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La mia tuta è d'oro

"Nel deserto di New York". Cinquantadue storie per vivere un anno, seppur virtualmente, nella Grande Mela. Racconto numero 28
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La prima cosa che mi disse mio padre è che nella vita si può solo perdere.

Forse non è la prima cosa, ma è certamente la prima che ricordo. Insomma, l’insegnamento che ti resta per tutta la vita.

Voleva che lo tenessi sempre a mente, ed era il suo modo di dirmi di non farmi illusioni. Ma mio padre non era un rassegnato, anzi.

Lotta sempre e comunque, figlio mio, anche se la partita è truccata, il risultato segnato, e la vittoria è soltanto degli illusi. O dei pazzi.

E io pazzo non voglio diventare.

Una volta mi raccontò la storia del pescatore che aveva catturato un pescespada bellissimo, e degli squali che divorarono la sua preda. L’aveva letta in un libro, così mi pare, ma lui la raccontava con le lacrime agli occhi, come se fosse successo a lui.

Il massimo che possiamo fare è difendere la lisca dopo aver visto gli squali sbranare quello per cui abbiamo lottato e sognato.

Ricordalo sempre. Figlio mio a…

La prima cosa che mi disse mio padre è che nella vita si può solo perdere.

Forse non è la prima cosa, ma è certamente la prima che ricordo. Insomma, l’insegnamento che ti resta per tutta la vita.

Voleva che lo tenessi sempre a mente, ed era il suo modo di dirmi di non farmi illusioni. Ma mio padre non era un rassegnato, anzi.

Lotta sempre e comunque, figlio mio, anche se la partita è truccata, il risultato segnato, e la vittoria è soltanto degli illusi. O dei pazzi.

E io pazzo non voglio diventare.

Una volta mi raccontò la storia del pescatore che aveva catturato un pescespada bellissimo, e degli squali che divorarono la sua preda. L’aveva letta in un libro, così mi pare, ma lui la raccontava con le lacrime agli occhi, come se fosse successo a lui.

Il massimo che possiamo fare è difendere la lisca dopo aver visto gli squali sbranare quello per cui abbiamo lottato e sognato.

Ricordalo sempre. Figlio mio adorato.   

E io l’ho ricordato proprio stamattina, quando ho indossato il mio costume.

Me l’aveva preparato per una festa di Halloween dopo che mamma ci aveva lasciati. Mio padre non ne parlava mai, ma se era andata con un altro uomo.

Non avrei mai pensato che quel costume sarebbe diventata la mia uniforme, ma una delle ultime cose che mi ha detto è che bisogna saper sorridere di tutto, perché quella, forse, è l’unica possibile vittoria.

Lui non mi ha mai visto indossarlo qui sotto, e rimaner fermo per ore, come una statua, senza battere ciglio neanche quando i passanti lanciano qualche moneta nel mio cestino. Perché il mio lavoro è questo, papà, e non c’è nulla da vergognarsi. Lo so cosa avresti sperato, lo so cosa mi dicevi delle opportunità che offre questo paese, che continuo ad amare, ti giuro.

No, tu non te ne vergogneresti.

Forse sono diventato quella lisca, papà, ma la mia tuta è d’oro.