Biennale di Venezia, è polemica sul Padiglione della Namibia
di Vera Mantengoli , di Vera MantengoliVENEZIA Per qualcuno sarà un traguardo, per altri una sconfitta. Parliamo della prima partecipazione nazionale della Namibia alla Biennale di Venezia che, a pochi giorni dall'inaugurazione all'Isola della Certosa, è già al centro di una polemica.
"The Lone Stone Men of the Desert", padiglione con le opere dell'artista RENN che realizza uomini con pezzi di pietra e di ferro, ci sarà lo stesso e sarà a cura di Mario Furio Ferrerio, ma gli sponsor principali, Monica Cembrola e Abercrombie and Kent, si sono ritirati.
La decisione è avvenuta dopo la petizione avviata da artisti della Namibia che considerano la scelta del curatore inappropriata poiché in sintesi fondata "come nucleo concettuale" sulla relazione tra uomo e natura e quindi "sulla premessa storicamente razzista che i popoli indigeni sono percepiti come più vicini alla natura". Per i quasi 400 firmatari siamo di front…
VENEZIA Per qualcuno sarà un traguardo, per altri una sconfitta. Parliamo della prima partecipazione nazionale della Namibia alla Biennale di Venezia che, a pochi giorni dall'inaugurazione all'Isola della Certosa, è già al centro di una polemica.
"The Lone Stone Men of the Desert", padiglione con le opere dell'artista RENN che realizza uomini con pezzi di pietra e di ferro, ci sarà lo stesso e sarà a cura di Mario Furio Ferrerio, ma gli sponsor principali, Monica Cembrola e Abercrombie and Kent, si sono ritirati.
La decisione è avvenuta dopo la petizione avviata da artisti della Namibia che considerano la scelta del curatore inappropriata poiché in sintesi fondata "come nucleo concettuale" sulla relazione tra uomo e natura e quindi "sulla premessa storicamente razzista che i popoli indigeni sono percepiti come più vicini alla natura". Per i quasi 400 firmatari siamo di fronte alla scelta di un gruppo di persone italiane, senza nessuna esperienza curatoriale alle spalle, che ha deciso di portare questo artista come rappresentante della Namibia, senza aver mai dialogato con la comunità di artisti danubiani.
I fatti
Andiamo per ordine. I fatti sono che mesi fa il milanese Mario Furio Ferrerio, italiano laureato in Filosofia che lavora come consulente aziendale da otto anni anche in Namibia, scopre l'esistenza di sculture che raffigurano esseri umani, realizzati con pezzi di rocce e di ferro, sparse nel deserto del Namib. Sono le opere dell'artista noto con lo pseudonimo RENN che vuole rimanere anonimo. Sembra che l'artista sia nato a Johannesburg e che sia cresciuto in Namibia, particolare che come vedremo sarà poi oggetto della polemica.
"Mi sono innamorato di questo lavoro e ho iniziato un iter, gratuito e lunghissimo, per presentare al Ministero della Cultura della Namibia la proposta di partecipare alla Biennale per la prima volta con questo artista" spiega il curatore, fondatore della start up The Wow Bancarella. Inizia così un iter per Furio Ferrerio per preparare il dossier sugli uomini di RENN e trovare finanziamenti.
Qui entra in scena Monica Cembrola, collezionista nata a Napoli e vissuta a Parigi, fondatrice di Monica Cembrola for Art, fondazione che da anni si occupa di promuovere gli artisti africani, di offrire borse di studio e di valorizzare la loro presenza nel panorama artistico internazionale. "Il primo problema che ho riscontrato è che il curatore non voleva dirmi il nome perché l'artista aveva chiesto esplicitamente di non partecipare a condizione che rimanesse anonimo" spiega Cembrola. "Capivo, ma avevo chiesto che almeno nel team il nome potesse venire fuori. A causa del problema di Omicron ho ritardato la mia partenza per la Namibia e quando mi sono recata là è uscita la petizione su Change.org Not our Namibian Pavillion. a quel punto ho chiesto spiegazioni e ho proposto dei nomi di artisti da affiancare a RENN, ma mi è stato detto che non era possibile". Per il curatore invece la valutazione degli altri artisti è avvenuta fuori tempo massimo ed era improponibile considerati i tempi della Biennale. "Ho anche proposto che quei nomi avrebbero potuto esserci nella prossima Biennale, quindi non è vero che li ho rifiutati". Per la sponsor invece sull'Isola della Certosa lo spazio ci sarebbe stato e aggiungere anche nomi del panorama contemporaneo namibiano avrebbe potuto risolvere questa oggettiva difficoltà.
