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L'intervista. Wim Wenders: "La verità è un’idea ormai in declino"

Il grande regista tedesco Wim Wenders in uno scatto del 2019 
Il passaggio dall'analogico al digitale, la scelta di non lavorare (almeno per ora) per Netflix, la passione per i docufilm e quella per l'Italia e De André. Parla il grande regista che sulla guerra dice: "Che abisso il genere umano"
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Si chiama L'atto di vedere perché nella maggior parte dei testi che raccoglie (interventi, relazioni, soprattutto interviste), Wim Wenders si concentra sul senso della visione, e quindi del filmare. Pubblicata nel 1992, questa preziosa silloge torna ora in una nuova edizione per Meltemi (con prefazione di Chiara Simonigh, e la traduzione di Roberto Menin interamente rivista). Il regista ha accettato di accompagnare il libro concedendo una sola intervista, realizzata a distanza fra un progetto e l'altro: eccola.

L'atto di vedere raccoglie vari suoi testi e interviste risalenti al periodo 1982-1992. Quanto è cambiato Wim Wenders da allora?
"Non si tratta di quanto io sia cambiato ma noi, la nostra civiltà, la nostra cultura. Questi testi appartengono alla loro epoca, e si possono leggere non solo per il loro contenuto ma anche come commenti sul loro tempo. Come i miei film".

Molte sue riflessioni di allora riguardavano l'essenza dell'…

Si chiama L'atto di vedere perché nella maggior parte dei testi che raccoglie (interventi, relazioni, soprattutto interviste), Wim Wenders si concentra sul senso della visione, e quindi del filmare. Pubblicata nel 1992, questa preziosa silloge torna ora in una nuova edizione per Meltemi (con prefazione di Chiara Simonigh, e la traduzione di Roberto Menin interamente rivista). Il regista ha accettato di accompagnare il libro concedendo una sola intervista, realizzata a distanza fra un progetto e l'altro: eccola.

L'atto di vedere raccoglie vari suoi testi e interviste risalenti al periodo 1982-1992. Quanto è cambiato Wim Wenders da allora?
"Non si tratta di quanto io sia cambiato ma noi, la nostra civiltà, la nostra cultura. Questi testi appartengono alla loro epoca, e si possono leggere non solo per il loro contenuto ma anche come commenti sul loro tempo. Come i miei film".

Molte sue riflessioni di allora riguardavano l'essenza dell'immagine: come giudica adesso il passaggio dalla pellicola al digitale?
"È una vecchia discussione. Ho fatto i miei ultimi film analogici molto tempo fa. Ho preferito abbracciare il digitale piuttosto che combatterlo o condannarlo: perché combattere l'inevitabile? Ho pensato che dell'era analogica fosse meglio tenere ciò che fosse utile e ancora applicabile al digitale, e scoprire ciò che di nuovo un regista può fare con il digitale. Che è tanto. Prenda il 3D. Da Pina del 2011 e anche prima, da Il volo, ho fatto in tutto dieci film, corti e lunghi, in formato tridimensionale: ha cambiato il mio modo di filmare e lo fa ancora. Anche se, fra parentesi, quella tecnologia è stata rovinata dall'industria. È uno dei grandi scandali della storia del cinema: un linguaggio fantastico, pieno del potenziale più promettente per riprese poetiche e immersive, è stato gettato ai porci. Ma al di là del 3D, il digitale a risoluzione 4k o anche più ha rimpiazzato da tempo quella che si chiamava "tv ad alta definizione". Anche i timori legati alla tecnologia digitale degli inizi sono ormai superati. Oggi la questione si pone all'inverso: le riprese analogiche, la sua estetica e la sua cultura, sono solo nostalgiche, e girare ancora in pellicola come fa qualcuno dei miei colleghi è un lusso puro e semplice: alla fine la pellicola viene trasferita in digitale, e a parte il negativo originale il film non ha alcuna applicazione analogica. Tutto questo fa parte di uno sviluppo che non riguarda solo il cinema ma la nostra intera cultura, i libri, le auto, le sale cinematografiche, la musica... E andremo sempre più avanti nell'era digitale".

Ricevendo nel 1991 il Premio Murnau, affermava: "Il video non è più il diavolo; nella futura immagine elettronica realizzata con metodo digitale si intravvede anche un possibile nuovo alleato". Cosa ne pensa oggi?
"Che avevo ragione. Ma non ci voleva molto, e non ero certo l'unico a pensarla così. Però io ho cominciato molto presto a riflettere su questo cambiamento culturale, e Fino alla fine del mondo, realizzato nell'anno da lei citato, esplorava già la nostra cultura digitale, e prevedeva molti fenomeni che oggi sono la nostra quotidianità".

