Cultura

Jorge, nato a Cordoba

Jorge, nato a Cordoba
"Nel deserto di New York". Cinquantadue storie per vivere un anno, seppur virtualmente, nella Grande Mela. Racconto numero 27
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All’inizio quello che ho trovato in questa città mi ha spaventato, ma poi la mia battaglia l’ho vinta. Almeno fino a qualche mese fa. Ed è stata una battaglia dura, di quelle che iniziano con un’aggressione inaspettata.

Ho voluto fortissimamente vivere qui, perché non c’è nulla più entusiasmante al mondo della sua varietà. Ma quando sono arrivato mi sono sentito naufragare: quello in cui credevo a Cordoba rappresentava soltanto una goccia dentro un oceano infinito, nel quale ognuno ha fede, una tradizione e un rito diverso. E molti non ne hanno alcuna.

Ma poi, con la preghiera, e quella che chiamavo grazia, la mia fede ne è uscita irrobustita: la varietà non ha intaccato la verità. Quel periodo di smarrimento mi ha portato a pensare con forza sempre maggiore che soltanto una religione potesse essere autentica, ma l’anelito di chi professa le altre mi ha commosso, e ho riconosciuto tanti fratelli e sorelle tra le persone che hanno imboccato un’altra strada.

Cos’è un uomo senza una fede, mi sono chiesto. E cos’è una vita senza quella luce.

Fu un momento di gioia, come trovarsi sulla cima di un monte, più alto delle nubi, dal quale era possibile vedere sino al più lontano orizzonte.

Ed è quello che ho provato fino a un anno fa, ma poi, improvvisamente, si è spento qualcosa. Dovrei dire è morto, ma ne ho paura, anche se nel profondo del cuore è quello che sento. Perché la sensazione non è di libertà, ma di freddezza e distacco. E sono pieno di rabbia per il senso di colpa.

Non so neanche capirne il motivo di quanto è successo, ma all’improvviso tutto mi è sembrato una recita assurda e consolatoria.

E da allora non credo più in niente, neanche nel dolore.

Sono molti mesi che non mi comunico, e so che è quello il pane della vera vita, così mi è stato insegnato, e così ho sempre creduto.

La verità è che non riesco a credere che ci sia qualcuno che ci ami e che ci abbia creato.

Che sia venuto al mondo e sia nato da una vergine.

Che abbia fatto riacquistare la vista ai ciechi e resuscitato i morti.

E che sia stato ucciso su una croce per salvarci dai nostri peccati, e poi sia lui stesso sia resuscitato, per dirci che un giorno tornerà di nuovo.

No, non riesco a crederci, eppure ci ho creduto tanto.

Le cose che ha detto mi piacciono, mi commuovono, ma la vita che ci morde ogni giorno è gestita dal caso e non ha senso: quello che non riusciamo a conquistare oggi sparisce per sempre.

Mi sembra ogni giorno di più l’unica verità, è quello che vorrei dire a Padre Julio, che mi ha preparato per la cresima e oggi sarebbe pieno di dolore. E ai miei genitori, che hanno sempre creduto nella mia libertà, ma la fede non la metterebbero neanche in discussione.

Mi chiedo se anche quella che sto vivendo sia una battaglia. Come sia cominciata, da dove è arrivato il primo assalto.

Mi chiedo se non l’abbia già persa o se invece non ci sia nulla di perso finché esiste la vita. Questo me l’ha insegnato proprio padre Julio, forse aveva capito come sono fatto.

E mi chiedo quante di queste persone che vedo di fronte a me abbiano fede. Mi sembrano anime in fuga, ma forse non dovrei parlare di anime.

O hanno fede in un altro Dio, che non dovrei più scrivere maiuscolo, ma qualcosa dentro di me mi porta a farlo.

Mi chiedo se sia solo rispetto.