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Emirati Arabi. La sfida di Dubai dopo l'Expo

La città vista dall'Ain Dubai, la più grande ruota panoramica del mondo 
La metropoli degli Emirati è la più cosmopolita del pianeta, vanta una politica perennemente orientata verso il futuro. Ma nell’immediato deve investire sul risparmio energetico 
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"Connecting minds, creating the future", "Connettere le menti, creare il futuro". Negli scorsi mesi, milioni di persone da tutto il mondo hanno sentito queste parole. Si tratta dello slogan di Expo Dubai 2020 - il primo grande evento internazionale a seguito della pandemia di Covid-19, terminato lo scorso 31 marzo dopo sei mesi di apertura al pubblico. Poche città al mondo sembrano proiettate verso il domani quanto questa metropoli degli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, davanti ad alcune scelte locali, sorge spontanea una domanda, in particolare ora che l'Expo si è concluso: di quale futuro stiamo parlando? Evidente, di questa città nel deserto mediorientale, è la predilezione per i superlativi. Il grattacielo più alto del pianeta. L'aeroporto con più passeggeri. La ruota panoramica più grande. La infinity pool più elevata del mondo. Ma, a ben guardare, non mancano i contrasti. Quartieri lussuosi ricavat…

"Connecting minds, creating the future", "Connettere le menti, creare il futuro". Negli scorsi mesi, milioni di persone da tutto il mondo hanno sentito queste parole. Si tratta dello slogan di Expo Dubai 2020 - il primo grande evento internazionale a seguito della pandemia di Covid-19, terminato lo scorso 31 marzo dopo sei mesi di apertura al pubblico. Poche città al mondo sembrano proiettate verso il domani quanto questa metropoli degli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, davanti ad alcune scelte locali, sorge spontanea una domanda, in particolare ora che l'Expo si è concluso: di quale futuro stiamo parlando? Evidente, di questa città nel deserto mediorientale, è la predilezione per i superlativi. Il grattacielo più alto del pianeta. L'aeroporto con più passeggeri. La ruota panoramica più grande. La infinity pool più elevata del mondo. Ma, a ben guardare, non mancano i contrasti. Quartieri lussuosi ricavati dal mare in bizzarre forme di palme costruiti con manodopera a bassissimo costo importata dal subcontinente indiano. Severa legge islamica, ma anche edonismo e tolleranza della prostituzione. Per capire meglio Dubai, è necessario sospendere temporaneamente il giudizio e ripartire da alcuni dati essenziali.

Il primo dato da tenere a mente è relativo alla popolazione: sul totale degli abitanti, più del 90% è straniero, percentuale che fa di Dubai la metropoli più cosmopolita del mondo (New York, Singapore o Londra sono tutte sotto al 40%). Fin dall'inizio della sua traiettoria di crescita, avviata su spinta della famiglia regnante tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento, Dubai ha seguito il motto: "Quello che fa bene al commercio, fa bene a Dubai". La città è stata pianificata dall'alto cercando di tenere insieme i valori transnazionali del mercato con quelli della "cultura locale" (per la verità relegati a una minoranza esigua di persone). Il tessuto urbano è impostato su enclave - o meglio oasi, per usare una metafora locale - le quali convivono in maniera autonoma. Dall'una all'altra cambiano l'architettura, la popolazione residente e a volte persino il sistema giuridico. Per esempio, l'area "DIFC" nacque per assicurare agli imprenditori registrati in zona di sfuggire alle draconiane leggi che nel resto degli Emirati, fino a pochi anni fa, spedivano in carcere con facilità chi non poteva ripagare i debiti. Mentre a "Internet City" l'accesso alla rete è reso libero da restrizioni per attrarre aziende tecnologiche multinazionali.

Il secondo dato ha a che fare con l'atteggiamento verso l'innovazione: a Dubai, una percentuale molto ridotta del Pil nazionale deriva dal petrolio - circa l'1%, secondo una stima del 2018. Quando l'oro nero fu scoperto nella regione, negli anni Sessanta del Novecento, il monarca Rashid bin Saeed Al Maktoum capì presto che le quantità estratte non sarebbero state tali da sostenere l'intero Emirato (a differenza della vicina Abu Dhabi). Dubai decise allora di proporsi come centro degli affari, favorito dalla sua posizione geografica e dalla sua anima commerciale. Per molti anni il motto fu: "Build it and they will come", "Costruisci e le persone arriveranno".

La mentalità è sempre stata quella di una start up, pronta a scommettere su tecnologie e innovazione. In effetti, poche altre città al mondo si cimentano col domani alla pari di Dubai. Una casella del governo attuale è occupata dal giovane Omar Sultan Al Olama, ministro con delega all'Intelligenza Artificiale. Mentre Mohammad Al Gergawi, braccio destro del Primo ministro Mohammed bin Rashid Al Maktoum, è Capo di gabinetto del governo nonché "ministro del Futuro". È stato lui a promuovere negli ultimi anni la costruzione del Museo del Futuro - un edificio che torreggia come un grande Samovar sul viale più centrale di Dubai, e sulla cui facciata metallica sono incise le parole dello sceicco: "Il futuro appartiene a coloro che lo sanno immaginare, progettare e realizzare. Invece di aspettarlo, lo dobbiamo creare". Uno spirito simile ha guidato l'Esposizione universale aperta a cavallo tra 2021 e 2022, il cui slogan, "Connecting the minds, creating the future", si può interpretare come una scommessa sui maggiori temi del presente - a partire dalle sfide del cambiamento climatico. 

