✕

Anniversari. Dieci anni fa moriva Antonio Tabucchi

Per l’occasione escono le interviste inedite in cui lo scrittore italiano innamorato del Portogallo risponde alle domande sui suoi libri, ma anche sulla vita privata
4 minuti di lettura

Stavamo, mia moglie ed io, andando a Santorini per una vacanza nell’anno di grazia 1999. Con noi c’erano anche Fabrizio e Vivi D’Amico. Dovendo pernottare ad Atene avevamo deciso di visitare il Museo Archeologico e stavamo facendo la fila per i biglietti, quando improvvisamente si affiancò a noi Antonio Tabucchi che era lì con sua moglie Maria José e con il suo traduttore greco Anteos Chrysostomidis. Sorpresa, grandi feste. Decidiamo subito di pranzare insieme. Non potendo entrare tutti nella macchina di Anteos, fermiamo un taxi e Anteos spiega all’autista dove deve portarci. Ad un certo punto l’autista si ferma e dice di non poter proseguire perché siamo entrati in una zona pedonale. Però basta fare trecento metri, ci spiega, e avremmo trovato il ristorante. Naturalmente non trovammo nulla. All’epoca non avevamo ancora i cellulari e dunque non sapevamo come risolvere la cosa. E di fatti non la risolvemmo. Era capi…

Stavamo, mia moglie ed io, andando a Santorini per una vacanza nell’anno di grazia 1999. Con noi c’erano anche Fabrizio e Vivi D’Amico. Dovendo pernottare ad Atene avevamo deciso di visitare il Museo Archeologico e stavamo facendo la fila per i biglietti, quando improvvisamente si affiancò a noi Antonio Tabucchi che era lì con sua moglie Maria José e con il suo traduttore greco Anteos Chrysostomidis. Sorpresa, grandi feste. Decidiamo subito di pranzare insieme. Non potendo entrare tutti nella macchina di Anteos, fermiamo un taxi e Anteos spiega all’autista dove deve portarci. Ad un certo punto l’autista si ferma e dice di non poter proseguire perché siamo entrati in una zona pedonale. Però basta fare trecento metri, ci spiega, e avremmo trovato il ristorante. Naturalmente non trovammo nulla. All’epoca non avevamo ancora i cellulari e dunque non sapevamo come risolvere la cosa. E di fatti non la risolvemmo. Era capitato un piccolo equivoco senza importanza: insomma, senza volerlo, eravamo entrati in un racconto di Antonio e se non ci fosse stata una foto di gruppo, scattata nel giardino del museo, avremmo anche potuto sostenere che non ci eravamo mai visti e di certo non in quella occasione. Anteos, che oggi non c’è più, proprio in quel periodo, stava realizzando un’intervista con Antonio a misura di libro: proprio quella che ora, a dieci anni dalla morte (25 marzo 2012) esce per Feltrinelli, insieme ad un’altra intervista realizzata da Carlos Gumpert per il pubblico spagnolo in un volume intitolato Zig zag. Sono ambedue interviste raccolte in diversi giorni, in città e luoghi diversi, quasi a testimoniare, senza volerlo, la natura internazionale di Tabucchi, che qui risponde volentieri alle domande sui suoi libri, ma si sofferma anche sulla sua vita, sui luoghi dove è cresciuto e sulla sua famiglia che era di origine contadina. Il romanzo d’esordio, Piazza d’Italia, racconta una comunità legata agli ideali socialisti e anarchici, il cui punto di riferimento era Carrara e naturalmente Vecchiano, il paese d’origine. Nella casa di Vecchiano, che era una casa di famiglia dove poi Antonio avrebbe a lungo abitato, c’è un cortile nel quale lo scrittore intratteneva volentieri i suoi ospiti, magari per leggere qualcosa di suo. Una volta mi lesse per intero Donna di Porto Pim che aveva da poco finito di scrivere. Eravamo agli inizi degli anni Ottanta. Riandando all’epoca della sua formazione, Antonio racconta ai suoi intervistatori dell’importanza che ebbe per lui uno zio, che sarebbe morto molto giovane manovrando una macchina agricola. Questo zio scriveva opere teatrali, rimaste inedite, ma soprattutto aveva una biblioteca. Fu lui a prestare ad Antonio, costretto a letto per lunghi mesi per una frattura, alcuni romanzi che gli aprirono la mente. In particolare gli fece leggere L’isola del tesoro di Stevenson…

