ALBA
I guerrieri scendevano da quell'altura nella pioggia, dentro un paesaggio che ora è racchiuso nella mezzaluna di vetro della finestra. Una riga di colline divide il Duomo e le case dai tetti rossi. Quella di Beppe Fenoglio, sopra la macelleria in Piazza Rossetti 1, è diventata un centro studi, e naturalmente non esiste più il banco delle carni dove sostava, regnando, il gattone di mamma Margherita. "Qui tutto tremava. Di giorno i muri, per via dei telai della tessitura Miroglio che stava proprio dall'altra parte del cortile. E di notte, la colpa era della portatile di Beppe". Bianca Roagna è una donna piccola e gentile, un dunìn che dirige il Centro Studi Beppe Fenoglio, pronto a celebrare il primo marzo i cent'anni della nascita dello scrittore con un programma lungo un anno, scandito dal trascorrere delle stagioni, e per ognuna il titolo di un libro di questo gigante appartato. La quiete è solenne. Il freddo,…
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I guerrieri scendevano da quell'altura nella pioggia, dentro un paesaggio che ora è racchiuso nella mezzaluna di vetro della finestra. Una riga di colline divide il Duomo e le case dai tetti rossi. Quella di Beppe Fenoglio, sopra la macelleria in Piazza Rossetti 1, è diventata un centro studi, e naturalmente non esiste più il banco delle carni dove sostava, regnando, il gattone di mamma Margherita. "Qui tutto tremava. Di giorno i muri, per via dei telai della tessitura Miroglio che stava proprio dall'altra parte del cortile. E di notte, la colpa era della portatile di Beppe". Bianca Roagna è una donna piccola e gentile, un dunìn che dirige il Centro Studi Beppe Fenoglio, pronto a celebrare il primo marzo i cent'anni della nascita dello scrittore con un programma lungo un anno, scandito dal trascorrere delle stagioni, e per ognuna il titolo di un libro di questo gigante appartato. La quiete è solenne. Il freddo, cristallino.
Al primo piano c'è la stanza dove Fenoglio picchiettava le sue notti sull'Olivetti Studio 44, verde, pesante 6 chili, mai pulita da allora, prestata per l'occasione dalla figlia Margherita ("Ciao per sempre, Ita mia cara. Ogni mattino della tua vita, io ti saluterò..."). Fenoglio temeva di non riuscire a pagarlo, quell'arnese, come scrisse a Calvino, dunque all'Einaudi: "Ho cambiato macchina da scrivere e sono imbarazzato per la copertura della differenza".
Il tavolo è in legno nero, un po' lugubre. Uno dei mobili della festa dei vecchi Fenoglio, come la credenza nella stanza accanto. In una teca, le armi del partigiano Johnny: la carabina M1 calibro 30, americana, col legno un po' liscio e un po' corroso, e la pistola Colt 1911 calibro 45. C'è anche il dattiloscritto de La malora, neppure una correzione, perfetto dopo tanto penare: era scivolato nel sottofondo di un cassetto, l'hanno ritrovato per caso.
"Rileggo molto mio padre, i racconti specialmente e l'amatissimo Gorgo. Li tengo sul comodino". Margherita Fenoglio aveva due anni quando suo padre morì quarantenne, di cancro, all'ospedale Molinette di Torino, il 18 febbraio 1963, scrittore mastodontico e quasi del tutto postumo. Entra nell'ex macelleria e accarezza un piccolo cane bianco, i due si piacciono parecchio. È una donna alta, come papà. "La sua privazione e la sua presenza hanno battagliato nella mia vita, ma non c'è stato giorno in cui io non lo abbia pensato. Più che cercarlo l'ho trovato, l'ho sempre avuto con me". Le chiediamo di levare per un attimo la mascherina. La signora Margherita ha già capito tutto: "Ecco, vede? Sono lui. Precisa identica. Se solo papà mi avesse lasciato un nasino alla francese invece del naso dei Fenoglio, e almeno un po' del suo talento. Via, è andata così".
Saliamo in Alta Langa, l'aspra terra. Ma prima occorre uno sguardo alla cerchia delle più strette colline, dove almeno due case potrebbero essere la villa di Fulvia in Una questione privata, "Fulvia splendore", "conobbi Fulvia, seppi che era al mondo". Nel viaggio - un'ora d'automobile è più che sufficiente - larghi tratti di cammino è meglio percorrerli a piedi, nel silenzio. La potenza dei margini, in Fenoglio, è anche lo schiaffo della natura più selvatica, dove la Langa delle colline ricche e pettinate lascia spazio a boschi e noccioleti. S'incontrano, salendo, personaggi dal fascino bislacco come Remo Salcio, muratore in pensione che scolpisce le pietre del torrente Belbo e potrebbe benissimo saltar fuori da qualche racconto del parentado. "Qui un tempo era tutto un mulino, se ne contavano 23 e non restano che ruderi". Ma di più resta l'atmosfera di Fenoglio, pronunciato alla piemontese, senza la "g", dunque Fenòlio. Ogni corso d'acqua trattiene e rilascia sassi diversi per forma, consistenza e colore. Riconoscerli è una specie di linguaggio, racconta Remo nella sua cascina laboratorio quasi sul greto.