E tuttavia proprio sul sito di Expo si consumava una delle grandi contraddizioni di cui parlavamo prima. Va bene parlare di sostenibilità, ma allora perché trasformare 440 ettari di deserto nel verdeggiante sito dell'Esposizione universale, con massicci costi di desalinizzazione? O ancora, perché costruire una mini-città di padiglioni nazionali, se dopo la fine dell'esposizione molti di essi rischieranno di finire in discarica o comunque in disuso, a meno di ulteriori alti costi di riqualificazione? Si tratta di domande che ci siamo posti in prima persona non appena vinto - insieme a Italo Rota, e con Matteo Gatto e F&M Ingegneria - il concorso internazionale per la progettazione del Padiglione Italia. In risposta, abbiamo deciso di puntare tutto sulla circolarità, creando un edificio in cui tutte le componenti sono o riciclate o riciclabili: dalla facciata in corde nautiche ricavata da 2 milioni di bottiglie di plastica, alla pavimentazione interna creata con fondi di caffè e bucce di arancia, fino alle imbarcazioni che compongono il tetto della struttura - vere e proprie navi costruite da Fincantieri con la capacità di prendere il largo dopo l'evento.

Il nostro approccio si collega tra l'altro all'inizio della storia delle Esposizioni Universali: la prima in assoluto, organizzata a Londra nel 1851, fu segnata dalla costruzione del Crystal Palace di Joseph Paxton, spettacolare cattedrale in acciaio e vetro che venne selezionata anche per la capacità di essere interamente riciclata. A questo si aggiunge, nello specifico contesto degli Emirati, il tema degli enormi consumi energetici per raffrescare gli ambienti interni. Anche in questo senso, il Padiglione Italia ha provato a giocare in contropiede, evitando di usare sistemi di aria condizionata. Eppure all'interno dell'edificio i visitatori potevano trovare temperature gradevoli: questo grazie a un sistema di aerazione naturale e all'uso del raffrescamento per evaporazione, tecniche in uso da tempo immemorabile nella nostra Penisola.

Le contraddizioni di Expo si ripropongono con insistenza nel centro di Dubai: una città che mira alla sostenibilità ma in cui più dell'85% degli spostamenti avviene in automobile e in cui la raccolta differenziata stenta a decollare (secondo alcune stime, soltanto il 20% dei rifiuti vengono effettivamente riciclati). I consumi di energia pro-capite sono tra i più alti al mondo. I grattacieli locali, invece di ispirarsi ai molti modi in cui le costruzioni storiche del mondo arabo sapevano mitigare le alte temperature trapiantano nel deserto soluzioni progettuali che sarebbero più consone alle latitudini di Toronto o di Chicago.

Sotto il sole rovente, le facciate di vetro trasformano questi scatoloni modernisti in mostri energivori. C'è qualcosa di paradossale nel fatto che la tipologia architettonica del grattacielo, tra le incarnazioni di quell'international style battezzato nel secolo scorso nelle fredde metropoli nordamericane, abbia trovato una seconda giovinezza in Medio Oriente proprio su impulso della torrida Dubai. Per giunta, proprio nei decenni in cui il resto del mondo si faceva affascinare dalle tesi del regionalismo critico, una visione proposta dall'americano Kenneth Frampton e basata sulla riscoperta di tradizioni locali in chiave contemporanea.

In altre parole, la voglia della città di cimentarsi con il domani sembra scontrarsi spesso con valori di ieri. Mentre i giovani europei sono pronti a mettersi in viaggio in treno o in bicicletta per seguire le tracce austere di Greta Thunberg, i loro coetanei emiratini sembrano ambire a sfrecciare su fuoriserie roboanti: Rolls Royce, Ferrari o Lamborghini, magari affittate per una manciata di dirham all'ora per fare le "vasche" sul lungomare di Marina. Uno spettacolo ben poco all'avanguardia, e che ricorda certe ambizioni di emancipazione giovanile del Novecento più che i temi del ventunesimo secolo. 

Abbandonare questi schemi di pensiero e d'azione diventa cruciale per realizzare un futuro diverso. Dopo l'exploit dei primi decenni della sua storia moderna, si tratta adesso di affrontare sfide decisive, come la neutralità carbonica: traguardo che tutte le città del gruppo C40 - di cui anche Dubai fa parte - si sono impegnate a raggiungere entro il 2050. Ecco, in questo senso Dubai ha una enorme responsabilità. Essa viene vista spesso come modello da un'intera regione in fase di grande trasformazione urbana e sociale. Dubai ha la possibilità di ispirare e guidare molte altre aree urbane del pianeta. Ma per far questo deve riuscire a coniugare la ricerca di innovazione con l'imperativo di un domani davvero più sostenibile. Solo così si potrà davvero realizzare l'obiettivo dell'Expo da poco concluso: "Connettere le menti, creare il futuro".


La serie speciale "La rivoluzione urbana" di Carlo Ratti è distibuita in ambito internazionale da Project Syndicate

La serie - La nuove Città invisibili - In questa serie ospitiamo interviste, contributi e reportage per raccontare le idee urbanistiche più avanzate e sostenibili