralità e una coralità di voci. E poi ci sono i rischi pratici provocati dalla situazione globale: i trasporti bloccati, la carta che non si trova... Ecco, vorrei assicurarmi che le opere arrivino sane e salve ai Giardini e all'Arsenale".