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Morto il fotografo Francesco Radino, maestro del paesaggio

Francesco Radino da Transformazione (Courtesy MuFoCo) 
Aveva 75 anni. Gli esordi nel reportage e poi la collaborazione con il Touring Club Italiano. I suoi scatti erano considerati "haiku visivi"
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Ogni mattina, nella stanza che dava su una vecchia corte della Bovisa, invasa da oleandri e camelie, Francesco Radino accendeva la radio e una candela. La radio, che gli portava le notizie di "questo secolo sciagurato" che non amava, ma in cui gli era toccato di vivere. La candela, per correggerlo con un po' di luce e di vita.

A 75 anni abbiamo perduto un maestro della fotografia contemporanea che per oltre mezzo secolo ha osservato lo spazio dell'uomo, lo ha raccontato, lo ha misurato, ma senza mai farsene una gabbia, senza mai restare prigioniero dello "spaesante presente". Era nato in Toscana, a Bagno a Ripoli, da una famiglia di pittori, e gingillava con le fotocamere fin da ragazzino, ma fu Milano che lo rapì in quella generazione di fotografi straordinari, Monti, Mulas, Basilico, Berengo Gardin, Scianna, Colombo, Nicolini, tra i quali cercò e trovò la sua strada, che deve qualcosa a tutti e non somiglia a nessun'altra: "…

Ogni mattina, nella stanza che dava su una vecchia corte della Bovisa, invasa da oleandri e camelie, Francesco Radino accendeva la radio e una candela. La radio, che gli portava le notizie di "questo secolo sciagurato" che non amava, ma in cui gli era toccato di vivere. La candela, per correggerlo con un po' di luce e di vita.

A 75 anni abbiamo perduto un maestro della fotografia contemporanea che per oltre mezzo secolo ha osservato lo spazio dell'uomo, lo ha raccontato, lo ha misurato, ma senza mai farsene una gabbia, senza mai restare prigioniero dello "spaesante presente". Era nato in Toscana, a Bagno a Ripoli, da una famiglia di pittori, e gingillava con le fotocamere fin da ragazzino, ma fu Milano che lo rapì in quella generazione di fotografi straordinari, Monti, Mulas, Basilico, Berengo Gardin, Scianna, Colombo, Nicolini, tra i quali cercò e trovò la sua strada, che deve qualcosa a tutti e non somiglia a nessun'altra: "Comporre immagini nelle quali l'imprecisione del significato e l'ambiguità del linguaggio mi consentissero non di capire il mondo, ma di farne parte".

Come tutti, o quasi, esordì nel mito del fotoreportage e dell'impegno politico, poi l'incontro professionale con il Touring Club Italiano, alla fine degli anni Settanta, gli consentì di "guadagnarmi da vivere e fare quella vita avventurosa che mi ha permesso di percorrere la mia epoca con dignità e senza mai perdere il senso dell'esistenza". Volumi di grandi resoconti di viaggio, nel nord dell'Europa e nelle città italiane. Ma il suo non era lo sguardo dello stupore turistico, era l'osservazione dell'analista. Erano anni in cui sia le istituzioni pubbliche che le grandi imprese pensavano che la fotografia, cioè lo sguardo di un fotografo, di un visionario di professione e di vocazione, potesse servire per comprendere meglio come funziona lo spazio in cui una comunità vive, abita e lavora, e commissionavano esplorazioni, rapporti, inchieste visuali. Furono autentiche indagini quelle che Radino compì sul paesaggio lombardo, su Milano, sulle acque, sulle centrali elettriche, sulle ferrovie, sui campi coltivati. Negli anni Ottanta fu protagonista della più ambiziosa impresa di documentazione del territorio mai avviata in Italia, Archivio dello spazio (i cui frutti sono conservati al MuFoCo di Cinisello Balsamo, che ahinoi da pochi giorni ha chiuso le attività espositive - sono finiti, quei tempi di fiducia).

Ma quel suo sguardo analitico nascondeva una visione non tecnica, non mimetica, non materialista del mondo. Lo aveva temprato, il suo sguardo, durante i numerosissimi viaggi in Giappone (oltre che, giovanissimo, nella Cina della Rivoluzione culturale) dove aveva appreso a "osservare le cose prendendo distanza dalla razionalità". Ha sempre amato paragonare le sue immagini agli haiku visivi: esperimenti con la forma, ha scritto di lui Roberta Valtorta, curatrice di molti suoi lavori, "questo mistero che governa e configura ogni oggetto non solo corporeo ma anche immaginato". Nel suo lavoro più maturo, Radino è sfuggito anche alla gabbia dei generi, soprattutto di quel genere potentissimo, il passaggio, in cui aveva mosso a lungo i suoi passi, e ha esplorato il ritratto, la natura morta, la figura umana, gli oggetti dal lavoro, scoprendo analogie insospettabili fra oggetti animati e no, storia e materia, cultura e natura.

È stato il fotografo di quel che si vede e di quel che non si vede. Fotografo della trasformazione (Mutazioni è il titolo di uno dei suoi libri), il processo con cui la natura si rinnova e ci nutre: e lo sapeva bene, da erede e a lungo gestore dell'azienda agricola di famiglia, produttrice di olio e di vino. Ci lascia questo piccolo grande grano di saggezza: anche la fotografia è un nutrimento terrestre.