Cari ragazzi, leggete Pier Paolo Pasolini per davvero
di Paolo Di Paolo , di Paolo Di PaoloÈ bene sapere, intanto, che a un secolo dalla nascita Pasolini è diventato un hashtag. Non passa giorno senza che qualcuno, sui social, lo evochi. Di solito, per rimpiangerlo. L'espressione più frequente è "Ci vorrebbe Pasolini". Anche sulla guerra in Ucraina, ieri, qualcuno ha postato una sua frase sulla guerra. E l'altroieri, con incongrua nostalgia, qualcuno l'ha scomodato sulla presunta "strategia della disinformazione".
Ci vorrebbe Pasolini, ci manca Pasolini, lo diceva Pasolini, leggiti Pasolini. Non c'è altro scrittore del '900 italiano a cui sia toccata una sorte simile: il suo volto si presta ai murales e perfino alle t-shirt. Chiamarlo in causa viene così naturale che hanno fatto bene i Selton, un gruppo folk rock brasiliano residente a Milano, a dedicargli una canzone che nel ritornello ripete per cinquanta volte la parola "Pasolini". Con una premessa: "Per tutti quel…
È bene sapere, intanto, che a un secolo dalla nascita Pasolini è diventato un hashtag. Non passa giorno senza che qualcuno, sui social, lo evochi. Di solito, per rimpiangerlo. L'espressione più frequente è "Ci vorrebbe Pasolini". Anche sulla guerra in Ucraina, ieri, qualcuno ha postato una sua frase sulla guerra. E l'altroieri, con incongrua nostalgia, qualcuno l'ha scomodato sulla presunta "strategia della disinformazione".
Ci vorrebbe Pasolini, ci manca Pasolini, lo diceva Pasolini, leggiti Pasolini. Non c'è altro scrittore del '900 italiano a cui sia toccata una sorte simile: il suo volto si presta ai murales e perfino alle t-shirt. Chiamarlo in causa viene così naturale che hanno fatto bene i Selton, un gruppo folk rock brasiliano residente a Milano, a dedicargli una canzone che nel ritornello ripete per cinquanta volte la parola "Pasolini". Con una premessa: "Per tutti quelli che pensano che questo pezzo sia privo di contenuto". E i Pinguini Tattici Nucleari cantano, per l'appunto, "Vorrei vedere Pasolini in prima serata su Italia Uno". Ma forse non sanno che Pasolini in televisione ci andava, salvo avvertire il suo interlocutore (Enzo Biagi, mettiamo) che si sarebbe auto-censurato. Biagi chiedeva perché, un po' preoccupato; Pasolini rispondeva che dire davvero e fino in fondo ciò che pensava sarebbe stato letteralmente impossibile.
I pasoliniani, dopo la sua morte violenta, hanno alimentato un culto che, pur tenendo viva l'icona, ha neutralizzato lo scandalo. Lo scandalo della contraddizione, della provocazione che - quando realmente accolta - rende quasi impossibile una dialettica, una replica. A chi ha vent'anni nell'anno di questo centenario direi soprattutto di diffidare del racconto dominante, di non assorbirlo nemmeno se passa da quei siti web giovanilisti e chic che pretendono di dirti "cosa aveva capito Pasolini della nostra società consumista". Sono articoli buoni per i like di chi è convinto, ancora una volta, di sentire la mancanza di Pasolini.
E se partissimo dal numero dei processi che ha subìto? Oscenità, diffamazione, perfino rapina a mano armata. E se un istante dopo essercene sorpresi - quindi sul punto di attaccare con l'apologia del martire - leggessimo i suoi articoli anti-abortisti o anti-femministi? I suoi sostenitori tardivi e un po' incoscienti rischierebbero di restare senza fiato di fronte a posizioni pubbliche che non sfiorano nemmeno da lontano i parametri del politicamente corretto dato per acquisito.
Leggere davvero Pasolini significa correre il rischio di farsi prendere a schiaffi proprio nel momento in cui ci aspetta di trovare conferme, il rischio di farsi smascherare "le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni". Si corre il rischio di trovarsi dalla parte del torto credendo di essere da quella della ragione. Ti manca Pasolini quando, che so, cerchi un avallo allo slancio qualunquista dell'anti-politica e dell'anti-istituzione? Bene. E lui invece ti dice che le istituzioni sono commoventi. Non basta. Per cos'altro si può morire, può avere senso morire - si domanda - se non per una istituzione?
A chi ha vent'anni in questo anno del centenario direi di non accontentarsi della vulgata; di inoltrarsi in uno spazio - lo spazio che Pasolini ha creato intorno a sé stesso con una impressionante sequenza di gesti - come in un'avventura della mente (e del corpo) in cui tutte le certezze, una per una, sono messe in discussione. Niente può confortarti. Non sarai mai, come lettore, blandito. Mai assecondato nella tua legittima tentazione conformista. Non sarai mai rassicurato.
Per questo non può mancarti, non può mancarci Pasolini: perché agli scrittori chiediamo praticamente solo questo, di essere rassicurati. Se lui avesse voce, perfino centenario, lascerebbe disorientato e atterrito anche l'estensore del post celebrativo. E non può mancarci forse per un'altra ragione: perché prima che uno scrittore, come disse Moravia al funerale, battendo i pugni, era un poeta. "E di poeti ne nascono tre o quattro in un secolo".
Aggiunse, con una lucidità che oggi risulta inoppugnabile: "Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta". Dietro quella parola, in apparenza generica, vaga, perché tale è diventata, c'è invece una sconcertante esattezza. Tutto ciò che Pasolini ha fatto nei suoi cinquantatré anni di vita è riconducibile alla potenza di un gesto poetico. È un poeta che scrive articoli di giornali. È poeta nel fiotto di luce estiva che afferra con la macchina da presa o con lo spirito del narratore realista, è poeta anche nelle pagine irrisolte, sciatte, abbozzate. È poeta nelle intenzioni, nella prospettiva, nel dolore sordo, nella chiaroveggenza, e soprattutto nell'incoerenza.
Per questo la cosa più bella che si potesse dire di lui l'ha scritta un poeta suo coetaneo, Zanzotto, raccontando di quando si incontravano ragazzi in una stazione in mezzo ai campi tra Sacile e Conegliano. Io, dice Zanzotto, "fermo, impiastricciato nei versi", tu "dappertutto con la tua passione di tutto": "Sei rimasto là col tuo coraggio, / dove più delira l'Italia. / Ah, scusami, se ora non so darti / altro che questo borbottio, da vecchio ormai... / È solo un povero sforzo, tremore, / per ricucire, riconnettere in qualche modo / - per un momento solo, per salutarti - / quello che hanno fatto delle tue ossa e del tuo cuore".