Ma l'immagine è diventata più vera o più falsa? Come dice nel libro, "l'alta definizione non verrà in fondo giudicata per i suoi miglioramenti d'ordine tecnologico - la tecnologia si evolve continuamente - ma per un progresso valutabile in termini morali".
"In termini morali credo che non stiamo andando avanti, al contrario. Il declino del concetto di verità, per esempio, è il risultato dei social media, delle fake news e della manipolabilità complessiva dell'informazione digitale. E questo per i nostri standard morali è un colpo culturale enorme".

All'epoca dello Stato delle cose aveva una certa diffidenza a raccontare storie, preferendo lasciare che l'immagine vivesse la propria verità, dopodiché si è aperto alle possibilità della finzione. È corretto dire che in seguito il suo lavoro si è evoluto sempre di più verso il documentario, quindi di nuovo contro le storie?
"Oggi sono orientato decisamente verso il documentario. I miei film sono sempre stati un misto di entrambi, e pure storie di finzione come Il cielo sopra Berlino avevano elementi documentaristici radicali. Girare le scene di un film in ordine cronologico è un approccio innanzitutto documentaristico. La mia tendenza al documentario ha anche una motivazione diversa: è diventato quasi impossibile (anche per un cineasta affermato come me) tenere aperte le storie o chiedere finanziamenti per film che non siano minuziosamente sceneggiati. Ma amo quel metodo, ho fatto così i miei primi film. Ebbene, questo non si può più fare, tranne che per i documentari: nessuno si aspetta che scriva un copione completo per un documentario - anche se vedo che ci si sta arrivando. Comunque mi piacerebbe raccontare di nuovo una storia. Però alle mie regole: un copione senza finale scritto, e riprese in gran parte cronologiche".
 

Lavorerebbe per piattaforme come Netflix?
"Non ancora. Il mio unico problema riguarda i diritti. In genere i servizi di streaming possiedono tutti i diritti sui film prodotti, mentre io posseggo i diritti di tutti, o quasi, i miei film. O meglio: li ha la Wim Wenders Foundation, indipendentemente da me, che se ne prende cura "per sempre", com'è natura di ogni fondazione. Odio l'idea di produrre qualcosa che poi sparisce in un magazzino. I film meritano di avere una vita propria".

All'epoca delle interviste del libro, lei divenne improvvisamente famoso in Italia. Che rapporto aveva allora con il nostro paese?
"Nella migliore tradizione dei romantici tedeschi, ho sempre amato l'Italia. Anche oggi. A stare anche solo dieci giorni a Venezia mi pare di essere in paradiso. Bè, un pochino anche all'inferno (il riferimento è alle presentazioni dei suoi film alla Mostra del Cinema, non sempre indolori, ndr)".

Cosa pensa della guerra in Ucraina?
"Non avrei mai pensato che il genere umano avrebbe fatto tanti passi indietro nella storia e ritornasse al tipo di guerra iniziata da Hitler in Polonia nel 1939. Il nazionalismo è una delle dimensioni peggiori e più primitive della mente umana".

La sua frase "il rock mi ha salvato" è diventata proverbiale. Cosa ascolta oggi?
"Sarebbe più semplice dirle cosa non ascolto. Sono sempre affezionato al rock, ma ascolto anche classica, jazz, blues, musica latina e ultimamente soprattutto africana. E sono sempre fedele a tutti i miei vecchi eroi, da Dylan a Fabrizio De Andrè più tutto quello che c'è in mezzo".

Ha mai pensato di organizzare una mostra dei suoi quadri giovanili, come ha fatto con le sue fotografie?
"La mia fondazione sta raccogliendo tutto il mio lavoro come regista, fotografo, scrittore e anche pittore, e sta facendo del suo meglio per renderlo disponibile al pubblico, almeno in digitale. Ma ho abbandonato la mia carriera di pittore quando mi sono seduto a vedere film alla Cinémathèque Français, e perciò non ho mai pensato di mostrare un lavoro concluso a 22 anni".

A cosa sta lavorando?
"Ho appena finito per Palazzo Grassi un'installazione di mezz'ora in 3D sull'artista francese Claudine Drai, che sarà presentata fra pochi giorni a Venezia. E sto lavorando a due lungometraggi in 3D, uno su un architetto, l'altro ancora un po' segreto".

Nel libro parlava di "un progetto che ho in mente da tanto tempo, girare un film solo con bambini, che avrà una narrazione molto più semplice degli altri film". Lo realizzerà mai?
"Spero proprio di sì. È un sogno che non ho dimenticato".

Il libro