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Rileggiamo Primo Levi 35 anni dopo

L'11 aprile 1987 moriva a Torino lo scrittore di "Se questo è un uomo". Oggi la sua voce di testimone dell'orrore è più viva e necessaria che mai
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Sono trascorsi trentacinque anni dalla scomparsa di Primo Levi, da quel mattino dell'11 aprile 1987 in cui il suo suicidio gettò i suoi lettori ed estimatori in uno stato di sconcerto e di sconforto. Com'era possibile che quell'uomo così misurato ed equanime, il testimone dello sterminio ebraico, si fosse gettato nella tromba delle scale della sua casa torinese? Un anno prima Levi aveva dato alle stampe un libro, I sommersi e i salvati, in cui rivisitava a distanza di diversi decenni la sua esperienza nel Lager di Monowitz, nel cantiere della fabbrica di gomma sintetica Buna di cui era stato uno schiavo. La responsabilità di quel gesto inatteso e imprevedibile venne attribuita al libro appena pubblicato, al senso di colpa per essere sopravvissuto che si palesava nelle pagine del volume.

Il male oscuro

Possibile? Un legame certamente c'era: i ricordi del passato avevano di nuovo buss…

Sono trascorsi trentacinque anni dalla scomparsa di Primo Levi, da quel mattino dell'11 aprile 1987 in cui il suo suicidio gettò i suoi lettori ed estimatori in uno stato di sconcerto e di sconforto. Com'era possibile che quell'uomo così misurato ed equanime, il testimone dello sterminio ebraico, si fosse gettato nella tromba delle scale della sua casa torinese? Un anno prima Levi aveva dato alle stampe un libro, I sommersi e i salvati, in cui rivisitava a distanza di diversi decenni la sua esperienza nel Lager di Monowitz, nel cantiere della fabbrica di gomma sintetica Buna di cui era stato uno schiavo. La responsabilità di quel gesto inatteso e imprevedibile venne attribuita al libro appena pubblicato, al senso di colpa per essere sopravvissuto che si palesava nelle pagine del volume.

Il male oscuro

Possibile? Un legame certamente c'era: i ricordi del passato avevano di nuovo bussato alla porta della sua anima; tuttavia era il rinnovarsi di una depressione che l'aveva visitato altre volte nel corso della sua vita, uno stato psichico che si era ripresentato nuovamente in un momento complicato della sua vita di uomo e di scrittore. Di certo I sommersi e i salvati sono un libro che non gli era stato facile scrivere in un arco di tempo assai ampio.

Vi faceva i conti con i problemi di fondo che i campi della morte avevano aperto nella coscienza dell'Europa postbellica. Ora che nella consapevolezza non solo dei lettori, ma anche della critica letteraria è diventato quasi un senso comune dire che Levi è un grande testimone perché è un grande scrittore, appare evidente perché i suoi libri durino nel tempo più di altri per la complessità e la ricchezza delle considerazioni, ma prima ancora per lo stile in cui sono stati scritti. A distanza di trentacinque anni possiamo dire che I sommersi e i salvati (1986), suo ultimo libro pubblicato in vita, è anche la sua opera più importante.

L'esperienza del Lager

Non la più bella dal punto di vista letterario, per quanto scritta magnificamente, ma la più importante. Si tratta di un libro scabro, duro e persino urticante, che partendo dalla esperienza del Lager affronta il terribile problema della responsabilità dei singoli davanti al Potere, quello che si esercita nei campi di concentramento, e anche quello che si esplica in varie e differenti forme nella vita quotidiana di ciascuno di noi. Il centro tematico del libro riguarda il rapporto che i singoli individui intrattengono con il Potere stesso.

In questi giorni di guerra in Ucraina ho riaperto I sommersi e i salvati e vi ho trovato molti passi di grande attualità. Il conflitto bellico in corso in Europa si svolge nei territori percorsi da Levi dopo la sua liberazione da Auschwitz il 27 gennaio 1945, durante il suo assurdo viaggio di ritorno in Italia narrato in La tregua (1963): Ucraina e Biellorussia. In I sommersi e i salvati ci sono capitoli come La memoria dell'offesa e Violenza inutile, che aiutano a leggere le stragi dei civili, e altri come La vergogna e La zona grigia che mostrano la vergogna delle vittime a fronte dell'indifferenza dei carnefici, e il coinvolgimento delle vittime nelle strategie del Potere.

Le pagine della vergogna

Le pagine sulla vergogna sono un piccolo trattato intorno a questo sentimento, che risulta più distruttivo dello stesso senso di colpa. Levi cerca di spiegare cosa accade nella psiche di chi ha subito la violenza. La zona grigia poi tratta una delle questioni più scabrose: il rapporto dei singoli con il Potere - scrivo qui la parola con la maiuscola, così come faceva in  Scritti corsari un altro intellettuale e scrittore, Pier Paolo Pasolini, che ha avuto modo di riflettere sulla medesima questione. Levi ci spiega come non esistano solo le vittime e i carnefici, due poli opposti e simmetrici, ma come tra le due polarità estreme esista una vasta zona grigia che riguarda tutti coloro che sono venuti a contatto con il Potere assoluto di vita e di morte nel Lager.

Una situazione paradigmatica che Levi sintetizza con efficacia: "E' una zona grigia, dai contorni mai definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi-. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, e alberga in sé quanto basta per confondere il nostro potere di giudicare". Si tratta delle figure che accettano di collaborare con i carnefici per avere salva la vita. Vi sono diversi gradi di collaborazione e di ricerca dei privilegi che danno modo di non morire di fame e di freddo, di trovare protezione e aiuto, di sfuggire alle selezioni. Un tema già presente in Se questo è un uomo, ma che a distanza di tempo Levi tratta con maggior precisione e capacità di discernimento. Davanti a quanto accade in Ucraina, come in precedenza in Kossovo, in Cecenia, in Afganistan, le pagine di Levi ci aiutano a discernere, non certo a giustificare, quanto accade nelle situazioni in cui il potere si esercita al massimo grado e mediante un'assoluta discrezionalità.

Un libro non semplice

Nel Lager si vive in uno stato di guerra di tutti contro tutti. Libro non semplice, ricco di sfumature, I sommersi e i salvati è, a pare di molti, uno dei due o tre libri più importanti del XX secolo, uno dei pochi che ci aiuti a capire anche il XXI secolo, dove l'umanità ha dovuto fronteggiare la pandemia e poi una nuova crudele e spietata guerra nel cuore dell'Europa. Leggere o rileggere queste pagine di Primo Levi non ci consola rispetto a quando accade; ci consegna piuttosto una riflessione di grande acutezza e ci pone domande ineludibili sulle nostre stesse responsabilità. Un libro per l'avvenire, non solo per il passato.

Come scriveva il chimico torinese: è accaduto una volta e può sempre ripetersi. Levi ci fa capire che pensare è oggi più importante di emozionarsi. La compassione è un sentimento indispensabile, uno di quelli che ci rendono umani, tuttavia l'emotività, come la stessa pietà o l'empatia verso chi soffre, non bastano. Quello che ci serve davvero è il pensiero, la riflessione. Primo Levi è uno dei pochi autori che ci aiuta a farlo in modo problematico e complesso. Non è poco in una realtà come quella attuale.