Giovanni Arpino è stato tra i più fertili autori italiani del Novecento, con una serie di romanzi, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli Ottanta, ha restituito ai suoi lettori un limpido quadro dei grandi cambiamenti del Paese. Da narratore è stato particolarmente attento alla realtà del suo tempo, con una carriera letteraria fuori dagli schemi, mai allineato alle correnti dominanti. Erano gli anni del neorealismo, ma seguendo una definizione del suo amico Mario Maffiodo presente nell’introduzione della ristampa di Una nuvola d’ira nel 1984, Arpino era più un realista che un neorealista.
“Il neorealismo è intriso di una cromatura paternalistica” scrive Maffiodo, e in effetti Arpino nel suo raccontare non è mai oppresso dalla necessità di un giudizio morale sui suoi personaggi, anche quando questi escono dai binari, anche quando le ombre sembrano sopravanzare le luci nella loro anima come ne Il fratello italiano. Scrive lo stesso autore nel romanzo: «Nessuno sa assorbire le colpe, che hanno gonfiato ogni luogo, infettato ogni carne, sprofondando e seppellendo i greti dove le confessioni andavano a vuotarsi, scorrere, per approdare alla pietà».
Arpino in questo romanzo si trova nella condizione del narratore che compie un salto in un territorio ignoto, che si dimostrerà ricco. La scrittura si trascina dai territori della realtà alle profondità dell’io. Attraverso una narrazione piana, limpida, essenziale Arpino entra in una fase della vita complessa e dolente, fino a sfiorare proprio il mistero della fine e la paura di essa. L’approdo a Il fratello italiano avviene al termine di un percorso molto originale. È il 1980, Arpino è considerato già un maestro, ma si porta dietro il peso di essere sempre stato uno scrittore sui generis e fuori dai giri del tempo.
L’autore è infatti un caso interessante nella storia della narrativa novecentesca: all’apice del riconoscimento letterario iniziò a scrivere romanzi per ragazzi e non rinunciò al racconto dello sport, e verrà considerato tra le migliori penne del giornalismo italiano. La sua passione per il mondo del calcio si trasferì anche nella prosa con il romanzo Azzurro tenebra, un libro sulla disastrosa spedizione della nazionale di calcio italiana in Germania nel 1974 ancora oggi considerato forse il migliore romanzo italiano sullo sport nazionale. Non è assolutamente un caso che Osvaldo Soriano, uno dei più grandi scrittori ad aver usato il calcio nelle sue opere come metafora esemplare dell’esistenza umana, fosse grande amico di Arpino. Giovanni Arpino è spesso ricordato come l’autore del ro[1]manzo La suora giovane, una storia d’amore tra una novizia e un ragioniere, un testo con un tema a prima vista a rischio cliché, riscattato dal racconto di una Torino mai così viva e suggestiva.
Ma quell’esordio da romanziere è solo la prima scintilla della sua scia luminosa, perché Arpino si consoliderà nel suo percorso di prosatore dallo stile esatto e piano. I temi da lui affrontati sono legati in qualche modo alla contemporaneità e alle cronache di quell’Italia che ne Il fratello italiano viene fuori con una maschera atroce, tanto che uno dei protagonisti la definirà senza pietà “l’Italia matrigna”.
Nell’ultimo decennio di vita dell'autore, Il fratello italiano consacra la carriera di Arpino col premio Campiello nell’edizione del 1980 e permette ai lettori di fare conoscenza con due protagonisti abbastanza memorabili per la loro solitudine e umanità, ma anche per i loro lati oscuri che lasciano sulla pagina dubbi e disagi, quel che per ogni scrittore letterario è comunque un successo. Si tratta di Carlo Botero, sessantaduenne maestro in pensione, e Raffaele Cardoso, sessantenne dall’ambiguo passato con una particolare confidenza con la malavita.
Tanto algida e grigia era la Torino de La suora giovane, quanto è afosa, calda e infernale la Torino de Il fratello italiano: il caldo colpisce «con le sue lunghe martellate» e i portici della gran piazza sono deserti e «d’un color cinerino che disturbava gli occhi». La parabola narrativa è sostanzialmente un’avventura dentro la città, c’è una cornice nera, una pistola, la vecchiaia di due uomini che mettono a frutto le loro due opposte esperienze per dissipare i loro dissidi.
Il dilemma maggiore è quello di Botero, che sente di essere capito solo dal suo gatto Stalin; a un certo punto è scritto: «Sapeva di non capire più il mondo. E sapeva che il mondo non aveva più nulla da capire in lui». In questo dilemma e in altri che contengono sfumature diverse c’è il carburante del racconto. Il romanzo è disseminato di dialoghi fulminanti, piccoli colpi di scena, dettagli, andirivieni, presenze, bozzetti di un’umanità commovente.
