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Il sangue del re pantera

"Nel deserto di New York". Cinquantadue storie per vivere un anno, seppur virtualmente, nella Grande Mela. Racconto numero 23
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Il nonno di mio nonno era uno schiavo. Ma suo nonno era un re, e nella capanna sulle colline di Akim aspettava i pescatori che gli portavano in omaggio la preda più bella, perché questa era la volontà dell’Onnipotente.

Conosceva ogni altura e ogni pianura della sua terra, i ruscelli trasparenti e gli alberi dove si posano i grandi uccelli, e rimaneva per ore a vedere i predatori che si abbeveravano al tramonto sul fiume Komoe.

Era anche il re delle bestie selvatiche, e per ricordarlo ai sudditi e ai nemici ornava il copricapo con le pelli che scuoiava personalmente. Amava gli elefanti, con cui parlava la lingua che ogni sovrano trasmette ai propri figli, e le pantere, che guardava negli occhi senza paura. Per questo lo chiamavano il Re Pantera.

Ha avuto sei mogli e le amate tutte, come ha amato i suoi trenta figli, che ha visto catturare uno ad uno dai mercanti di schiavi. I suoi soldati lo hanno difeso sino allo stremo delle forze e pochi giorni prima de…

Il nonno di mio nonno era uno schiavo. Ma suo nonno era un re, e nella capanna sulle colline di Akim aspettava i pescatori che gli portavano in omaggio la preda più bella, perché questa era la volontà dell’Onnipotente.

Conosceva ogni altura e ogni pianura della sua terra, i ruscelli trasparenti e gli alberi dove si posano i grandi uccelli, e rimaneva per ore a vedere i predatori che si abbeveravano al tramonto sul fiume Komoe.

Era anche il re delle bestie selvatiche, e per ricordarlo ai sudditi e ai nemici ornava il copricapo con le pelli che scuoiava personalmente. Amava gli elefanti, con cui parlava la lingua che ogni sovrano trasmette ai propri figli, e le pantere, che guardava negli occhi senza paura. Per questo lo chiamavano il Re Pantera.

Ha avuto sei mogli e le amate tutte, come ha amato i suoi trenta figli, che ha visto catturare uno ad uno dai mercanti di schiavi. I suoi soldati lo hanno difeso sino allo stremo delle forze e pochi giorni prima della fine gli hanno consegnato come ultimo omaggio un mercante con gli occhi senza luce.

Il Re Pantera gli tagliò la testa e con il suo teschio fece un calice nel quale bevve con quei pochi sudditi tristi.

Venne catturato tre giorni dopo da un uomo che osò indossare il suo copricapo. L’ultima moglie fu violentata e poi lanciata in mare dalla nave che li trasportava in America. L’avevano incatenata con dei pesi, in modo che sparisse in fondo al mare.

Lui pianse, perché un re non deve vergognarsi dei sentimenti, e pregò l’Onnipotente che quella gente fosse condannata a provare lo stesso dolore.

Ma poi dimenticò anche quella maledizione perché la rabbia può essere quella di un momento, non può durare tutta la vita. Ma non parlò mai più.

Il giorno in cui arrivò in America pensò che un paese fondato sulla violenza non sarebbe durato a lungo, e che il Dio che pregava chi lo teneva in catene non poteva essere il suo.

Da quella sera fece lo schiavo in una piantagione del sud, ed ebbe altri tre figli.

I suoi nipoti conobbero la libertà proprio grazie alla violenza, e dopo una guerra sanguinosa i suoi discendenti furono medici, avvocati e anche diplomatici.

Mio padre insegna antropologia alla Columbia University, e sogna che un giorno insegni anche io. Dice che è il modo migliore per tenere in vita il passato, e che oggi questo paese in cui ci hanno portato in catene è il più libero del mondo. Studia sempre, e un giorno riuscirà a scoprire la lingua misteriosa con cui i suoi antenati parlavano agli elefanti. E se non ce la dovesse fare spera in segreto che un giorno ci riesca io.

Non c’è stata sera in cui non mi abbia parlato della nostra famiglia in America. Mi ha raccontato storie di abusi e linciaggi, ma anche sogni e successi. Ma la storia che mi racconta sempre è quella del Re Pantera.

Non dimenticarla mai, figlio mio, noi veniamo da lì.