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Hamid Ismailov: i “danni collaterali” nell’Asia centrale

(reuters)
L’analisi dell’autore uzbeko. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, in quella vasta area ha avuto inizio una tipica storia di postcolonialismo
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Nei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina, i miei colleghi del servizio in lingua tagika di Radio Free Europe/Radio Liberty hanno annunciato che un bambino tagiko, nato appena un mese prima dell’invasione del distretto di Charkiv, era morto di polmonite. Questo bambino di quarantatré giorni si chiamava Amir ed è stato sepolto il 4 marzo a Leopoli. Davlatali Nazrizoda, ambasciatore del Tagikistan in Ucraina, ha detto a Radio Free Europe/Radio Liberty: «Vivevano e lavoravano principalmente a Charkiv. Quando sono iniziati gli scontri, si trovavano nel seminterrato e i polmoni del bambino hanno risentito del freddo. Poi, a causa dei bombardamenti sistematici di Charkiv da parte dei russi, sono fuggiti a Leopoli con l’intenzione di attraversare i confini verso paesi vicini. Il bambino è morto di polmonite».

Hamid Ismailov  

Se si…

Nei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina, i miei colleghi del servizio in lingua tagika di Radio Free Europe/Radio Liberty hanno annunciato che un bambino tagiko, nato appena un mese prima dell’invasione del distretto di Charkiv, era morto di polmonite. Questo bambino di quarantatré giorni si chiamava Amir ed è stato sepolto il 4 marzo a Leopoli. Davlatali Nazrizoda, ambasciatore del Tagikistan in Ucraina, ha detto a Radio Free Europe/Radio Liberty: «Vivevano e lavoravano principalmente a Charkiv. Quando sono iniziati gli scontri, si trovavano nel seminterrato e i polmoni del bambino hanno risentito del freddo. Poi, a causa dei bombardamenti sistematici di Charkiv da parte dei russi, sono fuggiti a Leopoli con l’intenzione di attraversare i confini verso paesi vicini. Il bambino è morto di polmonite».

Hamid Ismailov  

Se si riportasse questo episodio agli ufficiali russi per chiederne conto, lo liquiderebbero senza pensarci troppo, sostenendo che non abbia nulla a che fare con loro e, come se non bastasse, attribuendone la responsabilità ai “nazisti ucraini”, etichetta che la macchina propagandista russa usa per descrivere il popolo dell’Ucraina. Nel migliore dei casi, parlerebbero di un danno collaterale.

Il drammatico caso di quel bambino ha una valenza simbolica. Mostra come i paesi dell’Asia centrale stiano diventando parte di quel “danno collaterale” nella politica sconsiderata della Russia nei confronti dell’Ucraina, e più in generale di tutti i paesi di quella che una volta era l’Unione Sovietica, per non parlare del resto del mondo.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, in quella vasta area che copre circa un sesto delle terre emerse, ha avuto inizio una tipica storia di postcolonialismo. Da una parte la Russia, madrepatria, ha ritenuto che il divorzio fosse pienamente compiuto, e che ciascuno dei paesi fosse del tutto libero, dall’altra i popoli delle vecchie colonie, incluse quelle dell’Asia centrale, con un pensiero piuttosto differente. Come a volte accade ai figli di genitori divorziati, i cittadini delle vecchie colonie hanno iniziato a emigrare verso la madrepatria a milioni, come forza lavoro. A oggi si stima che circa cinque o sei milioni di persone provenienti dall’Asia centrale vivano in Russia.

Di conseguenza, sono proprio questi migranti i primi a scontare l’impatto delle sanzioni internazionali e i loro effetti. Circa un terzo del prodotto interno lordo del Kirghizistan e del Tagikistan è costituito da rimesse, mentre in Uzbekistan la percentuale si ferma attorno al dieci percento, la cui maggioranza arriva direttamente dalla Russia. E così, ora che gli affari internazionali escludono la Russia, e che la disoccupazione cresce in maniera esponenziale, e che la valuta russa – il rublo – crolla, e che le persone non sono più in grado di acquistare dollari, e che la xenofobia si diffonde, e che la crescente brutalità della polizia russa spaventa, questi milioni di migranti affrontano un futuro cupo: non possono rimanere in Russia, ma neppure possono rientrare con facilità nei propri paesi. Le compagnie aeree stanno annullando i voli internazionali e, qualora queste persone riuscissero comunque a raggiungere le proprie città d’origine in treno o con altri mezzi, non li attende un futuro decoroso neppure in Asia centrale.

