Ucraina. Soldati. Il manager con il kalashnikov
di Paolo Brera , di Paolo BreraIl supermanager con il kalashnikov lo ha fatto davvero. Al gelo nel fosso, osservare e mirare, «le ossa che ti si ghiacciano dentro, laggiù c’erano i russi che ci sparavano contro», dice puntando il dito verso l’orizzonte di una fotografia: «A ottocento metri, più o meno».
Consulente per una multinazionale farmaceutica svizzera, ex Cto di Raiffeisen Bank, il 38enne Sergey Prokhorenko questa guerra se l’aspettava, e si era preparato a combatterla. Quando lo abbiamo conosciuto — davanti a un cevapcici e a un dito di vodka in una Kiev scettica e fatalista, scintillante e orgogliosa — giurava che avrebbe mollato tutto per difendere il suo Paese. «Il 13 febbraio, due settimane prima dell’attacco — racconta — ho accompagnato Yanina e i bambini a ovest, al sicuro, vicino al confine. Il 24, quando mi sono svegliato e ho capito cosa stava succedendo, ho preso il cellulare e l’ho chiamata: “C…
Il supermanager con il kalashnikov lo ha fatto davvero. Al gelo nel fosso, osservare e mirare, «le ossa che ti si ghiacciano dentro, laggiù c’erano i russi che ci sparavano contro», dice puntando il dito verso l’orizzonte di una fotografia: «A ottocento metri, più o meno».
Consulente per una multinazionale farmaceutica svizzera, ex Cto di Raiffeisen Bank, il 38enne Sergey Prokhorenko questa guerra se l’aspettava, e si era preparato a combatterla. Quando lo abbiamo conosciuto — davanti a un cevapcici e a un dito di vodka in una Kiev scettica e fatalista, scintillante e orgogliosa — giurava che avrebbe mollato tutto per difendere il suo Paese. «Il 13 febbraio, due settimane prima dell’attacco — racconta — ho accompagnato Yanina e i bambini a ovest, al sicuro, vicino al confine. Il 24, quando mi sono svegliato e ho capito cosa stava succedendo, ho preso il cellulare e l’ho chiamata: “Ci siamo, Yanina. Ci hanno attaccati. Io vado”. Non c’era altro da dire, ne avevamo già parlato».
Così ecco Sergey in auto con i fucili e la mimetica. «Ho chiamato gli amici, erano già tutti in movimento. La polizia di Kiev cercava volontari, mi sono presentato in caserma e mi hanno assegnato un check point a nord. “Vai, ti diranno loro cosa devi fare”». Invece quando arriva c’è già una fila di volontari, non ne servono altri. «Il secondo giorno ci abbiamo riprovato: con un amico veterano siamo andati a presentarci alla difesa territoriale». Nella periferia nord di Kiev, dove già si combatteva: «Eravamo vicini all’aeroporto di Gostomel, un piccolo scalo che i russi cercavano di conquistare per preparare l’invasione di Kiev. I nostri hanno atteso che scendessero con gli elicotteri, poi hanno distrutto tutto con l’artiglieria». Ma al comando locale della Difesa territoriale c’era già una fila di duecento persone: «Ci serve gente esperta», gli dicono mostrando file di missili Javelin e altre armi del tutto inutili, se non le sai maneggiare.
Non è facile fuggire, se invadono il tuo Paese, ma neppure combattere. Sergey c’è riuscito dal terzo giorno. «Ho chiamato altri amici, e mi sono arruolato volontario nella 72esima brigata meccanizzata». Osservazione e preparazione, quattro giorni a Nord di Kiev e poi via al fronte vero: «A Irpin, distrutta dai combattimenti di entrambe le artiglierie. Noi dovevamo proteggere la nostra artiglieria. Dormivamo in un una casa in un villaggio, una notte hanno distrutto tutto: la nostra non l’hanno colpita, ci siamo salvati per miracolo».
Non è facile addormentarsi stanco di videoconferenze e pianificazioni e svegliarsi fante la mattina dopo, con un fucile in mano e i russi che ti sparano. «Lì con me c’era chi due giorni prima vendeva vacanze, chi faceva la guardia del corpo, e un account manager». Ma non è questo che rende le notti lunghe e complicate: «Ho visto migliaia di persone fuggire lasciandosi tutto dietro, una vita alle spalle, e altre morire nelle esplosioni. Ma lo sa qual è la cosa che non mi fa dormire? Tutti quei vestitini, tutti quei giocattoli abbandonati tra le macerie: io ho tre bimbi, da uno a otto anni. I piccoli possono solo subire. È per loro che combattiamo; e non ci arrenderemo mai».
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