La petizione
La petizione, ancora consultabile sulla piattaforma, critica la scelta per punti con la premessa che la comunità artistica namibiana considera la prima partecipazione della Namibia alla Biennale come un debutto inappropriato che mostra una visione antiquata del Paese e della sua arte. Lo stesso, ricordano, è accaduto alcuni anni fa con il Padiglione del Kenya nel 2013 e 2015. Poi, l'elenco delle questioni, a partire dal fatto che Ferrerio è associato a un lodge nella Purros Conservancy nel Kaokoland, una zona dove ci sono questi cosiddetti uomini solitari realizzati da RENN. Il punto principale della critica è però un altro e solleva un tema importante per gli artisti africani che si sono visti per secoli rappresentati dai bianchi. Gli artisti contestano infatti che alla base della presentazione del lavoro, sia valorizzato il concetto della vicinanza di uomo e natura. "Questo concetto è stato usato per giustificare l'oppressione dei popoli indigeni etichettandoli come ingenui e subumani" scrivono gli artisti spiegandone le implicazioni e concludendo che lo spirito con cui Ferrario "affronta questa mostra risiede nella dicotomia pregiudiziale e coloniale degli "incivili" contro i "civilizzati"". La seconda critica è che l'artista in questione è parte del business turistico e che non ha nessuna esposizione in luoghi che rappresentano la cultura, né critici che sostengano il suo lavoro. La terza critica è che per i firmatari siamo di fronte al caso di un "gruppo di persone italiane che, senza avere nessuna esperienza curatoriale alle spalle, ha deciso di rappresentare la Namibia. "Sembra che queste persone non siano consapevoli dei temi decoloniali, specialmente in un'epoca post-apartheid dove gli sforzi per emendare le ingiustizie del passato sono fondamentali quando ci si impegna in un progetto di questa natura". Seguono altre considerazioni, incluse una critica al governo namibiano, colpevole di aver approvato per un tornaconto turistico.
Le reazioni
Per Cembrala, promotrice della recente mostra a Milano Underground Art Resurrection, si tratta di una sconfitta: "Quando mi hanno chiesto il supporto ho partecipato con entusiasmo all'iniziativa, ma non avrei mai pensato di arrivare a tanto anche perché se noi abbiamo questo delicato compito dobbiamo farci portavoce della comunità di artisti e non remare contro" spiega la collezionista che si è ritirata e associata alla petizione. "Mi dispiace perché in questi anni tutto il mio sforzo è stata per aiutare proprio gli artisti a trovare un loro spazio nel panorama internazionale. Inoltre sembra che RENN sia bianco e nato a Johannesburg e che poi sia venuto in Namibia, motivo in più per domandarsi se rappresenta davvero la comunità di artisti namibiana". Per Cembrola la delusione è immensa: "Ho proposto di aggiungere Lynette Diergaardtand, Ina Marie Shikongo, Filippus Sheemana e anche loro sarebbero stati d'accordo, ma non c'è stato verso e a quel punto mi sono ritirata e anche l'altro sponsor".
Il curatore
Per Mario Furio Ferrerio, impegnato in questi giorni a Venezia nell'allestimento alla Certosa, le critiche non tengono anche perché non c'è la firma di chi ha avviato la petizione. "Certo, è vero che lavoro in quella parte del deserto, ma ho concluso la mia consulenza nel 2021 e il deserto inoltre ricopre un'area vastissima disseminata delle opere di RENN" spiega, ricordando che il progetto ha avuto la consulenza curatoriale anche di Stefano Morelli. "Ho visto quelle opere, me ne sono innamorato e ho iniziato un percorso senza chiedere nessun tipo di finanziamento. Mi aveva interessato questa modalità dell'artista di porsi in cui l'individuo si fa da parte e lascia il posto all'opera e al paesaggio, mi sembra un messaggio puro quello di farsi da parte per lasciare in primo piano l'opera e non il nome. Inoltre la condizione per esporle era che mantenessi la privacy dell'artista che è della Namibia e la polemica se è bianco e nero mi sembra discriminatoria". Ferrerio dice che lui nella petizione viene calunniato: "Nella petizione non si parla delle opere. Guardate i lavori, criticate le opere". Ribadisce che la richiesta di inserire altre opere è arrivata tardi, che non era tecnicamente possibile inserire altri artisti perché le regole della Biennale non lo permettevano. In un articolo di Artenet si scrive che si venderanno stampe a 15 mila euro e opere a 50 mila. "Non si può vendere durante la Biennale" spiega. "Quello che abbiamo fatto per sostenerci è una campagna di fundraising". E aggiunge in una nota scritta: "Consapevoli dell'irrilevanza personale di fronte ai temi trattati dall'opera, gli autori si celano dietro lo pseudonimo RENN, rifiutando qualsiasi connotazione e riconoscimento. Così l'artista torna a essere quel mezzo kantiano "attraverso cui la Natura dà la sua regola all'arte": criticando tacitamente l'individualismo spinto della contemporaneità si fa spazio a un concetto di collettività, di unione e incontro, al di fuori di gerarchie, influenze e contaminazioni". Ferrerio inviata a visitare il padiglione prima di criticare. "Ci saranno cinque opere astratte nell'isola, una decina provenienti dalla Namibia e una mostra fotografica delle opere nel loro contesto, ovvero il deserto di Namib che è l'area desertificata più antica del mondo".