E così, alla fine Putin ha preso la decisione.
Al termine di un consiglio grottesco in cui rampognava i suoi sgherri come in un cattivo film di Lubitsch, ha riconosciuto l’indipendenza delle entità separatiste del Donbass.
Ed ecco l’Occidente vilipeso, l’Ucraina smembrata, le bombe che piovono su Kiev e milioni di donne e di uomini che si battevano da otto anni per costruire una società libera, democratica, aperta, consegnati a dei sicari.
Davanti alle desolanti tergiversazioni dell’Occidente, davanti a tanta ignavia autoinflitta e di fronte allo sconforto senza limiti degli ucraini abbandonati al loro destino, voglio rammentare le seguenti cose.
1. La Russia non ha nessun diritto sull’Ucraina. Nessuno. Non quello di amputarla del suo territorio oggi e nemmeno quello di dettarle domani con chi debba allearsi. Certo, la geopolitica è una questione di rapporti di forza. Ma il diritto resta il diritto. E dice che i popoli non son…
E così, alla fine Putin ha preso la decisione.
Al termine di un consiglio grottesco in cui rampognava i suoi sgherri come in un cattivo film di Lubitsch, ha riconosciuto l’indipendenza delle entità separatiste del Donbass.
Ed ecco l’Occidente vilipeso, l’Ucraina smembrata, le bombe che piovono su Kiev e milioni di donne e di uomini che si battevano da otto anni per costruire una società libera, democratica, aperta, consegnati a dei sicari.
Davanti alle desolanti tergiversazioni dell’Occidente, davanti a tanta ignavia autoinflitta e di fronte allo sconforto senza limiti degli ucraini abbandonati al loro destino, voglio rammentare le seguenti cose.
1. La Russia non ha nessun diritto sull’Ucraina. Nessuno. Non quello di amputarla del suo territorio oggi e nemmeno quello di dettarle domani con chi debba allearsi. Certo, la geopolitica è una questione di rapporti di forza. Ma il diritto resta il diritto. E dice che i popoli non sono pedine di cui un dittatore imperialista e sanguinario possa disporre a suo piacimento. E dice che gli Stati Uniti e la Russia si impegnarono, nel 1994, quando l’Ucraina rinunciò ai suoi arsenali nucleari, a garantire la sua sicurezza. Putin, invadendola, ha tradito la parola della Russia. Ha rivelato il suo vero volto. Si è messo al bando dal consesso delle nazioni.
2. L’Ucraina, è vero, ha una storia comune con la Russia. Ma è la storia di una colonizzazione. Poi quella, sotto i bolscevichi, della strategia della «scopa di ferro», per sbarazzare Odessa dai suoi anarchici. Poi, con Stalin, l’Holodomor, lo sterminio per fame, che fece tra i 5 e i 6 milioni di vittime. Il resto, la cattiva letteratura sulla presenta «fratellanza» dei popoli slavi, la favola di quel «Rus’ di Kiev», che sarebbe stato, nel IX secolo, la culla di una Russia che ancora non esisteva, appartiene alla propaganda. O Putin lo sa e fa il finto tonto, oppure lo ignora e allora bisogna fargli leggere senza indugio Vasilij Grossman, L’armata a cavallo di Isaak Babel’ o, più recentemente, La grande carestia: la guerra di Stalin all’Ucraina di Anne Applebaum. Quanto a noi occidentali, avevamo un dovere, uno soltanto, a cui, come in Afghanistan, come in Kurdistan, come ovunque, siamo venuti meno: aiutare l’Ucraina a tranciare questo legame di soggezione, di sventura, di morte.