Terra di lune e di "masche", di streghe. Elias Canetti la definisce la commozione dei nomi che raccontano i luoghi, ed è un sentimento forte che prende solo a ripeterli. Quelli fenogliani si chiamano Murazzano, Castino, Belvedere, Cravanzana, Roddino, Benevello, Treiso, Mango, Valdivilla, Neive, Bosia, Mombarcaro, Monforte, Bossolasco, San Benedetto. Oppure la collina di Canelli, dove Milton cattura il suo inutile tedesco nella speranza di scambiarlo con una verità impossibile, quanto la gelosia è insanabile. Ci siamo appena passati, e non c'era anima viva. Le viti sono già state potate e dominano l'inverno, immobili, appena un ramo per ciascuna a dondolare nel vento leggerissimo. È tutto un grande altrove. Colline di battaglie partigiane e miseria nera. Ritrosia e fierezza. Beppe si vergognava del suo nasone e della balbuzie, lui si vedeva così brutto.
Nuvole. Saliamo a Bossolasco, dove Fenoglio trascorse l'ultimo tratto della vita nell'illusione di guarire. L'albergo Bellavista, sulla piazzetta della chiesa, c'è ancora, ma le sue sette finestre sulla facciata celeste sono chiuse da tanto tempo. Questo è il paese delle rose. Nella bella stagione si arrampicano nel contorno di ogni porta aperta sullo stradone. La via si snoda da Castino, dove il giallo e lungo fianco della cascina Pavaglione è ancora quello della Malora, e di quel padre che si pigliava la sua prima acqua sottoterra. Verso il Bricco dell'Allodola non mancano strapiombi e tratti in cresta, è l'alto delle colline dove il fotografo Aldo Agnelli fissò Fenoglio in una serie di memorabili scatti, lo scrittore quasi sempre in giacca e camicia bianca, a volte sorridente, altre volte pensieroso con quello sguardo butterato e ironico. La strafottenza dei timidi. L'epica, l'elegante asciuttezza. "Ai lati della bocca due forti pieghe amare, e la fronte profondamente incisa per l'abitudine di stare quasi di continuo aggrottato".
La piccola piazza di San Benedetto Belbo è il luogo dove tutto cominciò. Qui Beppe, bambino di città, veniva a trascorrere le vacanze estive nella casa degli zii paterni e nutrì la sua memoria del materiale che sarebbe confluito nei racconti. Sulla panca di pietra vicino alla "censa" di Placido Canonica (la "censa" è la tabaccheria con drogheria e vendita di alimentari, il negozio-mondo di paese), Fenoglio in un sol giorno scrisse Un giorno di fuoco, l'Olivetti appoggiata alle ginocchia, lo sguardo verso il passo della Bossola. Ora la vecchia bottega è chiusa, ma dentro c'è una lampadina accesa. Da angolo ad angolo di pietra, contiamo dodici passi. Scendiamo a Belbo. "Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io lo capii, che avevo nove anni ed ero l'ultimo". Quel narrare drammatico e ondoso. Dalla corrente sale un filo di nebbia, "un'ovatta assestata, immota".
L'acqua è debole come il vento, adesso, ma la scena del bambino che cerca di impedire al padre di affogarsi è ancora qui in azione. Pare di vederli, il figlio inerme ma deciso, il padre scoperto e infine arreso, poi il loro ritorno in cascina con quel tenerissimo solletico dietro il collo. Ma è tempo di andare, perché a Trezzo Tinella ci attende Onorina Fenocchio che farà 98 anni a luglio, la Norina che crebbe con Beppe quand'erano bambini. "Lui era tanto curioso e vivace". La mamma di Norina si chiamava Pierina e aveva un forno, a Trezzo. "Ogni due settimane compariva Beppe col moschetto a tracolla, tutto sporco e bagnato.
Noi lo chiamavamo il partigiano solitario. La mia mamma gli metteva a cuocere due uova perché altro non avevamo, e nemmeno vestiti da uomini avevamo, dal momento che il papà era morto e i fratelli erano prigionieri in Africa. Beppe si levava i calzini e li metteva ad asciugare sulla stufa, poi chiedeva una stecca di Nazionali. Aveva una bellissima voce intonata, e noi una fifa a novanta perché in quei momenti si rischiava la vita e la casa, ma lasciar fuori il partigiano non si poteva. Quando Beppe era un bambino, mia mamma lo caricava sul carretto ad Alba e lo portava a rimanere con noi una settimana. Non potevamo certo capire la sua grandezza, ma che fosse una testa fina nessun dubbio. Dopo la guerra veniva a trovarci la domenica per colazione, un pomodoro nell'olio, un po' di pane e toma, due acciughe al verde. Aveva sempre un pezzo di carta in tasca e un mozzicone di matita, e prendeva appunti. Stava parecchio zitto, ma quando parlava era un incanto. Balbettava? Oh, solo con gli estranei, se si agitava. Con noi era tranquillo, era la felicità perfetta".