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La lezione di Habermas: vacciniamoci con forti dosi di solidarietà

Il filosofo tedesco Jurgen Habermas, 92 anni
 
Lo dice Jürgen Habermas nel nuovo saggio "Proteggere la vita", sulle sfide aperte dal Covid. E lo conferma qui un giurista attento a democrazia, diritti e libertà, che ne firma la prefazione
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Di fronte alle varie pestilenze che nei secoli sono venute furoreggiando, c’era poco da fare se non abbandonarsi alla natura, alla fatalità o alla volontà divina. Queste forze sovrane si potevano blandire o sollecitare a mostrare misericordia con scongiuri, preghiere, processioni, penitenze. Al più, si cercava di stare alla larga gli uni dagli altri e di purificare gli ambienti, le cose e i corpi col fuoco o con disinfezioni superstiziose. Nel peggiore dei casi, si dava la caccia all’untore. Con lo sviluppo della scienza e della tecnologia medica e con gli strumenti di controllo delle popolazioni a disposizione dei governanti, oggi sono aperte molte possibilità ed è quindi naturale che se ne discuta e, anche, che si manifestino in proposito opinioni, speranze e paure diverse.


Scienza e tecnologia sono da sempre aperte a esiti diversi, benefici e malefici, rassicuranti e inquietanti. Le prospettive morali, giuridiche, mediche, genetiche,…

Di fronte alle varie pestilenze che nei secoli sono venute furoreggiando, c’era poco da fare se non abbandonarsi alla natura, alla fatalità o alla volontà divina. Queste forze sovrane si potevano blandire o sollecitare a mostrare misericordia con scongiuri, preghiere, processioni, penitenze. Al più, si cercava di stare alla larga gli uni dagli altri e di purificare gli ambienti, le cose e i corpi col fuoco o con disinfezioni superstiziose. Nel peggiore dei casi, si dava la caccia all’untore. Con lo sviluppo della scienza e della tecnologia medica e con gli strumenti di controllo delle popolazioni a disposizione dei governanti, oggi sono aperte molte possibilità ed è quindi naturale che se ne discuta e, anche, che si manifestino in proposito opinioni, speranze e paure diverse.


Scienza e tecnologia sono da sempre aperte a esiti diversi, benefici e malefici, rassicuranti e inquietanti. Le prospettive morali, giuridiche, mediche, genetiche, epidemiologiche, economiche, ecologiche, eccetera, si combinano inevitabilmente e spesso confusamente. Si mescolano, alimentando il senso comune, spesso sensibile a paure, superstizioni, dicerie e pregiudizi, non sempre orientato dalla riflessione razionale e documentata e, quindi, facile preda di pulsioni e passioni emotive. Si è aperta un’epoca inquieta. Il breve e denso scritto di Jürgen Habermas qui presentato al lettore italiano è un contributo alla ragionevolezza.


In generale, nei pericoli estremi emergono le divisioni profonde e le tensioni che nei tempi normali stanno tranquille. È così anche nel nostro caso. In una situazione di pericolo diffuso e diffusivo, cioè di fronte a qualsiasi malattia infettiva soprattutto grave, non è possibile ragionare ignorando che l’esercizio delle proprie virtù, cioè della libertà rivendicata rispetto alla propria salute e alla propria vita, comporta conseguenze che vanno al di là dello spazio su cui è possibile e giusto rivendicare la sovranità individuale. Onde sorge una contraddizione in cui è insito un atto di estremo egoismo: io decido di mettere a rischio la mia vita in nome della mia libertà, e non mi preoccupo della vita tua, di te che hai la mia stessa libertà e dovresti poterla indirizzare in senso opposto e preferire di indegnamente vivere piuttosto che di nobilmente morire. C’è, dunque, un’insopportabile albagia, un’odiosa violenza sugli altri in nome della propria superiorità morale, un ignobile disprezzo degli altri. È un estremismo mascherato da finto libertarismo che nasconde prevaricazione, violenza, alterigia. Quanto può essere ingiusto chi coltiva da sé e per sé le sue sublimi virtù!


Lo Stato non può astenersi dall’adottare politiche e misure volte a difendere la salute e la vita dei cittadini dalle minacce pandemiche: non può rinunciare per la semplice ragione che la difesa della salute e della vita rappresenta precisamente la sua ragione d’esistere. La giurisprudenza delle Corti giudiziarie, per quanto consta, ha finora confermato nelle grandi linee questo dovere eminente che grava sulle autorità pubbliche (salva la questione dei ruoli relativi di governi e parlamenti e di autorità centrali e locali). I tentativi di ottenere pronunce ostative o limitative delle misure pubbliche di contrasto della diffusione dell’infezione pandemica sono stati respinti.