In momenti diversi, nelle due interviste, si torna sul tema dei libri letti: Conrad, Kafka, Borges, Svevo. Su Joyce, almeno sull’Ulisse, Tabucchi ha qualche perplessità. Preferisce Gente di Dublino e anche con Proust fatica ad entrare in sintonia: preferisce Céline, ma non quello delle Bagatelles… Poi, ovviamente, ci sono i portoghesi e in primis Pessoa, scoperto, come si sa, a Parigi. Antonio era riuscito ad ottenere dal padre che dopo il liceo gli permettesse di stare un anno a Parigi, dove era andato molto al cinema e aveva frequentato la Sorbona per assaggiare le lezioni di qualche illustre studioso. Poi i soldi del padre erano finiti e lui si era adattato a lavare i piatti nella mensa universitaria per poter restare ancora un po’. Quando stava per ripartire, trovò su una bancarella un piccolo libro intitolato Tabacaria. Era di Pessoa. «Lo comprai», ha raccontato più volte Tabucchi, «perché era quello che costava meno». La scoperta di Pessoa lo portò ad avvicinarsi alla letteratura portoghese. Scoprì che all’università di Pisa c’era una professoressa che insegnava portoghese: si chiamava Luciana Stegagno Picchio e con lei decise di laurearsi. Cominciò quindi a frequentare il Portogallo, ancora governato da Salazar. Si innamorò di una portoghese, Maria José, che divenne sua moglie e si innamorò di quel Paese lontano di cui allora in Italia – siamo ai primi anni Settanta – non si parlava quasi: anzi si può dire che si cominciò a parlarne quando, nel ’75, ci fu la rivoluzione dei garofani e cadde la dittatura fascista.

Zig zag è introdotto da una ampio saggio di Anna Dolfi che scava, da studiosa di lungo corso del mondo di Tabucchi, in diverse direzioni. Perché poi Tabucchi ha creato un mondo molto particolare e molto suo. E ogni volta il lettore sa che Tabucchi non scrive per mestiere (lo ribadisce in queste interviste in modo molto esplicito) ma solo quando ne sente una specie di necessità interiore. L’ispirazione? Chiamiamola pure così. Requiem, scritto direttamente in portoghese, è frutto di un sogno, o meglio di una allucinazione. Comincia con un appuntamento col fantasma di Pessoa, ma dietro a Requiem c’è anche un’altra apparizione. Antonio aveva sognato il padre da giovane e, cosa strana per lui che non parlava una parola di portoghese, gli si era rivolto proprio in quella lingua. Era un giovane marinaio, sceso per una notte a Lisbona e voleva sapere dal figlio come sarebbe morto… Rispondendo ad una domanda, Tabucchi racconta di aver cominciato a scrivere Requiem in un caffè di Parigi (gli piaceva scrivere nei caffè). Il cameriere, con cui aveva scambiato qualche parola, si era accorto che stava scrivendo in portoghese.
In queste interviste si parla molto delle città amate da Tabucchi: Lisbona, innanzitutto, e Parigi. Prima ci sono anche le città italiane: da Firenze, che era la meta obbligata nei weekend giovanili, quando lasciava Pisa con lo zio di cui abbiamo già parlato, per andare a vedere qualche film. Pisa all’epoca non offriva molto. E fu lì che vide La dolce vita, un film che lo toccò profondamente, senza poter sapere che Mastroianni avrebbe interpretato tanti anni dopo il suo Pereira… Una città cui Antonio era legato, anche se ne parla poco, è Genova. A Genova insegnò molti anni all’università. A Genova c’è il palazzo un po’ tetro che ha fatto da modello a quello in cui Pereira lavora alle pagine culturali del Lisboa e sempre a Genova è legato Il filo dell’orizzonte, un romanzo enigmatico, che può anche sembrare un poliziesco, dove Spino, il protagonista, cerca di dare un nome ad un cadavere sconosciuto. Alla fine Spino avanza nel buio, nota l’intervistatore. Sì, ribatte Antonio, ma appena prima si mette a ridere. Una perfetta dimensione Tabucchi.

I libri
"Zig Zag" (a cura di Clelia Bettini, Feltrinelli, pagg. 352, euro 22)
"Di viaggi e di sogni" (Sellerio, pagg. 248, euro 10; raccoglie Donna di Porto Pim e Notturno indiano)