Tra i due soggiace un’aggressività reciproca repressa, un’ansia tra due mondi che non sembrano toccarsi. Il romanzo è uno dei più importanti testi che abbiamo su quel passaggio di consegne tra due stagioni italiane, quella di chi ha visto il Paese attraversato dalla violenza del decennio appena trascorso, caratterizzato dal terrorismo e la lotta armata, e la stagione di chi quel Paese lo raccoglie, un attimo prima dell’ultimo boom negli anni Ottanta. Tra i Settanta e gli Ottanta c’è una sutura, le parole diventano urticanti; la scena verso il finale con la figlia di Cardoso chiamata Jonia e il suo tragico epilogo è una vera allegoria delle due generazioni che non possono comunicare e il cui l’unico punto di contatto sembra la fusione per annientamento.
Ma è dalle nevrosi e dalla solitudine di Carlo Botero che parte questo viaggio, perché di viaggio si tratta, attraverso i recessi bollenti di una città industriale che si fa metropoli, ma si contamina ancora con la provincia e la campagna. Arpino è abilissimo nel disegnare e poi colorare i paesaggi dove si muove il pellegrinaggio quasi picaresco dei due amici anziani. Anche se quel che salta agli occhi sin da subito è il viaggio nella città. È soprattutto un viaggio dentro le relazioni fallite e nel proprio passato, viene rappresentato continuamente dai simboli che man mano compaiono nel racconto.
Per esempio quel che emerge dalla relazione di Carlo con la figlia Stella; senza questo innesco non ci sarebbe il viaggio metropolitano, è lì che si mostra immediatamente il peso oscuro di un anziano disilluso, cresciuto con la sua cultura patriarcale e che non riesce a capire chi è davvero la figlia. In una sorta di monologo interiore che lo scrittore caratterizza con un’ardita punteggiatura dove le pause sono date dai numerosi punti e virgola e due punti, Botero dice: «Ho sbagliato tutto con te, fin dal momento in cui ho messo quel nome Stella, che cretinata; tua madre ti voleva battezzare Domenica; abbiamo sbagliato tutto, io e lei…».
La sua rabbia verso la figlia è soprattutto una rabbia verso se stesso, verso il fatto di non essere stato in grado né di dare un senso alla sua vita né di creare una connes[1]sione con la figlia. E infatti confesserà più in là: «Padri non si nasce, maestri si diventa ma padri qualche volta no, perché ci vuole un figlio che ti aiuti a non confondere le parti, ci vuole anche il mondo con le sue regole; e invece noi, per te: riempiamola di latte d’usignoli, ungiamole la pelle con le pomate delle principesse, vendiamo quel tocco di vigna che i nostri vecchi, al paese, hanno tenuto per cent’anni; comperiamo il negozio all’amoroso, che per carità non scappi; e così non sei tu che fai male, Stella, prima di te è già l’idea ad avvelenarmi…».
Riflesso di Carlo Botero, dotato di una lingua alta e do[1]lente, c’è il mondo di Cardoso, che invece, pur non avendo nobili natali e pur essendosi sporcato con la malavita, sembra parlare con un ritmo bruciante, anche se le idee assomigliano a quelle dell'altro protagonista: «I figli nascono prima a tradimento e poi crescono per tradire» asserisce in un amarissimo dialogo con l’avvocato Nicastro. Ma è l’intero caleidoscopio umano del romanzo che sembra parlare a un ritmo cantilenante, il tragico Pepito o la sarcastica Poppeperse si esprimono in una lingua ritmata, ci sono dialoghi che assomigliano a ritornelli di ballate popolari, come la trattativa tra i due protagonisti e Poppeperse per conoscere il luogo dove si nasconde Jonia.
Carlo Botero può apparire un piccolo borghese, latore di un certo vittimismo, con una visione antiquata del mondo, ma disponibile a disfarsene nel corso della storia dopo l’incontro con Raffaele Cardoso, o quanto meno a prenderne atto, visto che è lui a dichiararsi a un certo punto: «Siamo nati antiquati», e dicendo “antiquati” e non “antichi” prende le distanze da se stesso, senza assoluzioni. Il fratello italiano è un romanzo dove la terza persona è quasi una prima persona, spesso i monologhi interiori di Carlo Botero e i pensieri ad alta voce di Raffaele Cardoso occupano il flusso della narrazione, mentre le loro esistenze sono perennemente lasciate scivolare in una specie di crepuscolo in cui il sole è un “medaglione arrossato” e la nebbia un’anticipazione delle tenebre.
Ma questa sfumatura della terza persona che sembra invece cedere all’io sommesso di Botero si rivela nel finale per quel che è, ossia un raffinato e diabolico meccanismo della voce che ha guidato il lettore. La scrittura, quando è lontana dagli esercizi di stile, è anche l’effetto di una ferita rimarginata e come tale può essere dolorosa, bruciante, in alcuni casi una lieve scalfittura dell’epidermide, in altri un’autentica fenditura.
Di certo la scrittura è il punto di contatto tra il mondo interiore e quella ferita. E si percepisce in questo romanzo quale può essere la ferita di Arpino, la mia è una suggestione soltanto, perché dietro la scrittura sembra esserci una grande consapevolezza della fine.
Scrisse la sublime Ivy Compton-Burnett: «Traduciamo tutto in parole e risparmiamoci un futuro di cose non dette. Il futuro ci basta anche senza di questo». Forse Arpino col suo libro secco e duro, dai momenti compassionevoli e teneri, passando agli snodi più atroci, ha raccontato la fine di un’era.