Bulgakov e lo spirito libero ucraino su cui si allunga l'ombra di Putin
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniAl numero 13 di Andrijvskij Uviz, una deliziosa strada di ciottoli in pendio tra la città alta e la città bassa, nel quartiere soprannominato "la Montmartre di Kiev", sorge una casa di due piani dai muri giallo ocra, tipico colore dell'Europa nord-orientale che si sposa alla perfezione con la neve e il cielo spesso opalescente di quelle latitudini.
È l'abitazione in cui nacque e visse i primi trent'anni della sua vita Michail Bulgakov, l'autore del capolavoro Il maestro e Margherita e di altri straordinari romanzi, pubblicati per lo più postumi in Unione Sovietica, messi al bando dal Cremlino che li giudicava correttamente per quel che erano: un'amara e a tratti feroce satira del comunismo.
Trasformata in museo nel 1991, l'anno del crollo dell'Urss e dell'indipendenza dell'Ucraina, oltre che il centesimo anniversario della nascita di Bulgakov, la palazzina della "Discesa Andrijvskij" conserva l'a…
Al numero 13 di Andrijvskij Uviz, una deliziosa strada di ciottoli in pendio tra la città alta e la città bassa, nel quartiere soprannominato "la Montmartre di Kiev", sorge una casa di due piani dai muri giallo ocra, tipico colore dell'Europa nord-orientale che si sposa alla perfezione con la neve e il cielo spesso opalescente di quelle latitudini.
È l'abitazione in cui nacque e visse i primi trent'anni della sua vita Michail Bulgakov, l'autore del capolavoro Il maestro e Margherita e di altri straordinari romanzi, pubblicati per lo più postumi in Unione Sovietica, messi al bando dal Cremlino che li giudicava correttamente per quel che erano: un'amara e a tratti feroce satira del comunismo.
Trasformata in museo nel 1991, l'anno del crollo dell'Urss e dell'indipendenza dell'Ucraina, oltre che il centesimo anniversario della nascita di Bulgakov, la palazzina della "Discesa Andrijvskij" conserva l'arredamento dell'epoca, manoscritti e lettere autografe, riferimenti alle sue opere e alla sua vita. Il conflitto in corso con la Russia, che tiene in questi giorni il mondo con il fiato sospeso per la minaccia di trasformarsi in completa invasione, ha fatto capolino anche lì. Nel 2014, quando Mosca strappò all'Ucraina la Crimea e la regione mineraria del Donbass, qualcuno affisse all'ingresso il seguente cartello: "Tutti coloro che appoggiano l'occupazione militare del nostro Paese sono scoraggiati dal visitare il museo".
Può sembrare paradossale che i difensori della sovranità ucraina si siano appropriati di uno dei maestri della letteratura russa per farne un simbolo della resistenza alla Russia. Ma la biografia e i libri di Bulgakov rivelano che la scelta non è sbagliata. Pur essendo di etnia russa e scrivendo in russo, il giovane Michail Afanasevic si schiera contro il regime succeduto all'impero zarista dopo la rivoluzione bolscevica del 1917. Nella guerra civile tra rossi e bianchi, ricordata a Kiev come la "guerra civile ucraina" perché l'Ucraina ne rimane a lungo l'epicentro, viene arruolato come medico militare nell'Esercito del Popolo Ucraino, una formazione di volontari ed ex-ufficiali dell'esercito zarista, nel quale combattono con le armi in pugno anche due dei suoi fratelli. Al termine della guerra, tutta la sua famiglia emigra a Parigi: non li rivedrà mai più. Il governo francese, che appoggia i bianchi, invita anche lui a emigrare, ma Bulgakov si ammala di tifo e non può partire. Poi le frontiere si chiudono.
Abbandonata la medicina e trasferitosi a Mosca, Michail si dedica al giornalismo, al teatro e alla narrativa, le passioni che coltivava fin da ragazzo. La genialità e l'originalità dei suoi scritti lo segnala subito come un fenomeno. Ma le sue commedie e i suoi libri hanno alterna fortuna. Inizialmente pare che Stalin stesso trovi divertente una sua rappresentazione teatrale, tanto da andarla a vedere quindici volte. Forse il dittatore non ne comprende subito lo spirito. Ben presto però cala la mannaia della censura, che bolla i suoi primi lavori come "una glorificazione dei generali bianchi e dell'emigrazione".
A un certo punto Bulgakov è talmente disperato da presentare domanda di espatrio, scrivendo perfino una lettera personale a Stalin. Il quale, secondo una ricostruzione non del tutto verificata, una notte gli telefona: "E' vero che lei vuole lasciare la Russia?" gli domanda in tono inquisitore. Come che sia, il permesso non viene approvato. Quando Bulgakov muore, nel 1940, ad appena 49 anni per la stessa grave malattia ai reni di cui aveva sofferto il padre, è uno scrittore in disgrazia.
Nel cimitero monumentale moscovita di Novodievich, dove sono andato tanto volte a visitare la sua tomba, enormi statue di stile sovietico celebrano accademici, generali, cosmonauti che non hanno lasciato alcuna vera traccia su questa terra: per un gigante come lui c'è soltanto una piccola semplice pietra, con nome, cognome e due date. Lì vicino, in una fossa altrettanto semplice, giace un altro gigante, Anton Cechov. Il maestro e Margherita, il romanzo lirico e filosofico che Bulgakov scrive e riscrive fino all'ultimo giorno di vita, verrà pubblicato solo nel 1966, dopo la destalinizzazione e grazie al "disgelo" krusceviano.
In Cuore di cane, Bulgakov prendeva di mira la stupidità dei commissari bolscevichi che requisiscono la casa di un agiato professionista per trasformarla in kommunalka, un appartamento in coabitazione: una metafora di che fine farà l'Homo Sovieticus, l'Uomo Nuovo idolatrato dal comunismo.
La guardia bianca, che riflette le sue esperienze al fronte durante la guerra civile, contiene citazioni che andrebbero bene anche per la crisi attuale. Come questa: "Tutto passa. Le sofferenze, i tormenti, il sangue, la fame e la pestilenza. La spada sparirà, e le stelle invece rimarranno, quando anche le ombre dei nostri corpi e delle nostre azioni più non saranno sulla terra. Le stelle rimarranno allo stesso modo immutabili, allo stesso modo scintillanti e meravigliose. Non esiste uomo sulla terra che non lo sappia. Perché allora non vogliamo la pace?".
E nel romanzo che lo ha reso immortale, Il maestro e Margherita, è difficile non intravedere dietro il personaggio di Woland non solo Satana, ma la sagoma di Stalin o l'immagine del comunismo fatto persona, essenza malefica che non si può distruggere ma a cui bisogna lo stesso resistere. "Che cosa sarebbe il tuo bene se non ci fosse il male", scrive Bulgakov, "e come apparirebbe la terra se non ci fossero le ombre?": parole su cui riflettere, mentre l'ombra di Putin si allunga fino alla casa al numero 13 della "Discesa Andrijvskij", nella Montmartre di Kiev.