3. Putin, con i suoi carri armati, i suoi cannoni, i suoi aerei, aveva un obbiettivo. Uno solo. Mettere l’Ucraina in ginocchio. E spezzare la spinta democratica impressa otto anni fa dal popolo di cittadini liberi radunati sulla piazza Majdan di Kiev. Aveva un mezzo per farlo: la calunnia, l’offesa, la trasformazione in fascisti dei ragazzi, quasi dei bambini, che a piazza Majdan morirono stringendo fra le braccia la bandiera stellata dell’Europa. E ne aveva un altro: l’organizzazione, che non sta in piedi, di un appello all’amico russo per fermare un presunto genocidio; l’invio di un’armata potentissima incaricata di distruggere e di uccidere; e poi, ben presto, un’occupazione in stile Praga o Budapest. Ha fatto entrambe le cose. Ha polverizzato un Paese grande e libero. È un crimine storico contro l’Ucraina e un attacco frontale contro l’Europa.
4. Si sente dire: i diplomatici, un giorno o l’altro, dovranno rientrare in scena e aiutare il pazzo a calmarsi, a uscire dalla sua bolla, a salvare la faccia e l’onore. Forse. Non lo so. Ma una cosa è certa. Non bisogna invertire i ruoli e dimenticare che è lui, Putin, e lui soltanto, ad aver infranto il tabù della guerra in Europa, ad aver fatto aleggiare lo spettro della guerra nucleare, ad aver creato il caos e l’angoscia. Bisognerà tenere a mente che è l’Ucraina, e l’Ucraina soltanto, che bisognava, e bisogna ancora, salvare da una distruzione annunciata e atroce. E anche se le cose si fermassero qui, anche se l’orco russo si accontentasse di assorbire la sua preda ucraina e anche se prevalesse dalle nostre parti, come a Monaco, il «codardo sollievo», sarà opportuno non perdere di vista il modo in cui i piromani di Mosca, dallo scorso dicembre, ben prima degli avvenimenti attuali, abbiano evocato un’Europa «teatro di uno scontro militare» di vasta portata (Alexander Grushko, viceministro russo degli Affari esteri), brandito la minaccia di un attacco nucleare «preventivo» come quelli che vengono minacciati contro l’Iran (Andrey Kartapolov, presidente della commissione Difesa della Duma), permesso a dei mezzi di informazione vicini al regime (la Svobodnaya Pressa) di sostenere a gran voce che la Russia, in caso di allargamento della Nato, vetrificherebbe «in trenta minuti tutta l’Europa e i due terzi degli Stati Uniti». Queste dichiarazioni inaudite, senza precedenti, documentate, nessun compromesso di pace dovrà mai cancellarle. Oppure sarà la pace di Monaco.
5. Significa che non bisognava tenere minimamente in considerazione la sensazione che ha la Russia, come dicono i vari Le Pen, Zemmour e Mélenchon, di essere accerchiata, maltrattata, umiliata? Io penso, in realtà, che questa umiliazione sia un mito. Mi ricordo che la Nato, fin dal 1994, proponeva alla Russia un «Partenariato per la pace». Che la Russia fu invitata a entrare nel Consiglio d’Europa e nel G7. Mi ricordo del Consiglio Nato-Russia, creato, da pari a pari, nel 2002. Poi di Obama che nel luglio del 2009 andò a Mosca per offrire un reset generalizzato. E poi dell’autolimitazione, fino a Trump e Biden inclusi, del numero e della portata delle armi americane dispiegate sul continente (e questo nel momento stesso in cui la Russia violava i suoi stessi impegni). Non vedo altri esempi di un impero decaduto che abbia beneficiato di tante premure. E credo che la leggenda dell’umiliazione russa, coltivata da qualche stipendiato della Gazprom e della Rosneft, sia l’ultimo tranello in cui dobbiamo evitare di cadere.
Ecco quali avrebbero dovuto essere le nostre ultime linee rosse, politiche e morali.
Superate quelle, cominciava il regno di una diplomazia che, come nell’etimologia del termine, consiste nel vivere «piegati in due» di fronte alla forza.
E poiché le stesse cause producono gli stessi effetti, è il terribile Novecento che ritorna.
Ci siamo arrivati.
(Traduzione di Fabio Galimberti)