✕

Iris

"Nel deserto di New York". Cinquantadue storie per vivere un anno, seppur virtualmente, nella Grande Mela. Racconto numero 25
2 minuti di lettura

Se sono fortunata arriverò a Natale. Così mi hanno detto: quattro settimane, un mese. Mi hanno detto anche che non bisogna mai disperare, e che non lasceranno intentato nulla. Non ricordo quale delle due cose abbiano detto prima, ammesso che conti qualcosa.

Da quando il male è stato diagnosticato ho cercato di mostrarmi sorridente. Mi hanno detto subito che la situazione era seria, molto seria, spiegandomi che sarebbe stata determinante la reazione psicologica. Che il resto lo avrebbero fatto le cure, e che ero nelle mani dei migliori specialisti.

Nello stesso momento è iniziato il balletto delle statistiche: mi parlavano del trenta per cento di possibilità di guarigione, ma i dati che ho consultato sul computer dicevano che erano massimo il quattro. Forse anche questa differenza di ventisei punti serviva ad aiutarmi psicologicamente.

Ed io ho reagito bene, così hanno detto, e fino ad oggi le cose sembravano messe per il meglio: rientravo n…

Se sono fortunata arriverò a Natale. Così mi hanno detto: quattro settimane, un mese. Mi hanno detto anche che non bisogna mai disperare, e che non lasceranno intentato nulla. Non ricordo quale delle due cose abbiano detto prima, ammesso che conti qualcosa.

Da quando il male è stato diagnosticato ho cercato di mostrarmi sorridente. Mi hanno detto subito che la situazione era seria, molto seria, spiegandomi che sarebbe stata determinante la reazione psicologica. Che il resto lo avrebbero fatto le cure, e che ero nelle mani dei migliori specialisti.

Nello stesso momento è iniziato il balletto delle statistiche: mi parlavano del trenta per cento di possibilità di guarigione, ma i dati che ho consultato sul computer dicevano che erano massimo il quattro. Forse anche questa differenza di ventisei punti serviva ad aiutarmi psicologicamente.

Ed io ho reagito bene, così hanno detto, e fino ad oggi le cose sembravano messe per il meglio: rientravo nella percentuale dei casi buoni, che importa se fosse il quattro o il trenta per cento.

Ancora adesso mi dicono che sono un modello da ammirare, ma in realtà davanti a me vedo solo il buio. E lo vedo anche dentro di me.

Mia nonna mi diceva che nella vita bisogna ringraziare sempre, perché è sempre un dono. E se è vero quello che mi hanno detto oggi, ho avuto un dono lungo quarantadue anni, che è un periodo lungo, questo è il ragionamento da fare.

Ora sono contenta di essere sola in questa carrozza perché mi verrebbe di urlare a chiunque: cosa ne sai di quello che sto passando?

Con quale diritto sei triste o annoiato o semplicemente stanco?

Mi aiuti a ringraziare, perché io non ce la faccio?

O semplicemente: goditi lo spettacolo, perché fra quattro settimane chiude per sempre.

Si, vorrei urlare, perché essere stato un modello non mi ha aiutato a nulla.

E piangere, se ne avessi la forza.

Mi sembra incredibile di avere i giorni contati: ventotto? Trenta? Quanti saranno? Magari me ne andrò il giorno di Natale, e i miei cari mi ricorderanno sempre in un momento di festa.

Mi sembra incredibile che tutto quello che provo tra poco non si sarà più: io sento, vedo, mi emoziono… Com’è possibile che non comandi il mio corpo e non vinca quello che il mio stesso corpo ha generato?

Io lo vedo questo treno giallo e blu, vedo i miei vestiti, lo smalto che ho messo sulle unghie, la mia borsa colorata. Troppo colorata, come mi disse una volta mio padre, prima di scoppiare a piangere. Ero già malata.

Il mio oncologo è freddo e distaccato, chissà quanto ne ha visti di casi come il mio. Chissà quando ne ha visti morire. Ma deve essere bello quando qualcuno si salva e capisci che sei stato tu a trovare il modo. Con me non è riuscito a far niente, e io ho ora voglia di picchiarlo.

Era bella mia nonna, la ricordo sempre sorridente, ma se ne è andata che aveva novantadue anni, cinquanta più di quanti ne ho io. Ha avuto un’altra vita, insomma, e io vorrei avere anche quella, da ringraziare.