Applicando criteri generali validi nei confronti delle legislazioni che incidono sui diritti, e criteri specifici validi nei confronti delle misure anti-Covid, la giurisprudenza solitamente afferma e ribadisce questi principi: le scelte di politica sanitaria devono fondarsi su evidenze scientifiche e devono ispirarsi a ragionevolezza e proporzionalità; i cittadini devono essere informati con completezza sull’efficacia dei vaccini e sulle eventuali controindicazioni; le misure sanitarie non possono violare la dignità delle persone; l’accesso alle misure necessarie, in caso di obbligatorietà, deve essere generalizzato e gratuito.


Nello Stato democratico basato sulla libertà, tutto ciò non basta. Il rispetto dell’uguaglianza è una condizione primordiale della democrazia, sempre ma in particolar modo quando sono in gioco beni sommi, come la salute e la vita. Uguaglianza non vuol dire trattamento indiscriminato, ma trattamento uguale di chi versa in condizioni ragionevolmente uguali e, al contrario, trattamenti differenziati di chi si trova in condizioni ragionevolmente diverse.


Una delle parole che più circolano nelle discussioni sul nostro tema è solidarietà. Nel vasto campo delle virtù si distinguono quelle personali da quelle interpersonali, cioè le virtù che possono esistere solo nella reciprocità. Sono le virtù che, per così dire vanno e ritornano in un moto, per l’appunto, reciproco. In nome della solidarietà si chiede ai singoli di mettere da parte le proprie convinzioni, le proprie paure, i propri dubbi, le proprie resistenze, sottoponendosi a qualche sacrificio richiesto per il bene degli altri.


Questo concetto – la solidarietà – ha un sapore piuttosto dolciastro, moralistico. Ma solo a prima vista. È qualcosa di essenziale alla democrazia. I regimi autocratici ne fanno a meno. A loro basta il potere e la forza. Nella democrazia non è così: essa presuppone la libertà, ma implica ch’essa si esprima nella solidarietà. Nel suo scritto, Habermas sottolinea particolarmente questo presupposto della democrazia. Lo Stato ha bisogno della cooperazione dei cittadini su cui incombono notevoli limitazioni, bisogno tanto maggiore quanto maggiori sono i pericoli ai quali esso è esposto. C’è dunque un rapporto variabile tra libertà e autorità, un rapporto non definibile a priori che oscilla pericolosamente tra due opposti: la disgregazione sociale, quando c’è troppo poca solidarietà; il dispotismo, quando c’è troppa coercizione. Ciò rende evidente il problema delle democrazie quando devono districarsi nelle situazioni di emergenza.


La questione anzidetta è stata discussa nei termini della contrapposizione tra emergenza ed eccezione rispetto alla democrazia: ammissibile la prima ma non la seconda. Forse un modo chiaro per sottolineare la differenza tra emergenza ed eccezione è dire così: l’emergenza è conservativa, l’eccezione è modificativa (indipendentemente dal fatto che il nuovo sia bene o male, desiderabile o detestabile). Lo stato d’emergenza presuppone che si voglia stabilizzare un sistema di convivenza e questo mette in campo il proprio sistema difensivo, auto-immunitario. Lo stato d’eccezione, al contrario, presuppone il disfacimento d’un sistema e il passaggio a un sistema diverso. Dalla democrazia all’autocrazia. Sebbene in teoria la differenza sia piuttosto chiara, nella pratica non lo è. Gli “slittamenti” sono facili.


La durata dei poteri d’emergenza deve per principio essere calibrata sulla durata della situazione che li richiede; ma per definizione questa durata non dipende da decisioni ante factum, ma solo da considerazioni post factum. Solo a situazione conclusa è possibile dichiarare la fine dell’emergenza e dei poteri necessari.


Ma l’emergenza senza termine configura il passaggio all’eccezione. Tutti coloro che hanno a cuore la democrazia e la libertà possono altresì concordare con l’esigenza di stare all’erta. Ben vengano, dunque, tutte le richieste di massima trasparenza; ben venga la difesa intransigente della libertà di critica; ben venga l’inquietudine.

Nelle situazioni di emergenza, non la quiete passiva e rassegnata, ma l’inquietudine è una virtù democratica.

Il libro

Proteggere la vita di Jürgen Habermas è edito da Il Mulino (trad. F. DAniello, pagg. 120, euro 12). Questo testo è un estratto dalla prefazione