L'intervista. Amélie Nothomb: “In Ucraina è tornato l’eroismo”
di Lara Crinò , di Lara CrinòTra le più amate scrittrici francofone, in testa alle classifiche d’Oltralpe ogni volta che un suo nuovo libro appare all’orizzonte, Amélie Nothomb ha dedicato alla guerra il suo ultimo ultimo romanzo, Primo sangue (Voland). Dove, parlando in prima persona, rende omaggio al padre recentemente scomparso raccontando un episodio della sua carriera di diplomatico: quando, coinvolto nella presa in ostaggio della comunità belga di Stanleyville, nel 1964, da parte di un gruppo di ribelli congolesi, il giovane console Nothomb riesce a salvare tutti i sequestrati.
Una riflessione sull’insensatezza della violenza ma anche sul cambiamento di scenario tra il XX e il XXI secolo, che ci porta fino al conflitto in corso in Ucraina e ai rischi che il populismo fa correre alla democrazia in tutta Europa. A partire dalla Francia, col fiato sospeso in attesa del ballottaggio tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen per le presidenziali il 24 aprile.
Che cosa la co…
Tra le più amate scrittrici francofone, in testa alle classifiche d’Oltralpe ogni volta che un suo nuovo libro appare all’orizzonte, Amélie Nothomb ha dedicato alla guerra il suo ultimo ultimo romanzo, Primo sangue (Voland). Dove, parlando in prima persona, rende omaggio al padre recentemente scomparso raccontando un episodio della sua carriera di diplomatico: quando, coinvolto nella presa in ostaggio della comunità belga di Stanleyville, nel 1964, da parte di un gruppo di ribelli congolesi, il giovane console Nothomb riesce a salvare tutti i sequestrati.
Una riflessione sull’insensatezza della violenza ma anche sul cambiamento di scenario tra il XX e il XXI secolo, che ci porta fino al conflitto in corso in Ucraina e ai rischi che il populismo fa correre alla democrazia in tutta Europa. A partire dalla Francia, col fiato sospeso in attesa del ballottaggio tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen per le presidenziali il 24 aprile.
Che cosa la colpisce di questa guerra e della sua narrazione?
«Il negazionismo immediato. Sappiamo bene che il negazionismo non è un fenomeno nuovo. Lo vediamo all’opera sui crimini perpetrati durante la Seconda guerra mondiale, sulla Shoah, in modo retrospettivo. Ma quando il Reich bombardava l’Inghilterra uccidendo migliaia di persone se ne vantava, esaltando le sue truppe che marciavano sull’Europa. Invece ciò che fa la dirigenza russa è negare immediatamente, al cento per cento, ciò che sta portando avanti. Fino all’assurdità di chiamare “operazione militare speciale” l’invasione di un altro Stato. I russi sanno che esiste una possibilità infinita di fabbricare contro verità e sanno che l’opinione pubblica è assuefatta a questa modalità di comunicazione, è spinta a dubitare di ciò che dicono non solo le telecamere dei media internazionali, ma gli esponenti politici, le organizzazioni sovranazionali. La verità di questa guerra è che non c’è una verità condivisa, e sarà molto difficile uscirne».
L’opinione pubblica europea è divisa: c’è chi vede nella lotta degli ucraini qualcosa di eroico, chi invece dubita. Come se la figura dell’eroe, nel nostro dna culturale fin dai tempi di Omero, per molti fosse ormai vuota di significato. Ma è davvero così, o c’è ancora spazio per l’eroismo?
«Accade in Francia così come in Italia. Devo riconoscere che l’eroismo, che peraltro è un tema centrale del mio romanzo, è per molti un concetto démodé, nonostante io ritenga personalmente che dobbiamo toglierci il cappello davanti al presidente Zelensky, ai suoi soldati e al loro coraggio. Oggi ci si dà un tono mescolando tutto e tutti, sostenendo che nessuno è colpevole e nessuno è innocente, nessuno è grande e nessuno è infimo, in una sorta di nuovo nichilismo. Sulla scena tuttavia è comparso qualcosa che non è affatto postmoderno, qualcosa che ci dimostra che c’è ancora spazio per l’eroismo».
Questo nuovo nichilismo colpisce parte della sinistra. La sorprende?
«No, perché è meno nella tradizione della sinistra, perlomeno in Francia e in Belgio, parlare di eroismo. A destra c’è il culto dell’eroe, ci sono, per così dire, dei protocolli. La sinistra invece deve scoprire, o riscoprire, un protocollo per rapportarsi a gesti e figure che al momento non sa interpretare. Persino il mio libro, Primo sangue, proprio per aver affrontato questo tema è stato definito da un giornale di sinistra, in Francia, un libro di destra. Ma non è né di destra né di sinistra, è solo il racconto del momento in cui un uomo, nella fattispecie mio padre, si ritrova a compiere un gesto eroico. Non credo che neppure Zelensky volesse essere un eroe. E le dirò di più, trovo terrificante il pensiero di certa sinistra francese radicale secondo cui sarebbe stato meglio, fin dall’inizio, che gli ucraini si arrendessero. C’è un’incapacità di cogliere la portata di questo conflitto fratricida che va alle radici della nostra anima di europei».
«Abbiamo sviluppato il tabù della morte; la vediamo come un’oscenità, non sappiamo come affrontarla perché non siamo stati educati a farlo. La mia cura è la scrittura, ognuno può trovare la sua. Altra cosa è la morte violenta, ingiustificata, la morte di massa a cui stiamo assistendo. Qui vedo in atto una contraddizione gigantesca. Non siamo capaci di affrontare la morte, ma al tempo stesso la morte diventa simulabile, una tele realtà. Siamo sempre più morbosi nello spettacolo, e sempre più pusillanimi nella realtà. Il risultato di questa prima tornata elettorale in Francia ne è un’altra dimostrazione».
Il ballottaggio per le presidenziali francesi tra Le Pen e Macron è una cartina di tornasole per l’Europa.
«È la prima volta che si ha davvero la percezione che l’estrema destra potrebbe farcela. Se questo è allarmante, è ancor più allarmante è che i candidati che hanno avuto migliori relazioni con Putin abbiano avuto risultati così brillanti. Devo pensare che in una parte dell’elettorato francese ci sia, ancora più che un appoggio consapevole alle posizioni della Russia, un deficit educativo e di coscienza democratica. L’astensione elettorale è stata molto alta, e ciò è di per sé un problema per le istituzioni democratiche, ma io credo che ci sia di più: molti francesi non sanno cos’è la nostra repubblica, non sanno cos’è la democrazia e non sanno che cos’è la tirannia. E se guardiamo a ciò che è accaduto durante la pandemia, vediamo che emerge lo stesso elemento: chi ha qualificato lo Stato democratico come “dittatura sanitaria” ha dimostrato di non aver alcuna idea di che cosa è una dittatura e di che cosa succede in una dittatura».