dal nostro inviato
Dario Pappalardo
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dal nostro inviato Dario Pappalardo
Il giro veneziano tra i padiglioni della grande esposizione d’arte curata da Cecilia Alemani è un viaggio nel cuore della contemporaneità. A partire dal rifiuto dell’antropocentrismo. Poi il femminismo. E “Piazza Ucraina”
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
VENEZIA - Ai Giardini della Biennale di Venezia, si lavora ancora. Nella "Piazza Ucraina", lo spazio speciale dedicato al Paese invaso da Putin, gli operai dispongono sacchi di sabbia come quelli usati a Kiev per proteggere i monumenti pubblici dalle bombe. Pochi metri più in là, il Padiglione americano. Giri l'angolo e, a un passo, ecco quello della Russia, verde Ermitage e chiuso per guerra. La mappa simbolica di quello che non è solo il mondo dell'arte è presto tracciata. Gli yacht già si iniziano a vedere sulla Riva degli Schiavoni. A tre anni dall'ultima, dopo due di pandemia, la mostra internazionale è tornata per la cinquantanovesima volta. Cecilia Alemani è la prima direttrice italiana donna. Alla vigilia dell'inaugurazione, corregge gli ultimi ritocchi.
VENEZIA - Ai Giardini della Biennale di Venezia, si lavora ancora. Nella "Piazza Ucraina", lo spazio speciale dedicato al Paese invaso da Putin, gli operai dispongono sacchi di sabbia come quelli usati a Kiev per proteggere i monumenti pubblici dalle bombe. Pochi metri più in là, il Padiglione americano. Giri l'angolo e, a un passo, ecco quello della Russia, verde Ermitage e chiuso per guerra. La mappa simbolica di quello che non è solo il mondo dell'arte è presto tracciata. Gli yacht già si iniziano a vedere sulla Riva degli Schiavoni. A tre anni dall'ultima, dopo due di pandemia, la mostra internazionale è tornata per la cinquantanovesima volta. Cecilia Alemani è la prima direttrice italiana donna. Alla vigilia dell'inaugurazione, corregge gli ultimi ritocchi.
Cecilia Alemani
Sorride, mentre racconta i 40 giorni di un allestimento complicato dagli eventi e dalle opere in ritardo. Si ferma per salutare i genitori, gli amici, il figlio di sei anni che corre ad abbracciarla. Il marito Massimiliano Gioni, che una Biennale l'ha già firmata nel 2013, fa da guida a un gruppo: "Sì, è vero, lei ha avuto più tempo per prepararla, ma l'ha usato bene", scherza. C'è aria di normalità, mentre si presenta Il latte dei sogni, titolo preso in prestito dal libro di Leonora Carrington (apertura al pubblico dal 23 aprile al 27 novembre).
L'opera Sleeper (1994) dell'artista portoghese Paula Rego
Eppure non è un'esposizione come le altre, e la geopolitica c'entra fino a un certo punto. Se da una Biennale è possibile ricavare anche lo spirito del tempo, l'uomo non è più al centro di questo universo. Ma non si tratta solo del maschio, che - stando alla fredda statistica - è rappresentato da appena il 20 per cento degli artisti. Questo è un addio definitivo all'antropocentrismo. Sul piedistallo all'ingresso del Padiglione centrale, ecco l'elefante a grandezza naturale di Katharina Fritsch, Leone d'oro alla carriera quest'anno: "Volevo mettere un animale subito al centro - spiega Alemani - non un uomo o una donna. È anche un omaggio alla storia della Biennale. Proprio qui, nel parco di Castello, nel 1893, viveva l'elefantina Toni". Se si guarda bene, sul tetto in facciata, compaiono gli ironici pesci di Cosima Von Bonin, che imbracciano strumenti musicali. I primi corpi in cui ci si imbatte sono quelli mutanti della romena Andra Ursuta: e sembrano usciti dalla saga di Alien. Arrivederci uomo vitruviano. Di cyborg, macchine umanoidi e postumane sarà pieno tutto il tragitto.
