Jan Brokken: "Salviamo le povere anime ucraine"
di Enrico Franceschini , di Enrico Franceschini«Putin è ormai diventato come uno zar, come Stalin. Sembra impazzito. Le sanzioni sono troppo poco, una reazione militare sarebbe troppo rischiosa, ma c’è un’altra cosa che l’Occidente può fare: mettere all’indice il presidente russo, non fidarsi mai più di lui, non dargli mai più un palcoscenico internazionale». È il parere di Jan Brokken, lo scrittore olandese che nei suoi libri, da Anime baltiche a Bagliori a San Pietroburgo fino a Il giardino dei cosacchi (tutti pubblicati in Italia da Iperborea), ha raccontato la Russia come se ci fosse nato. E che ora assiste con sgomento a quanto sta accadendo in Ucraina.
Se l’aspettava, Brokken?
«Per niente. Ho sempre pensato che Putin bleffasse: sono vent’anni che si comporta come un pokerista che gioca d’azzardo. È vero che aveva attaccato la Georgia e annesso l’Ucraina, ma questo è un passo più rischioso per la R…
«Putin è ormai diventato come uno zar, come Stalin. Sembra impazzito. Le sanzioni sono troppo poco, una reazione militare sarebbe troppo rischiosa, ma c’è un’altra cosa che l’Occidente può fare: mettere all’indice il presidente russo, non fidarsi mai più di lui, non dargli mai più un palcoscenico internazionale». È il parere di Jan Brokken, lo scrittore olandese che nei suoi libri, da Anime baltiche a Bagliori a San Pietroburgo fino a Il giardino dei cosacchi (tutti pubblicati in Italia da Iperborea), ha raccontato la Russia come se ci fosse nato. E che ora assiste con sgomento a quanto sta accadendo in Ucraina.
Se l’aspettava, Brokken?
«Per niente. Ho sempre pensato che Putin bleffasse: sono vent’anni che si comporta come un pokerista che gioca d’azzardo. È vero che aveva attaccato la Georgia e annesso l’Ucraina, ma questo è un passo più rischioso per la Russia, crea una situazione di guerra in Europa. Credevo che si sarebbe limitato a controllare i territori già de facto sotto il tallone di Mosca da sette anni, Donetsk e Lugansk. Invece sta lanciando missili su Kiev e sull’Ucraina meridionale. Una scelta vergognosa, criminale».
Come se lo spiega?
«Ho sentito ripetere da amici nel Baltico la stessa spiegazione che mi pare abbia offerto il presidente francese Macron: Putin è impazzito».
È molto diverso dal Putin che diventò presidente nel 1999.
«Il Putin del 2000 apriva all’Occidente, voleva perfino aderire alla Nato. Il Putin del 2010 ha cominciato a prestare più attenzione all’Oriente, al modello cinese. Il Putin di oggi esibisce la paranoia e la ferocia di uno zar o di Stalin. Certo, in lui c’è sempre stata la nostalgia dell’Unione Sovietica. Ma negli ultimi due anni di isolamento per la pandemia, chiuso nella sua dacia o al Cremlino dietro un tavolo ridicolmente lungo, si è completamente isolato, è diventato preda di un delirio di onnipotenza».
Lei ha scritto libri sul Baltico, sono paesi che conosce molto bene: come stanno reagendo all’invasione dell’Ucraina?
«Hanno molta paura. Anche in Lituania, Lettonia ed Estonia c’è una minoranza della popolazione di etnia e lingua russa. Una minoranza che da un momento all’altro può dare a Putin la scusa per intervenire anche lì sostenendo che deve proteggerli e che appartengono alla Russia, come è accaduto in Ucraina».
Una differenza è che i tre paesi baltici sono nella Nato: se la Russia li attaccasse, l’Alleanza atlantica risponderebbe militarmente.
«E così potrebbe cominciare la terza guerra mondiale. Per questo molti osservatori tendono a escludere che Putin attaccherebbe anche il Baltico. Ma da un uomo come lui ci si può aspettare di tutto. Un leader che giustifica l’invasione sostenendo la necessità di denazificare l’Ucraina deve essere davvero pazzo».
«Se uno chiede ai russi, vi diranno che Kiev è la culla della Russia, la Russia è nata lì nel 988 fondata dal principe Vladimir. Ma questo accadde più di mille anni fa. Dopo di allora l’Ucraina è stata spartita per secoli dai mongoli di Genghis Khan, dalla Polonia, dalla Lituania, dall’Austria, dall’Impero ottomano e infine da quello zarista russo, di cui è diventata erede l’Urss comunista. Nonostante i tentativi di russificazione, un’identità e una lingua ucraina sono sempre sopravvissute. E nel 1991, al crollo dell’Urss, l’Ucraina ha scelto a stragrande maggioranza con un referendum di diventare indipendente. Non si può riscrivere la storia né ritornare indietro, come vorrebbe Putin».
Lei sostiene nei suoi libri che la Russia non è mai stata democratica.
«A parte brevi periodi, fra il crollo dello zarismo e la rivoluzione bolscevica, poi nei primi anni dopo il crollo del comunismo, è sempre stata un sistema totalitario. Per mille anni sotto gli zar. Per settant’anni sotto il comunismo. E ormai da un ventennio sotto Putin con il suo populismo avvolto nel patriottismo».
Ma crede che i russi anelino alla democrazia come tutti gli altri popoli?
«Ne sono profondamente convinto. Sotto gli zar come sotto il comunismo come oggi sotto Putin, ci sono sempre stati i dissidenti, c’è sempre stata una vivace intellighenzia che si opponeva alla dittatura. E anche il popolo protesta, come abbiamo visto nei giorni scorsi in tutta la Russia. Il Cremlino manipola i media tradizionali e i social media per avere un controllo quasi totale della società. Ma i dissidenti non si arrendono. Lo zar mandò Dostoevskij per dieci anni in un lager in Siberia. Come fa oggi Putin con Navalny e chiunque gli si oppone».
Pensa che Putin vincerà o perderà questa guerra?
«Potrebbe vincere una battaglia e perdere la guerra. Io credo che Putin stia facendo un grosso errore. In Russia nessuno desidera una guerra contro un popolo slavo fratello come quello ucraino. Alla lunga questa avventura gli si rivolterà contro».
E cosa dovrebbe fare l’Occidente?
«Punirlo con severe sanzioni, ma raramente le sanzioni da sole bastano a ottenere risultati. Tuttavia una risposta d’altro genere, cioè militare, rischia di scatenare un conflitto apocalittico e Putin direbbe: avete visto, avevo ragione, era l’Occidente che voleva attaccarci! Ma c’è una cosa che le democrazie occidentali e l’Onu potrebbero e dovrebbero fare: mettere Putin all’indice. Non avere più nulla a che fare con lui. Non fidarsi mai più di quest’uomo, non offrirgli mai più un summit o un palcoscenico internazionale».