Le valute dei paesi dell’Asia centrale, così condizionate dal rublo russo, stanno perdendo drasticamente di valore a loro volta, i prezzi di ogni bene, specialmente quelli di prima necessità, come grano, farina, zucchero e olio (la Russia ha sospeso la vendita di queste merci ai paesi confinanti) stanno aumentando, e non c’è alcuna aspettativa occupazionale. Perciò, senza altra scelta, una parte dei migranti collabora con le forze armate russe ed è perfino inviata in Ucraina. Il servizio in lingua uzbeka di Radio Free Europe/Radio Liberty ha raccontato il caso di un autista militare uzbeko di stanza in Ucraina che si è arruolato nell’esercito russo a patto che, se fosse sopravvissuto per tre mesi, avrebbe ottenuto la cittadinanza russa. L’autista ha ammesso nell’intervista che ci sono centinaia se non migliaia di uzbeki, tagiki, kirghisi come lui mandati in guerra in cambio di una promessa sulla cittadinanza.

Nel mio romanzo La fiaba nucleare dell’uomo bambino, tradotto in italiano da Nadia Cigognini e pubblicato recentemente da Utopia, racconto la storia dello sforzo sovietico di “raggiungere e superare l’America” in una corsa nucleare “a tutti i costi”, quando la gente che viveva intorno al poligono nucleare veniva trattata peggio delle cavie, come un danno collaterale di quello sforzo ideologico. Mentre scrivevo il romanzo, ho pensato che come Eržan, il protagonista, un uomo di ventisette anni che rimane eternamente imprigionato nel proprio corpo da bambino a causa di quelle radiazioni, anche questa storia fosse bloccata per sempre nel passato, eppure le ultime minacce nucleari da parte del governo russo, erede della potenza e delle ambizioni nucleari dell’Unione Sovietica, riportano indietro allo stesso concetto di “a tutti i costi”. Bombardare gli ospedali, i reparti maternità, gli asili è un elemento intrinseco di quel concetto: “a tutti i costi”. Mandare reclute di diciotto o diciannove anni in guerra come carne da macello è parte di quel concetto: “a tutti i costi”. Mettere a tacere e arrestare chiunque sia contro la guerra è parte di quel concetto: “a tutti i costi”.

I rappresentanti dei paesi dell’Asia centrale si sono espressi grosso modo compatti sull’invasione russa dell’Ucraina nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan si sono astenuti, mentre Uzbekistan e Turkmenistan non hanno preso parte al voto. Nonostante l’opinione pubblica si sia espressa piuttosto esplicitamente contro la guerra, specialmente in Kazakistan e Kirghizistan, i governi sembrano temerne le ripercussioni. In Uzbekistan, molti blogger, per aver espresso solidarietà all’Ucraina, sono stati convocati dai servizi di sicurezza. I paesi dell’Asia centrale scontano la pressione crescente della Russia nello schierare in Ucraina le truppe dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, il che comporterebbe la loro entrata in guerra. Specialmente sui social media, si esprime la preoccupazione che ciò che sta accadendo oggi in Ucraina possa accadere presto nell’Asia centrale, che le ambizioni imperialistiche della Russia nel ricostituire l’Unione Sovietica non si fermino qui.

Come è noto, il più grande tra gli scrittori russi, Fëdor Dostoevskij, ha scritto che «la felicità del mondo intero non vale una sola lacrima sulla guancia di un bambino innocente». Non le lacrime, stavolta, ma la morte a Leopoli di Amir, il bambino tagiko, insieme alla morte di migliaia di bambini, donne, anziani innocenti dopo l’invasione russa dell’Ucraina da parte di coloro che si sono armati o sono stati forzati ad armarsi del motto “a tutti i costi”, è un tradimento, pura infedeltà nei confronti non solo della cultura e della letteratura russa, ma di tutta l’umanità.

Hamid Ismailov è uno scrittore uzbeko che vive a Londra. In Italia ha pubblicato "La fiaba nucleare dell'uomo bambino" edito da Utopia