Il progetto. Gitai, l’arte contro l’orrore
di Fulvio Paloscia , di Fulvio PalosciaIn apparenza, non è teatro nel senso più tradizionale. Exils intérieurs, che vede il regista israeliano Amos Gitai affondare il coltello della propria arte nella carne più viva e dolente del Novecento sul palcoscenico del Teatro della Pergola a Firenze, rinuncia a tutti gli elementi più accattivanti di uno spettacolo: nessun decor, nessuna inclinazione al naturalismo scenografico, ma un grande tavolo intorno al quale si siedono gli attori, alle prese con un collage di testi sul tema dell’artista in condizione di oppressione.
Sullo sfondo, uno schermo dove scorrono immagini dei film di Gitai, il ruvido poeta dell’esilio da un Paese che ha provocato con posizioni tutt’altro che concilianti. Un pianista, un bandoneonista, un violinista-tastierista a fare da raccordo alle varie “stazioni” di un viaggio immobile, di una rappresentazione dove l’azione non è nei corpi degli attori, ma solo nelle parole. Uno schema…
In apparenza, non è teatro nel senso più tradizionale. Exils intérieurs, che vede il regista israeliano Amos Gitai affondare il coltello della propria arte nella carne più viva e dolente del Novecento sul palcoscenico del Teatro della Pergola a Firenze, rinuncia a tutti gli elementi più accattivanti di uno spettacolo: nessun decor, nessuna inclinazione al naturalismo scenografico, ma un grande tavolo intorno al quale si siedono gli attori, alle prese con un collage di testi sul tema dell’artista in condizione di oppressione.
Sullo sfondo, uno schermo dove scorrono immagini dei film di Gitai, il ruvido poeta dell’esilio da un Paese che ha provocato con posizioni tutt’altro che concilianti. Un pianista, un bandoneonista, un violinista-tastierista a fare da raccordo alle varie “stazioni” di un viaggio immobile, di una rappresentazione dove l’azione non è nei corpi degli attori, ma solo nelle parole. Uno schema nudo, poverissimo. Un oratorio? Una conferenza “teatralizzata”? Exils intérieurs è ambedue ma anche altro: uno spazio di pura astrazione dove la drammaturgia si fa storia, si fa pensiero e il pubblico è chiamato ad un’attenzione totale. Un luogo di quella Memoria che, per Gitai, è materia viva, organica in continua mutazione, che «è vitalità propositiva verso il futuro, utopia che chiede attesa» dice il cineasta. E qui, in questa dimensione sospesa dell’attendere, sta il valore di una tessitura drammaturgica che intreccia Gramsci, Hesse, Mann, Lasker Schüle, Rosa Luxembourg, Camus e che ridà al teatro il senso di responsabilità. Lo fa tornare ad essere luogo dei significati. Specchio di un pubblico che vuole sentirsi di nuovo collettività, e che è disposto a lasciar risuonare dentro di sé le parole di chi, un secolo fa, parlava nel nome di una comunità, interpretandone ferite e sconfitte.
Teatro con cui Gitai ridà il tragico significato politico alla parola confinamento, termine che con la pandemia siamo tornati ad indossare come un abito dimenticato in un angolo, ma nel senso di costrizione medica in un’emergenza che in molti hanno definito dittatura. E anche a quest’ultima (oggi) abusato vocabolo Gitai riconferisce il peso che ha avuto nella storia, e che adesso — con la guerra in Ucraina — ci viene di nuovo sbattuto in faccia fuori da fraintendimenti. È vero, negli ultimi anni ci siamo sentiti tutti esiliati interiori, ma gli scrittori collazionati dal regista sono molto di più: sono intellettuali che profetizzano il destino di guerra e sangue su cui scivola il Novecento. E di cui oggi proviamo un’assenza insopportabile, ci dice Gitai con Exils intérieurs.
Nel loro carteggio, Thomas Mann ed Hermann Hesse discutono su quanto l’intellettuale debba prendere posizione nonostante l’ostracismo dello status quo. Starne fuori, dice Hesse, «vogliamo la verità e possibilmente la pace, non la lotta fine a se stessa; in tal modo scateniamo la furia di tutti gli schieramenti militanti, quelli dei generali e dei dittatori come quelli degli emigrati, e contro di noi si spara da entrambe le parti». No: sporcarsi le mani finché si può, risponde Mann in un epistolario reverenziale. «Caro signor Hermann Hesse», «Caro Signor Thomas Mann».
L’autore de La Montagna incantata, nel 1936, dall’esilio in Svizzera vede revocare il titolo di dottore all’Università di Bonn onorario per aver stigmatizzato il pericolo e la viltà intellettuale dei regimi fascisti. «Guai al popolo che, proprio non trovando altra via d’uscita, pensi di trovarla nell’orribile guerra, odiata dagli uomini e da Dio! — scrive Mann al preside della Facoltà di Filosofia — Questo popolo sarebbe perso. Vinto, al punto da non poter più riprendersi. L’unico scopo dello Stato Nazionalsocialista è questo. Reprimere senza pietà, estirpare con la violenza ogni accenno di reazione; formare il popolo tedesco alla “guerra che verrà”,per farne uno strumento compiacente che nessun pensiero critico indebolisce».
Le luci dei riflettori si spengono su Camus e sulla sua conferenza all’Università di Uppsala, nel 1957, sul rapporto tra arte e società: basta con l’artista chiuso nella sua torre d’avorio, «è necessario fare la propria parte in quest’epoca, visto che essa stessa lo esige tanto, e riconoscere tranquillamente che il tempo dei cari maestri, degli artisti con le camelie e dei geni in poltrona è finito. Creare oggi è creare pericolosamente» scrive. E ancora: «L’arte cammina tra due abissi, che sono la frivolezza e la propaganda. Lungo questa linea di cresta su cui avanza il grande artista, ogni passo è un’avventura, un rischio estremo. In questo rischio, però, e in esso solo, sta la libertà dell’arte. Libertà difficile che assomiglia piuttosto a una disciplina ascetica». Un monito attualissimo. Ma anche un ritratto “ante litteram” dell’arte necessaria di Gitai.