✕

L'attivista femminista Fedwa Misk: "Nel Maghreb la vita delle donne è un percorso a ostacoli"

Parla la sceneggiatrice marocchina che si batte per l'uguaglianza di genere: "Le differenze sono ancora tante, dal gap economico alla cultura delle madri che non aiutano l'emancipazione delle figlie"
4 minuti di lettura

Fedwa Misk, vive a Casablanca, classe ‘81, è una sceneggiatrice marocchina, femminista e attivista per i diritti delle donne: Misk è stata anche una giornalista molto attiva non solo nel panorama marocchino - nella scrittura come nella radio - ma anche in quello internazionale. Sempre attenta a mettere in luce i punti più in ombra della propria società, dissacrando tabù con un tono molto profondo anche se alle volte usando una chiave divertente e irriverente.

Ultimo suo lavoro nel 2021 è una pièce teatrale dal titolo Nos mères, Le nostre madri. Un'opera teatrale sulla trasmissione tra donne e il suo impatto sul femminismo. Indimenticabile il suo webzine Qandisha, e già il nome dice molto. E’ quello della figura femminile mitologica marocchina del Jinn, immagine di una donna forte e demonizzata, cui tutti la temono e per superstizione difficilmente pronunciano il suo nome. Durante la primavera araba, F…

Fedwa Misk, vive a Casablanca, classe ‘81, è una sceneggiatrice marocchina, femminista e attivista per i diritti delle donne: Misk è stata anche una giornalista molto attiva non solo nel panorama marocchino - nella scrittura come nella radio - ma anche in quello internazionale. Sempre attenta a mettere in luce i punti più in ombra della propria società, dissacrando tabù con un tono molto profondo anche se alle volte usando una chiave divertente e irriverente.

Ultimo suo lavoro nel 2021 è una pièce teatrale dal titolo Nos mères, Le nostre madri. Un'opera teatrale sulla trasmissione tra donne e il suo impatto sul femminismo. Indimenticabile il suo webzine Qandisha, e già il nome dice molto. E’ quello della figura femminile mitologica marocchina del Jinn, immagine di una donna forte e demonizzata, cui tutti la temono e per superstizione difficilmente pronunciano il suo nome. Durante la primavera araba, Fedwa Misk rileva l'assenza di una voce femminile udibile nei media marocchini e decide di crerare la webzine femminista Qandisha, che è diventata la voce di donne marocchine di diversa estrazione. Una piattaforma partecipativa e dichiaratamente femminista che ha aperto le frontiere del citizen journalism nel regno. Tra i contributori, scrittori, giornalisti, studenti e donne di ogni ceto sociale. Questa pubblicazione era importante per i forti contenuti sempre senza filtri, non a caso fu presa di mira dagli hacker due volte.

Diritti delle donne, emancipazione, spazi di libertà e potere, a che punto è la battaglia delle donne nel Maghreb? 

"E’ ancora un percorso a ostacoli anche se non siamo necessariamente in fondo alla scala, vista la persistenza della misoginia di stato in molti paesi arabi, africani e asiatici, che rende l'emancipazione dolorosa, se non impossibile. Nel Maghreb abbiamo già acquisito che i nostri Stati e i nostri governi riconoscano la presenza di problemi e ostacoli all'emancipazione, cosa che forse non è ovunque. Detto questo, nonostante le convenzioni internazionali ratificate e le leggi create, la questione dei diritti delle donne è molto difficile per il semplice motivo che è la cultura il vero muro da abbattere, perché continua a non seguire i cambiamenti che le leggi provano a inquadrare. Poi c’è la situazione economica e sociale - che continua purtroppo a consolidare il ruolo dominante degli uomini".

Persistono quindi dei limiti che ancora oggi imprigionano le donne, in una condizione di subordinazione nel mondo arabo?

