✕

Lena, il mostro

"Nel deserto di New York". Cinquantadue storie per vivere un anno, seppur virtualmente, nella Grande Mela. Racconto numero 33
1 minuti di lettura

Eccomi, sono il mostro di New York. Mi chiameranno così tra qualche ora, forse qualche minuto. O forse lo sono già: hanno già scoperto quello che ho fatto e il mio nome fa già orrore e paura.

Quando mi cattureranno, il mio volto sarà fotografato a tutta pagina sui tabloid e immagino già i titoli, gli articoli.

Ora non so neanche dove sto andando, ma forse non l’ho mai saputo. So solo che dovevo farlo.

Le ho viste crescere, quelle bambine, ed hanno imparato a parlare con me. Lena è stata la prima parola che hanno detto. E poi hanno imparato Te quiero, Lena.

Te quiero, linda Lena.

Te quiero.

Con me hanno imparato a mangiare, a ridere e scherzare.

Tu eres maja cuando te ríes, te queremos.

Linda Lena.

La signora Murray era felice che sapessero lo spagnolo, ma quando parlavamo tra di noi si indispettiva. Perché non capiva, lei conosce solo l’inglese.

Le ho accompagnate ogni mattina all’asilo, le ho p…

Eccomi, sono il mostro di New York. Mi chiameranno così tra qualche ora, forse qualche minuto. O forse lo sono già: hanno già scoperto quello che ho fatto e il mio nome fa già orrore e paura.

Quando mi cattureranno, il mio volto sarà fotografato a tutta pagina sui tabloid e immagino già i titoli, gli articoli.

Ora non so neanche dove sto andando, ma forse non l’ho mai saputo. So solo che dovevo farlo.

Le ho viste crescere, quelle bambine, ed hanno imparato a parlare con me. Lena è stata la prima parola che hanno detto. E poi hanno imparato Te quiero, Lena.

Te quiero, linda Lena.

Te quiero.

Con me hanno imparato a mangiare, a ridere e scherzare.

Tu eres maja cuando te ríes, te queremos.

Linda Lena.

La signora Murray era felice che sapessero lo spagnolo, ma quando parlavamo tra di noi si indispettiva. Perché non capiva, lei conosce solo l’inglese.

Le ho accompagnate ogni mattina all’asilo, le ho prese all’ora di pranzo e poi portate in piscina, a violino e a tutte le attività che sceglieva per loro la signora Murray.

Lei non ci andava mai: rimaneva sempre a letto, stanca di non far niente. E parlavo io con i professori, gli insegnanti, organizzavo io i playdate e gli sleepover.

Ma Frances e Holly dovevano essere atletiche e sofisticate, la signora Murray ci teneva molto. Questa città è competitiva, Lena, despiadada. È l’unica parola che sono riuscita ad insegnarle.

Frances e Holly Murray devono essere un modello per tutta Manhattan. Lo ripeteva ogni giorno.

Anche il signor Murray, ci teneva, alle sue figlie. Me lo diceva quando mi chiedeva di dargli soddisfazione. Me ne parlava anche quando mi prendeva da dietro e si lamentava che la moglie stava invecchiando male. Il mio si che invece è un bel culo.

Ho deciso di fare quello che ho fatto quando mi ha raccontato che anche la signora ha chi le dà soddisfazione: è il personal trainer, e pensate che a me era sempre sembrato gay. Il signor Murray mi ha detto anche che non devo scandalizzarmi: non c’è nessuno tra i loro amici che non abbia una vita doppia, tripla, e a volte anche quadrupla.   

A me una sembra anche troppo, ed è per questo che ho deciso di porre fine alla loro, a quella dei signori Murray, e anche alla mia.

Dormivano, quando le ho accoltellate. E prima di farlo le ho anche baciate.

Piangevo.

Ora faccio orrore e paura a me stessa.