Jason, il sopravvissuto
di Antonio Monda , di Antonio MondaMi chiamo Jason, e il mio cognome non ha importanza da quando ho cominciato a vivere nelle stazioni della metropolitana.
Il mio cognome non ha avuto importanza neanche quando sono stato intervistato da tutte le televisioni, perché la notte del 10 settembre 2011 ho dormito nella stazione del World Trade Center e la mattina dopo sono stato svegliato dall’esplosione del primo aereo: un boato sanguinario che non poteva essere un tuono.
Quel giorno mi hanno intervistato scrivendo solo “Jason, sopravvissuto” e mi hanno chiesto tutti di ripetere la stessa storia: “Ho capito subito che era qualcosa di terribile: sono uscito di corsa mentre la stazione tremava e mi sono allontanato di qualche isolato. Da lì ho visto il secondo aereo colpire l’altra torre.”
Nessuno mi ha offerto un dollaro, su queste cose non si specula, mi ha detto una producer, ma lei intanto riempiva il suo servizio con le mie dichiarazioni. Era eccitata all’idea di …
Mi chiamo Jason, e il mio cognome non ha importanza da quando ho cominciato a vivere nelle stazioni della metropolitana.
Il mio cognome non ha avuto importanza neanche quando sono stato intervistato da tutte le televisioni, perché la notte del 10 settembre 2011 ho dormito nella stazione del World Trade Center e la mattina dopo sono stato svegliato dall’esplosione del primo aereo: un boato sanguinario che non poteva essere un tuono.
Quel giorno mi hanno intervistato scrivendo solo “Jason, sopravvissuto” e mi hanno chiesto tutti di ripetere la stessa storia: “Ho capito subito che era qualcosa di terribile: sono uscito di corsa mentre la stazione tremava e mi sono allontanato di qualche isolato. Da lì ho visto il secondo aereo colpire l’altra torre.”
Nessuno mi ha offerto un dollaro, su queste cose non si specula, mi ha detto una producer, ma lei intanto riempiva il suo servizio con le mie dichiarazioni. Era eccitata all’idea di avere la testimonianza di un senzatetto. Ero perfetto, diceva.
Alla terza intervista ho cominciato ad annoiarmi, ed ho arricchito il racconto con dettaglio che è piaciuto molto: “Ho visto l’aereo entrare nel grattacielo come un coltello nel burro”. Ho anche mimato il gesto, mentre raccontavo in un crescendo: “la torre è esplosa in un mare di fiamme, e le persone rimaste intrappolate hanno cominciato a lanciarsi nel vuoto”.
Anche in questo caso ho mimato il loro gesto disperato, ma poi ho assunto un’aria tragica quando ho detto: “le torri sono venute giù”. Nell’ultima intervista ho aggiunto “Come quelle di Babilonia”, ma era una frase che avevo sentito da un altro sopravvissuto, e quando l’ho pronunciata l’intervistatore mi ha guardato male.
Forse era l’orrore per quello che avevo visto, o l’enormità dello shock, ma quella sera non riuscivo a provare niente, e quando sono tornato a dormire nel mio letto di cartone mi sono chiesto se valesse la pena avere un ufficio nel grattacielo più alto di New York, se poi quel palazzo viene raso al suolo e tu sei costretto a lanciarti dalle finestre.
Da quel giorno nessuno mi ha più cercato, ed ho ricominciato la mia vita di sempre. Alcuni dei miei compagni mi chiamano Jason, il sopravvissuto, ma sanno che non mi fa piacere.
Qui sull’ottava strada sono diventato amico del bigliettaio, e non c’è sera che non facciamo due chiacchiere. È un tipo simpatico, che voleva fare il medico, ma quando sono morti i genitori ha dovuto trovare subito un lavoro e da lì non si è mai più mosso. Ha un problema di alcool, ed ha rischiato di essere licenziato almeno due volte. Ma quando non ci vede nessuno ci facciamo una birra insieme.
Lui quella mattina era sul battello che arriva da Staten Island: ha visto gli attacchi dal mare, ma nessuno l’ha intervistato, ed è un peccato perché il suo punto di vista era ancora più spettacolare.
Ora che ci penso non so neanche il suo nome, eppure per me è importante.
Una volta ci siamo chiesti se sia andata meglio a noi o alle persone morte nella torre. Ma eravamo entrambi ubriachi.