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Ucraina: in difesa della cronaca emotiva

Un vigile fuoco accoglie un piccolo profugo ucraino dopo al confine con la Romania, a Siret (ansa)
C’è chi dice che raccontare il dolore è ricattatorio. Ma le passioni e la compassione cambiano la Storia
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In difesa del giornalismo emotivo, se ce ne fosse bisogno. Un cronista non è altro che un mezzo di trasporto: porta quel che vede a chi non lo vede, non così da vicino. È uno che fa la spola ogni momento: si trova dove gli altri non sono, con le sue parole fa avanti e indietro a raccontarlo.

Poi ci sono gli analisti, quelli che mettono in fila i dati ed espongono il quadro d’insieme, riassumono ciò che hanno visto gli altri e provano a dargli un senso. Ma arrivano dopo, prima servono gli occhi. Lo sguardo del cronista è sempre soggettivo, sempre: è il suo. Ed è sempre emotivo: si tratta di una persona, filtra ciò che vede attraverso la storia che ha. Il dettaglio che si ferma a guardare dipende dalla sua biografia: la famiglia che ha avuto i libri che ha letto la musica che ascolta, i dolori che ha patito. Sempre mi chiedo, di fronte ai cinici che deridono i “sentimentali”, due cose.

La prima: che infanz…

In difesa del giornalismo emotivo, se ce ne fosse bisogno. Un cronista non è altro che un mezzo di trasporto: porta quel che vede a chi non lo vede, non così da vicino. È uno che fa la spola ogni momento: si trova dove gli altri non sono, con le sue parole fa avanti e indietro a raccontarlo.

Poi ci sono gli analisti, quelli che mettono in fila i dati ed espongono il quadro d’insieme, riassumono ciò che hanno visto gli altri e provano a dargli un senso. Ma arrivano dopo, prima servono gli occhi. Lo sguardo del cronista è sempre soggettivo, sempre: è il suo. Ed è sempre emotivo: si tratta di una persona, filtra ciò che vede attraverso la storia che ha. Il dettaglio che si ferma a guardare dipende dalla sua biografia: la famiglia che ha avuto i libri che ha letto la musica che ascolta, i dolori che ha patito. Sempre mi chiedo, di fronte ai cinici che deridono i “sentimentali”, due cose.

La prima: che infanzia abbiano avuto, dove alberghi un così vasto danno. La seconda: su cos’altro si dovrebbe far leva, se non sulla capacità di mettersi nei panni degli altri. Non è mai stata la ragione a cambiare la Storia: è sempre stato un gesto, una persona poi molte, una passione.
I bambini, per esempio. Dice: non raccontate i bambini, è ricattatorio. Ma i bambini che cantano in un bunker o giocano allo scivolo nella metro trasformata in un bunker sono gli unici a dire quello che non si può spiegare, della guerra. La vita cambia in un momento, senza ragione. La sera vai a letto con la cartella pronta per la scuola, la mattina la scuola non c’è più. Né ci sarà più tuo padre che ti sta salutando dal finestrino del treno, né tua madre che ti affida a degli sconosciuti.


Dire profughi non significa niente. Nessuna categoria spiega il mondo dentro ciascuno, diverso da quello di chi gli sta accanto: scappano il padrone e l’operaio, il maestro e l’allievo, chi quel giorno ti ha tradito, chi è stato offeso e chi ha preteso. Certo, Mariupol potrebbe essere Genova. Voi di Genova cosa fareste se Genova sparisse? Non vi incamminereste verso un luogo dove ci sia acqua e pane, forse? E se questi fuggitivi ci sembrano più accettabili di quelli che arrivano via mare, perché sono bianchi e biondi e ci somigliano: di chi è il problema? La capacità di mettersi nei panni passa dallo specchio. Arriveranno in troppi, si comincia a sentire. Ne sono arrivati in pochi giorni più di quanti ne siano approdati in un anno, quando certa politica la raccontava come un’invasione: armare le frontiere, chiudere i porti. Pagare la Turchia perché non li lasci uscire. Rimandarli nei campi di tortura libici, lasciarli morire a Lesbo. Ma troppi che numero è? Come si calcola?

Se rimangono in mille sotto le macerie possiamo dire: eh, no, massimo cento? Un piano, sì. Ci vuole un piano europeo di accoglienza. Non troppo razionale, però. Se sarà anche solo un poco emotivo, capace di com-passione, sarà più utile all’umanità. Non solo a chi arriva, anche a chi accoglie. La ruota della storia gira sempre. Fa dei giri immensi, poi ritorna.