Ucraina. A Mariupol Olga cerca sua figlia Lena
dal nostro inviato Giampaolo Visetti , dal nostro inviato Giampaolo VisettiMariupol. Restare una persona, quando in un istante la terra si rivela un luogo non più adatto agli esseri umani, è l’errore commesso anche da Olga Karpenko. Non ha creduto agli occhi, rifugio discreto della verità. La fiducia incrollabile nella testa, in una realtà all’improvviso scomparsa, è l’illusione che a Mariupol ha spinto anche la sua famiglia nel baratro. «La mattina del 24 febbraio – racconta – ho portato Lena dalla nonna. Come sempre sono andata ad aprire la cassa del supermercato dove lavoro, poco lontano dalle acciaierie Azovstal. Non erano le 8: davanti all’ingresso chiuso c’erano centinaia di persone in coda. Ho capito che qualcosa non andava». Non si è preoccupata. La figlia di 11 anni era con la nonna, il marito a fare consegne di mobili con il furgone. Il figlio più grande, Yuri, aveva accompagnato la fidanzata Valerija in ospedale per una visita: hanno 22 anni, anc…
Mariupol. Restare una persona, quando in un istante la terra si rivela un luogo non più adatto agli esseri umani, è l’errore commesso anche da Olga Karpenko. Non ha creduto agli occhi, rifugio discreto della verità. La fiducia incrollabile nella testa, in una realtà all’improvviso scomparsa, è l’illusione che a Mariupol ha spinto anche la sua famiglia nel baratro. «La mattina del 24 febbraio – racconta – ho portato Lena dalla nonna. Come sempre sono andata ad aprire la cassa del supermercato dove lavoro, poco lontano dalle acciaierie Azovstal. Non erano le 8: davanti all’ingresso chiuso c’erano centinaia di persone in coda. Ho capito che qualcosa non andava». Non si è preoccupata. La figlia di 11 anni era con la nonna, il marito a fare consegne di mobili con il furgone. Il figlio più grande, Yuri, aveva accompagnato la fidanzata Valerija in ospedale per una visita: hanno 22 anni, ancora un mese e anche Olga sarà nonna.
Esistono giorni in cui la vita è normale, come capita di dire quando si rinuncia a pensare? Sì, ci sono: raramente ci si convince realmente a pensare e quei giorni sono i più veri. Mariupol ha smesso di essere un luogo adatto alla vita in una di quelle belle giornate in cui non si pensa e si vive. «Verso le 9 – prosegue Olga – mi ha telefonato mio marito Stanislav. Mi fa: ci invadono i russi, sembra sia qualcosa di serio. Eravamo abituati: ci avevano provato nel 2014, vanno e vengono tra Crimea e Donbass. Ho reagito come tutti: i ragazzi si sfogano, abbiamo scherzato con i clienti, poi passa». Mai credere alle proprie certezze.
Tre giorni dopo, il supermercato di Olga è stato abbattuto da un missile russo. Una settimana e la città era accerchiata, sepolta sotto le bombe. «Ci siamo trasferiti da mia madre – dice Olga – in pieno centro, a ovest del fiume Kal’mius. Là c’erano meno esplosioni, ancora si trovavano acqua e cibo. Nel rifugio sotto il condominio eravamo in 210. I bambini giocavano a nascondersi. Abbiamo allestito un campo sotterraneo. Nessuno è più abituato a vivere insieme agli altri: ci sono stati momenti sopportabili, cantavamo, restava la speranza». Stanislav però ha insistito: Valerija è incinta, voleva portarla a Zaporizhzhia dai suoceri. Erano ancora persone: lo hanno fatto. «Lena ha insistito per restare nel rifugio con la nonna – dice Olga – ha 78 anni, era in pantofole, voleva salire in casa a mettersi almeno le scarpe. Abbiamo ceduto e siamo andati via. Poche ore e saremmo tornati a prendere anche loro».
Mercoledì 2 marzo: i russi hanno espulso Mariupol dal mondo e la famiglia di Olga è rimasta bloccata di qua, sulla terra, a Mangush. «Impossibile rientrare in città – dice – ai posti di blocco sparano. Non abbiamo avuto notizie per diciotto giorni». Martedì, un messaggio da Lena: «Qui è brutto, la nonna non si sveglia più. Venite a prendermi, ho freddo». L’agonia della gente a Mariupol è una vergogna che non impone parole. Chi sopravvive non conosce la cifra dei morti: tremila, ventimila, presto il doppio? Il condominio della madre di Olga ieri è crollato. L’ha saputo da un video. «Ho lasciato mia figlia lì sotto – dice – non ho creduto alla realtà, solo alla speranza: in guerra è lei che fa stragi. Non merito perdono, se non ritrovo Lena viva, mi uccido».