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Caro Pasolini mi hai insegnato a essere libero

Pier Paolo Pasolini con la madre Susanna Colussi 

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Cento anni fa nasceva a Bologna uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento. Il ricordo di un “allievo”  che lo racconta in un breve saggio appena uscito in libreria
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Ho incontrato il testo di Pasolini dopo aver incontrato da ragazzo il suo corpo morto, ferocemente assassinato. 
Per la mia generazione Pasolini è stato sinonimo di anticonformismo, libertà intellettuale, pensiero critico. Il personaggio pubblico, il divo, l’intellettuale, il poeta, l’omosessuale appariva fuori dagli schemi, introverso e inassimilabile al pensiero dominante. Era sufficiente quello per provocare nelle nuove generazioni simpatia spontanea e ammirazione, che spesso però prescindevano dalla conoscenza della sua opera. 

Era un’empatia fisica, emotiva, viscerale. Per questa ragione la sua morte appariva ai nostri occhi come un attentato alla nostra stessa libertà, alla libertà senza argini della nostra giovinezza. Il corpo straziato di Pasolini fu una scossa. Per i più giovani che come me si stavano affacciando ai conflitti della politica e che sarebbero stati, da lì a 10 breve, tra i protagonisti…

Ho incontrato il testo di Pasolini dopo aver incontrato da ragazzo il suo corpo morto, ferocemente assassinato. 
Per la mia generazione Pasolini è stato sinonimo di anticonformismo, libertà intellettuale, pensiero critico. Il personaggio pubblico, il divo, l’intellettuale, il poeta, l’omosessuale appariva fuori dagli schemi, introverso e inassimilabile al pensiero dominante. Era sufficiente quello per provocare nelle nuove generazioni simpatia spontanea e ammirazione, che spesso però prescindevano dalla conoscenza della sua opera. 

Era un’empatia fisica, emotiva, viscerale. Per questa ragione la sua morte appariva ai nostri occhi come un attentato alla nostra stessa libertà, alla libertà senza argini della nostra giovinezza. Il corpo straziato di Pasolini fu una scossa. Per i più giovani che come me si stavano affacciando ai conflitti della politica e che sarebbero stati, da lì a 10 breve, tra i protagonisti del movimento del ’77, questa scossa ebbe l’effetto di un’autentica testimonianza: era possibile mettere il proprio corpo e la propria vita nella lotta per una società più giusta. 

La lettura di Pasolini avvenne solo dopo la sua morte e, molto probabilmente, anche a causa di quella morte. Nel 1978 gli dedicai la mia tesi di maturità intitolata “Popolo e religione nell’opera di Pasolini”. Allora mi ero focalizzato sulla sua prima produzione poetica centrata sulla sperimentazione della lingua friulana che, grazie alle origini di mia madre, avevo la fortuna di conosce re bene e di poter leggere direttamente senza ricorrere alla traduzione in italiano. L’impatto con il suo corpo proseguiva così con l’impatto della nostra comune lingua materna.

Un soggetto diviso
Sono diverse e note le contraddizioni che attraversano la vita e l’opera di Pasolini: individualista, testimonia con coraggio l’impegno civile e collettivo dell’intellettuale; anticlericale, si schiera risolutamente contro l’aborto; comunista militante, subisce l’espulsione dal Pci con il quale entrerà negli anni in una relazione conflittuale sempre più aspra; ateo e marxista, resta profondamente cristiano nello spirito; anticonformista, detesta l’anticonformismo; critico acerrimo dello strumento televisivo e del mondo dei media, si rivela sorprendentemente a suo agio proprio in quel mondo; contestatore vigoroso del “sistema”, si schiera contro i giovani contestatori del Sessantotto; antipaternalista, non si risparmia nel segnalare il rischio del tramonto del padre nel nostro tempo; sperimentatore della lingua e delle sue grammatiche più raffinate, resta critico irriducibile di ogni avanguardismo; straordinario poeta civile, si mantiene fedele a una poesia che non esclude affatto i propri drammi più segreti e indicibili; pedagogo libertario, riconosce come insuperabile la figura del maestro; omosessuale e ribelle, è un conservatore dei valori della tradizione e del mondo contadino; critico spietato della borghesia e dei suoi codici di comporta mento, scrive sul Corriere della Sera e su altri quotidiani che di quel mondo sono l’espressione più tipica. 

Ragione e passione, storia e natura, pensiero critico e pulsione non trovano mai in Pasolini una conciliazione stabile, ma permangono in uno stato di perenne dissidio, senza sintesi possibile. Ai miei occhi è uno dei motivi, non secondari, della sua formidabile grandezza. La sua stessa psicologia individuale appare scissa tra gentilezza e attitudine alla provocazione, altruismo e rapacità pulsionale, divismo e umiltà, mondanità e solitudine, esibizionismo e introversione. 

Libertario nel proprio stile di vita e nel proprio pensiero, era preda di un fantasma che lo vincolava a un godimento compulsivo simile a quello di cui è stato, paradossalmente, un feroce critico. È stata forse quest’ultima contraddizione quella che lo ha reso veggente, capace di leggere nello sviluppo promosso dal capitalismo italiano del secondo dopoguerra, salutato dalla maggioranza come una redenzione, l’inizio di un’epoca di barbarie, di un “Nuovo fascismo”? 

Il suo pensiero è riuscito a decifrare questo nuovo “inferno” – l’inferno della “mutazione antropologica” dell’uomo da “suddito” in consumatore, della “distruzione”, del “genocidio” dell’uomo – perché lo viveva intimamente nella sua stessa carne?

“Il Pci ai giovani!” 
“Siete in ritardo, figli”: così Pasolini si rivolge, dalla posizione di un padre simbolico, ai giovani contestatori del Sessantotto nella celebre lettera in forma di poesia intitolata Il Pci ai giovani! Egli preferisce l’attrito piuttosto che la solidarietà solo retorica e compiacente che molti intellettuali nostrani mostrarono in quegli anni nei confronti del movimento studentesco. Pasolini preferisce non mescolarsi a quelli che “leccano il culo” ai giovani eroi, facendosi portatore di una critica ferma: somigliate troppo ai vostri padri per poter innescare un autentico processo rivoluzionario. Avete lo stesso “occhio cattivo”, la stessa prepotenza, la stessa spavalda sicurezza. 

Sappiamo bene, nella battaglia di Valle Giulia, con chi il poeta decide di schierarsi: non con i figli della borghesia che inneggiano conformisticamente alla rivoluzione, ma con i poliziotti, con i “figli di poveri”…

Si ricorda la scelta di campo del poeta a favore dei poliziotti contro i giovani contestatori e si dimentica la sua alleanza con i figli protagonisti di quella contestazione. Pasolini si assume con decisione la responsabilità di spronare questi giovani a riprendersi nelle loro mani le istituzioni. 
Non incentiva populisticamente la spinta anti-istituzionale, la chimera facile dell’anti-parlamentarismo o dell’antipolitica, ma alza la sua voce affinché i figli assumano le proprie responsabilità nel governare la vita della città. È forse questa la voce di Pasolini-padre che abbiamo più dimenticato. 

Pasolini  il fantasma dell’Origine di Massimo Recalcati (Feltrinelli, pagg.64, euro 10)