L’intervista. David Leavitt: "La mia America fragile"
di Leonetta Bentivoglio , di Leonetta BentivoglioQuando uscì nel 1986, La lingua perduta delle gru irruppe come uno svelamento perturbante e una maniera netta di cogliere lo spirito del tempo. Lo statunitense David Leavitt, autore dell’impresa, aveva già esordito con Ballo di famiglia, una raccolta di racconti concentrata su una middleclass svuotata di valori e definita dalle proprie delusioni. La lingua perduta delle gru fu un approdo ancora più compatto nel registrare la fragilità di un certo ceto medio di tipo intellettuale, rappresentato nel libro dai coniugi Benjamin, attivi nell’ambiente dell’editoria newyorkese e convinti della propria spregiudicatezza “liberal”. Owen e Rose hanno un figlio, Philip, che è gay e lo confessa ai suoi credendoli pronti a capire. Invece la notizia fa tremare l’edificio di certezze dei Benjamin, corrodendo le basi di un equilibrio relazionale artificioso all’interno del quale Owen ha serbato dolorosamente compresso il segr…
Quando uscì nel 1986, La lingua perduta delle gru irruppe come uno svelamento perturbante e una maniera netta di cogliere lo spirito del tempo. Lo statunitense David Leavitt, autore dell’impresa, aveva già esordito con Ballo di famiglia, una raccolta di racconti concentrata su una middleclass svuotata di valori e definita dalle proprie delusioni. La lingua perduta delle gru fu un approdo ancora più compatto nel registrare la fragilità di un certo ceto medio di tipo intellettuale, rappresentato nel libro dai coniugi Benjamin, attivi nell’ambiente dell’editoria newyorkese e convinti della propria spregiudicatezza “liberal”. Owen e Rose hanno un figlio, Philip, che è gay e lo confessa ai suoi credendoli pronti a capire. Invece la notizia fa tremare l’edificio di certezze dei Benjamin, corrodendo le basi di un equilibrio relazionale artificioso all’interno del quale Owen ha serbato dolorosamente compresso il segreto della propria omosessualità.
Domani il romanzo torna alla luce in una nuova, limpida traduzione di Fabio Cremonesi per l’editore Sem, che sta ripubblicando l’intera produzione di Leavitt, abilissimo nel costruire dialoghi credibili e vitali, e personaggi che escono dalle sue pagine come creature che respirano. Segnalato inizialmente come il caposcuola di un nuovo minimalismo (in realtà lui è assai più di questo, come prova un grande romanzo come Il matematico indiano, 2007), Leavitt è nato nel 1961 e insegna Creative Writing all’Università della Florida. Tra breve sarà in Italia: l’11 marzo a Cortina per “Una montagna di libri” e il 13 a Roma per “Libri come”. Il dialogo che segue corre attraverso l’oceano.
Leavitt, qual è il suo rapporto coi libri scritti in passato?
«Non li rileggo mai. Ciò che scrivo esiste in modo transitorio per me. Memoria repressa. Amnesia. Quando feci The Lost Language of Cranes ero ventenne. Rammento il periodo con un vago senso di tenerezza punteggiato da alcuni ricordi sorprendentemente nitidi».
Dagli anni ’80 è mutato il suo approccio alla scrittura?
«In The Lost Language of Cranes c’è tutta la libertà immaginativa della gioventù. Poi arrivò un tempo pesantissimo per me, e il mondo cambiò radicalmente. All’epoca Internet era una teoria, Donald Trump era un giovane idiota sfrontato, i grattacieli del World Trade Center non erano stati abbattuti, le nozze fra individui dello stesso sesso parevano inconcepibili, l’Aids era ai primi stadi, gli inverni erano freddi e le estati erano calde. In America si poteva contare sui princìpi della libertà e dell’indipendenza. Invecchiando si diventa più saggi ma più disillusi».
“La lingua perduta delle gru” fu stroncato per poi divenire la sua opera più famosa. Come lo spiega?
«Attribuisco il rigetto iniziale all’invidia e all’omofobia. L’inatteso successo di Ballo di famiglia irritò i miei coetanei e suscitò rancore fra gli scrittori gay più vecchi che si videro rubare la scena da un ragazzo. Inoltre Family Dancing era un libro gay molto meno provocatorio di The Lost Language of Cranes, che secondo il critico Darryl Pinckney trattava la queerness “come un’altra carta nel mazzo di famiglia”. Parallelamente narrava l’amore e il sesso tra maschi in modo esplicito. Qualcuno affermò che l’ossessione nei riguardi dell’omosessualità (termine che rifiuto) espressa dal romanzo lo rendeva, nella migliore delle ipotesi, un testo d’interesse sociologico».
Spicca nell’intreccio, come un diamante isolato, il ritratto di Michael, bambino abbandonato e disadattato che sa solo imitare i movimenti di gru viste dalla finestra, che sollevano travi e trasportano palle da demolizione…
«La storia di Michael stimolò la mia fantasia. Mostrava come ciò che scegliamo di amare descriva chi siamo. Qualunque sia la cosa che amiamo, è ciò che siamo. Jan Morris in Conundrum, bel libro sulla sua transizione di genere, ha scritto che la radice etimologica della parola identità è ignota. Identità uguale identità. Si autodefinisce. Identità è ciò che vediamo guardandoci allo specchio? O è ciò che vediamo guardando chi amiamo?».
C’è una ricca letteratura gay contemporanea?
«Sì, anche se chi vi appartiene è più incline a chiamarla letteratura queer o LGBQT+. Gran parte della migliore narrativa attuale proviene da autori queer/LGBQT+ come Garth Greenwell, Morgan Thomas, Victor Imko, RL Goldberg, il compianto Anthony Veasna So, Brendan Taylor e Bryan Washington».
L’essere gay è ormai accettato in ogni narrazione?
«La televisione ha cambiato tutto. La conduttrice Ellen DeGeneres, la sitcom Will & Grace, la serie The L Word… Ma benché in tivù circoli un numero maggiore di gay rispetto a prima, si tratta quasi sempre di figure secondarie: il migliore amico dell’eroina, la lesbica che ha una cotta per lei... Oggi un critico non potrebbe più respingere un romanzo sull’esperienza gay in quanto opera di mero interesse sociologico. Però stiamo parlando solo di narrativa. Nel mondo reale l’omofobia resta violentissima».
La pandemia potrebbe incidere sul modo di scrivere?
«Grace Paley osservò che tra il sapere e il raccontare passa tempo. Riguardo alla pandemia, non ne so abbastanza per capirla né per scriverne. Finora non ho visto in giro molta letteratura sull’argomento, ma suppongo che tra un po’ ce ne sarà».
Cosa pensa del fenomeno della Cancel Culture, così invasivo negli Usa?
«Ciò che è cambiato è soprattutto il modo d’insegnare. Non posso più parlare ai miei studenti di T.S. Eliot senza citare il suo antisemitismo o di Flannery O’Connor senz’affrontare il suo razzismo».
Nel 2020, dopo la morte di George Floyd e le forti mobilitazioni contro il razzismo, lei parlò di un possibile, nuovo rinascimento negli Usa. È ancora così ottimista?
«Noi liberal siamo disperati. La destra si sta rafforzando mentre litighiamo, ma non è sempre stato così? Vorrei che Biden facesse di più per contrastare la tremenda svolta a destra.
Mi frustra il fatto che non trovi soluzioni rapide. Però è in carica solo da un anno. Aspettiamo il ’23 per giudicare».
"La lingua perduta delle gru" di David Leavitt (SEM, pagg. 350, euro 15)