"La più grande sottomissione delle donne rimane quella economica. Finché le donne non saranno finanziariamente indipendenti, saranno costrette a sottomettersi agli uomini, nonostante le leggi di emancipazione. Se è vero che molte donne non hanno accesso a un lavoro che garantisca loro dignità e indipendenza, molte altre si sottomettono alla dominazione maschile perché nella loro educazione è radicata la separazione di genere dei ruoli. Non sorprende per esempio nel nostro contesto sociale, vedere come alcune donne preferiscano essere  maltrattate piuttosto che essere abbandonate, per esempio". 

Ma i conflitti sul processo di emancipazione femminile non sono solo relativi al rapporto maschio/femmina o a quello puramente generazionale. Nella sua ultima pièce teatrale intitolata "Nos Meres", fa un lavoro importante perché tenta di spiegare come il rapporto con la madre possa impedire a una donna di emanciparsi…

"E’ vero, e credo di aver iniziato a pensare a questa domanda quando ho iniziato a ricevere articoli di donne sulla mia webzine Qandisha. In molte testimonianze la madre è stata involontariamente raffigurata come un ostacolo all'emancipazione. E poi sicuramente, c'è molto della mia esperienza personale che mi ha permesso di costruire questi personaggi di donne legate da un cordone ombelicale invisibile che conferiscono alle madri un'autorità tossica sulla vita, la moralità e le scelte delle loro figlie. Non sto dicendo che le nostre madri siano la fonte del male. Dico che noi donne trasmettiamo le ferite di generazione in generazione, senza mai prenderci il tempo di guarire per permettere alle nostre figlie di emanciparsi dal nostro inferno".

Un inferno, che si è cercato comunque di alleviare. Penso alla Mudawana, la riforma sul diritto di famiglia che 18 anni fa, quando fu promulgata in Marocco, rappresentò una grande conquista. Ma è bastata? 

"Diciotto anni è una vita! Parlare oggi a una diciottenne marocchina della Moudawana e delle sue conquiste è come parlarle della preistoria! Certo, quella riforma ha portato un po’ di libertà. Ma la società nel frattempo si è evoluta e i problemi non si sono fermati. Per me personalmente la Moudawana è stata soprattutto una riforma a beneficio della famiglia, più che delle donne. Vale a dire che io, come donna marocchina, mi sento dimenticata dai calcoli del governo, per il semplice motivo che sono single e, quindi, non affiliata a una struttura familiare. Piccolo promemoria che mi sembra importante: non fu il governo marocchino a portare la riforma della Moudawana, ma lo stesso re Mohammed VI. Ciò significa che senza quell'intervento sovrano, saremmo ancora dipendenti da un Wali (tutore) per sposarci o intraprendere un'azione legale".

Il Marocco ha voltato pagina con un voto che ha mandato a casa gli islamisti del PJD dopo 11 anni al potere. Ricordo che molte lotte femministe sono state ostacolate proprio in nome dell'Islam. Ora può cambiare qualcosa? 

"Senza una volontà politica e un effettivo impegno non può esserci un cambiamento. Se non altro per ripulire l'arsenale di leggi ancora vigenti e portarlo nel quadro di quello che chiede la nuova costituzione. Sì, con la partenza degli islamisti e un nuovo governo, pensavamo di poter respirare, ma la realtà è che abbiamo un ministro di un partito di destra che preferisce ancora favorire la famiglia. Le donne come singoli individui con le loro esigenze non sono ancora una priorità". 

L’attivismo della società marocchina rimane comunque tra i più vivaci e non è detto che non possa far cambiare passo, basti pensare al lavoro sui tabù che sembrano ormai fare parte del passato… 

"Sì, fortunatamente, anche grazie alla mia generazione, oggi in Marocco possiamo parlare di qualsiasi cosa e mettere tutti gli argomenti sul tavolo. Ovviamente, questo non garantisce che ci saranno dibattiti costruttivi e volontà di cambiare. Ma almeno non abbiamo più paura di parlare. Ad esempio, sono le donne marocchine a guidare oggi il dibattito sulle libertà sessuali, affrontando coraggiosamente le critiche moralistiche. Questo è qualcosa di impensabile fino a qualche anno fa. I dibattiti su aborto, eredità, parità di retribuzione sono numerosi e si svolgono in serenità, nonostante le differenze".