Un altro 24 aprile. È il giorno in cui gli armeni aprono i cassetti delle sacre miniature medioevali, e delle foto consunte dei loro congiunti, volti di giovani e anziani dallo sguardo fiero sepolti chissà dove, scorrono fogli scritti in un alfabeto per altri indecifrabile, e ricordano il loro genocidio, Metz Yeghern, il Grande Male. Con infinita nostalgia. Chiese ortodosse e cattoliche risuonano di canti antichi, e il pensiero scivola lontano verso i deserti di Deir Er Zoor. È questo il giorno in cui l’intera intelligenzia armena fu appesa ai pali dell’impiccagione oltre un secolo fa.
È il giorno in cui mio padre, poco più che bambino, vagando nei campi nel terrore, decide di fuggire dalla terra che gli ha dato i natali, in cui vive da sempre, di cui conosce lingua e costumi, verso l’ignoto. Dopo lungo peregrinare, via terra e via mare, approderà in Italia, dove incontrerà accoglienza e fortuna. Si rimboccherà…
Un altro 24 aprile. È il giorno in cui gli armeni aprono i cassetti delle sacre miniature medioevali, e delle foto consunte dei loro congiunti, volti di giovani e anziani dallo sguardo fiero sepolti chissà dove, scorrono fogli scritti in un alfabeto per altri indecifrabile, e ricordano il loro genocidio, Metz Yeghern, il Grande Male. Con infinita nostalgia. Chiese ortodosse e cattoliche risuonano di canti antichi, e il pensiero scivola lontano verso i deserti di Deir Er Zoor. È questo il giorno in cui l’intera intelligenzia armena fu appesa ai pali dell’impiccagione oltre un secolo fa.
È il giorno in cui mio padre, poco più che bambino, vagando nei campi nel terrore, decide di fuggire dalla terra che gli ha dato i natali, in cui vive da sempre, di cui conosce lingua e costumi, verso l’ignoto. Dopo lungo peregrinare, via terra e via mare, approderà in Italia, dove incontrerà accoglienza e fortuna. Si rimboccherà le maniche, con determinazione, e tanta gratitudine verso l’Italia. Morì nel ricordo e nel rimpianto, prima di poter sentire Papa Bergoglio definire “genocidio”’ la sorte della sua gente. Le sue ultime parole furono nella sua lingua.
È anche il giorno in cui gli armeni estendono lo sguardo ad altre tragedie, l’olocausto degli ebrei solo pochi decenni dopo, i massacri di tanti altri popoli lungo gli anni, Curdi, Yazidi, Rom, Bosniaci, per limitarci ai più recenti nel nostro vicinato. Non sempre riconosciuti nel mondo in tutta la loro portata, ma pur sempre massacri compiuti senza pietà e senza ragioni. E risuona nell’aria la domanda: perché? Perché questo disumano accanimento contro popolazioni civili che hanno solo il torto di abitare in terre rivendicate da altri, o semplicemente di essere “diversi” e per questo messi di fronte alla scelta di essere assimilati o spazzati via?
Oggi, che l’Ucraina sta cercando di difendersi dall’aggressione della Russia di Putin, altri massacri e ogni genere di atrocità si stanno consumando, e un Tribunale internazionale per i crimini di guerra e contro l’umanità viene invocato. Quello che mancò a suo tempo per gli armeni allorché le grandi potenze volsero lo sguardo altrove, e la Turchia di Kemal Ataturk fu riconosciuta dagli Accordi di Losanna del 1923, che cancellarono “l’Armenia Wilsoniana” stabilita a Sevres nel 1920. Ma ora che gli strumenti giurisdizionali esistono, sorretti dai principi e dai valori universali sanciti nel dopo-guerra, dalla Carta dell’Onu del 1945 al testo magistrale della Dichiarazione dei diritti umani del 1948, alle Convenzioni di Ginevra, all’intero patrimonio normativo dell’Europa, è possibile per il mondo sostenerne le iniziative e contribuire concretamente a stabilire la verità, ad individuare, nel mezzo di opposte rivendicazioni e di una parallela guerra mediatica, chi ha davvero violato i diritti fondamentali degli individui e di un popolo.
Altrimenti, il 24 febbraio sarà come il 24 aprile e le testimonianze rimarranno nei cassetti di coraggiosi giornalisti e di sopravvissuti. Il Tribunale penale internazionale ha già attivato un’inchiesta e sta raccogliendo le prove. L’Unione Europea ha segnalato il proprio appoggio. Come molti altri paesi. E anche se la sua pronuncia non potrà essere automaticamente esecutiva – lo Statuto di Roma esclude il processo in contumacia – essa avrebbe comunque uno straordinario impatto politico esponendo i singoli responsabili all’esecrazione mondiale (naming and shaming).
Questi non sono tempi per cedimenti. Ci sono popoli che a un certo punto della loro storia appaiono sconfitti, sopraffatti dalla violenza, ma non lo sono. Popoli che riemergono dai massacri e riprendono il cammino, perseguendo la propria vocazione e le proprie scelte. Così è stato per gli armeni. E non solo perché il diplomatico norvegese Nansen, precursore dell’odierno Alto Commissario per i Rifugiati, ideò nel 1922 uno strumento legale per quanti si sarebbero trovati senza identità e dimora, il “passaporto Nansen”, che consentì ai profughi di poter liberamente lavorare ed integrarsi nei paesi che lo avevano riconosciuto. Fu soprattutto l’indomita volontà di riscatto, la forza interiore, accompagnata da una tradizione millenaria di interazione con altri popoli, e non ultimo da totale estraneità ai sentimenti di odio. E dall’empatia di quanti ad oggi ne riconoscono la tragica epopea.
Da ultimo, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio non ha mancato di sostare a Yerevan ed onorare le vittime del genocidio nella sua missione verso Baku per trattare sugli idrocarburi, un importante gesto di considerazione e solidarietà. Nella migliore tradizione italiana. Oggi gli Ucraini possono avvalersi del sostegno corale delle organizzazioni internazionali e di una larga maggioranza di paesi che in ben tre risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’Onu (nonostante prevedibili astensioni) hanno condannato l’aggressione della Russia di Putin intimandole di ritirarsi, hanno previsto il necessario soccorso umanitario, hanno sospeso la Russia dal Consiglio diritti umani.
L’Ucraina di oggi può contare sull’appoggio morale e materiale di gran parte del mondo, può spiegare le sue ragioni e i suoi propositi al Consiglio di sicurezza, e ai Parlamenti di molti paesi, a partire dal Parlamento europeo. E accogliere il gesto di Ursula von der Leyen in missione a Kiev, un gesto che vale come difesa dei diritti inalienabili di un popolo, della sua identità e dignità. No, come a suo tempo gli armeni, anche gli ucraini non saranno sconfitti. Abbiamo tutti una grande responsabilità perché ciò non accada.
Laura Mirakian è stata Ambasciatrice a Damasco e Rappresentante permanente presso l’Onu a Ginevra.