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Lebron Foster II

"Nel deserto di New York". Cinquantadue storie per vivere un anno, seppur virtualmente, nella Grande Mela. Racconto numero 32
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Mi chiamo Lebron Foster II, perché mio padre, prima di uccidere un poliziotto, ha deciso di farmi battezzare con il suo stesso nome. Non è bastata la sedia elettrica a farne dimenticare le gesta, ma io non ho mai voluto cambiare il modo in cui mi chiamo, perché se sono al mondo lo devo a lui.

Di mia madre ignoro anche il nome, e sono cresciuto in un riformatorio, dove un prete pallido mi ha spiegato che siamo noi a scegliere quella che sarà la nostra vita. Una cosa che non mi aveva detto nessuno.

Quando l’ho conosciuto, padre Jim aveva già il sangue malato, ma diceva che il pessimismo è una bestemmia e che si può fare molto, in ogni condizione, per chi è infelice.

Il giorno in cui è morto ho pianto molto, perché mi ha fatto sentire che fosse lui ad aver bisogno di me. 

E da allora passo le mie giornate portando da mangiare a donne e uomini dimenticati. Li cerco ovunque nelle stazioni, sotto i ponti, n…

Mi chiamo Lebron Foster II, perché mio padre, prima di uccidere un poliziotto, ha deciso di farmi battezzare con il suo stesso nome. Non è bastata la sedia elettrica a farne dimenticare le gesta, ma io non ho mai voluto cambiare il modo in cui mi chiamo, perché se sono al mondo lo devo a lui.

Di mia madre ignoro anche il nome, e sono cresciuto in un riformatorio, dove un prete pallido mi ha spiegato che siamo noi a scegliere quella che sarà la nostra vita. Una cosa che non mi aveva detto nessuno.

Quando l’ho conosciuto, padre Jim aveva già il sangue malato, ma diceva che il pessimismo è una bestemmia e che si può fare molto, in ogni condizione, per chi è infelice.

Il giorno in cui è morto ho pianto molto, perché mi ha fatto sentire che fosse lui ad aver bisogno di me. 

E da allora passo le mie giornate portando da mangiare a donne e uomini dimenticati. Li cerco ovunque nelle stazioni, sotto i ponti, nei letti di cartone: sono venuti a New York da ogni parte del mondo ed ora hanno tutti lo stesso colore e odore. Ma quando sorridono ognuno di loro è diverso, me lo hai insegnato tu.

Mi aspettano e appena mi vedono arrivare mi chiamano con il nome e cognome, e questo mi fa piacere. Lo so, è una piccola vanità.

Dopo che abbiamo mangiato parliamo a lungo, e scherziamo, e a volte anche cantiamo, e una volta è arrivata anche la polizia, perché il frastuono era enorme.

Ma poi hanno sorriso e si sono messi a cantare anche loro.

Io non saprei da dove iniziare a curarla, l’anima, padre Jim. Quello era il tuo mestiere, ma forse riesco a riscaldarla accarezzandone il corpo.