L'elefante di Katharina Fritsch, Leone d'Oro alla carriera
Riscrivere la storia dell'arte
Ma la grande novità della Biennale d'Arte 2022 è l'inserimento di cinque capsule del tempo lungo il percorso. Sono momenti di pausa scelti dalla curatrice per riportare luce su figure femminili messe da parte, quando non relegate al ruolo di muse o di personalità eccentriche. Si tratta di capitoli aggiuntivi di una storia dell'arte che non è stata raccontata e che non potrà più essere la stessa. "La culla della strega" è il primo di questi: in uno spazio color ocra, affiorano nelle teche le opere di Leonora Carrington, Dorothea Tanning, Remedios Varo o di Lo?s Mailou Jones della Harlem Renaissance, anni Venti del secolo scorso.
L'elefante di Katharina Fritsch, Leone d'Oro alla carriera
"Donne che nel Novecento hanno messo in crisi l'unità dell'uomo rinascimentale" dice la direttrice. Sulle tele i personaggi sono in piena metamorfosi: si trasformano in uccelli, libellule, alberi. Leonor Fini, in L'Alcove rovescia i ruoli: nudo nel letto c'è lui, non lei, ed è il 1941. Più avanti, nelle capsule successive del Padiglione centrale, tocca alla poesia concreta di Mirella Bentivoglio, alle visioni delle medium Eusapia Palladino e Linda Gazzera e al Vangelo illustrato da Sister Gertrude Morgan riconquistare la scena, così come agli esperimenti ottici di Nanda Vigo e Dadamaino. A raccogliere il testimone dalle artiste di ieri ci sono le narrazioni colorate di Cecilia Vicuña, secondo Leone alla carriera, che orienta i suoi dipinti contro gli stereotipi del femminile e omaggia la madre rimasta nel Cile di Pinochet. Paula Rego illustra fiabe crudeli dalla morale rovesciata con uomini vestiti da Biancaneve e perfide genitrici che si cibano di bambini.
Il Padiglione ucraino
All'Arsenale la realtà di questi giorni irrompe nel Padiglione ucraino. Dove è stata completata con 78 imbuti di bronzo l'opera di Pavlo Makov The Fountain of Exhaustion, messa in salvo a Kharkiv dalla curatrice Maria Lanko, all'indomani dell'attacco russo. Lei ha caricato tutto in macchina, raggiungendo l'Italia in dieci giorni. L'altra, Lizaveta German, era incinta e ora è qui che allatta suo figlio. "Due giorni fa abbiamo festeggiato il suo primo mese - racconta il terzo curatore, Borys Filonenko - La nostra presenza è fondamentale per far capire che la cultura ucraina esiste. Ha il valore di una missione diplomatica. Dobbiamo spiegare agli europei occidentali che cos'è l'imperialismo russo. Noi abbiamo valori diversi, anche se per loro non esistiamo". Sul Padiglione russo, che ha spontaneamente rinunciato a esserci, ha le idee chiare: "Non dovevano essere qui. Questo è il mio punto di vista. Non si può dialogare nemmeno sul piano culturale con uno Stato terroristico".
L'opera Leoparda de Ojitos (1977) di Cecilia Vicuna, Leone d'Oro alla carriera
Un mondo vegetale
Il secondo atto della mostra di Cecilia Alemani è inaugurato dall'artista di Chicago Simone Leigh. Protagonista anche del Padiglione degli Stati Uniti ai Giardini, e già vincitrice morale di questa edizione, riposiziona la figura della donna afroamericana nella storia, mutandone le sembianze in una scultura monumentale. Via via che si procede nel percorso, tra corpi che svaniscono e macchine che ne riproducono le funzioni, l'umano all'Arsenale tende a scomparire quasi del tutto. La colombiana Delcy Morelos riempie lo spazio di masse di terreno che rilasciano effluvi di cacao, fiori di garofano e cannella e rimandano a cosmologie andine. "Siamo uno specchio del cosmo", sussurra la cilena Sandra Vásquez de la Horra dalla sua tenda dedicata alla Madre Terra. Il colpo di scena sono le Artiglierie trasformate in giardino da Precious Okoyomon con tanto di corso d'acqua che scorre tra i sassi. In due mesi, tra le canne da zucchero, crescerà la pianta di kudzu. Intanto stanno già nascendo le farfalle: forse c'è speranza.