Non ci sarebbero team-up bonelliani, gli incontri tra eroi di serie diverse così iconici per i lettori, senza Martin Mystère e senza il suo creatore, Alfredo Castelli. Ma la storia di questo filone nasce un po’ con la luna storta. Sergio Bonelli i team-up non li voleva fare; a Giovanni Freghieri non piaceva la storia del primo che andava disegnando; a Tiziano Sclavi infastidivano certe scelte di Castelli, che aveva scritto quella sceneggiatura, pensata comunque da entrambi.
Almeno così ne racconta la genesi Castelli stesso, sempre troppo modesto, quasi trent’anni dopo, nella riedizione del 2019 di Ultima fermata; l’incubo!, il primo team-up bonelliano che nel ’90 fece incontrare Mystère e Dylan Dog. Il detective dell’impossibile e l’indagatore dell’incubo si trovavano alle prese con un orrore di occultismo metropolitano, in senso letterale, fatto di treni affollati di morti viventi e scaraventati come ottovolanti per le profondità di abissi allucinati e infernali, dalla Subway di Manhattan all’Underground britannica.
Un numero squisito, con certe tavole di Freghieri iconiche. Fu il momento in cui si scoprì perché i due eroi non potessero incontrarsi più spesso: diciamo che ogni volta che sono insieme il mondo rischia di finire nel torbido. Forse fu anche un modo per mettere le mani avanti sulla futura quantità (magra) di team-up, come a dire: ne facciamo pochi per salvare tutti quanti. Questa ragione, per la cronaca, era stata anticipata qualche albo prima in Martin Mystère 85, ma non spiegata.
Ma un conto è lasciar intendere che il mondo in cui si muovono due eroi sia lo stesso, o ancora mostrarne uno che di sfuggita passeggia per la strada dell’altro - il criterio base delle “ospitate” - e un altro è ricavare un numero speciale e firmarlo sotto l’egida di entrambi. Certo, è la formula più difficile.
Sarà per questo che si dovettero aspettare due anni per un secondo speciale tra detective e indagatore, La fine del mondo, stavolta scritto, per par condicio, da Tiziano Sclavi, il creatore di Dylan, con al cuore dell’intreccio un bambino dai poteri sovrannaturali. È il più onirico, l'opposto del razionale Castelli-Mystère e in un certo senso quasi un'anti-team-up con le sue continue false partenze.
È sempre intorno alla linea Mystère che si svilupperanno gli altri team-up bonelliani. Se con Sclavi, nonostante stima e affetto, non se ne realizzeranno più dopo il ’92, anche per distanza di stili, l’anno dopo sarà la volta proprio di Sergio Bonelli. Nei panni del suo alterego di penna Guido Nolitta si cimenterà con Castelli in un episodio speciale di Mister No l’anno seguente (Fuga da Skynet). Seguono due albi con Nathan Never e il detective dell’impossibile, in versione clone robot: uno nel ’96, dall'azzeccato titolo di Prigioniero del futuro (impagabile la scena di Martin che si affaccia sulla megalopoli del futuro); un altro nel 2001. Ma poi, salvo appunto le ospitate, passeranno tredici anni (con il mega crossover Eroi che fa incontrare un po’ tutti nel 2014) prima di farne fiorire di nuovi, anche slegati da Mystère.
Se torniamo al 1990, in Ultima fermata c’erano le origini di molte cose, comprese piccole chicche come la ragione di certe imprecazioni ricorrenti (il “diavoli dell’inferno” di Mystère) e il perché sulle scelte di vestiario di Dylan. Tutto, insomma, per scongiurare il rischio del ridicolo, o meglio della futilità, come spesso succedeva nei comics americani. E pensare, invece, che proprio da una di quelle uscite forse un po’ raffazzonate aveva origine la fascinazione di Castelli per le rimpatriate tra eroi. Iniziò con Nembo Kid, come chiama Superman la vecchia guardia. Lo racconta a Franco Busatta, sempre in calce all’Ultima fermata: “Fu grazie a un suo team-up che conobbi Batman”.
Credit, per tutte le immagini (tranne Topin Mystère): Sergio Bonelli Editore