✕

In Moldavia, dove la letteratura è geopolitica

Nell’antica Bassarabia, terra contesa in bilico tra est, ovest e sud, si gioca da sempre la “Questione dell’Oriente”. E a farne le spese è stato anche Puskin, che amava questa frontiera
3 minuti di lettura

Una cosa su cui forse non si riflette abbastanza, è che negli ultimi trent’anni, senza subire sconfitte militari, la Russia, territorialmente parlando, è regredita di due secoli. Un po’ come se gli Usa fossero tornati a una superficie precedente l’acquisto della Luisiana. Anche gli imperi napoleonico, asburgico e ottomano persero pezzi prima di disgregarsi, e non furono processi semplici da gestire. Per riuscirci, sostiene lo storico Mark Mazower tracciando un parallelo subliminale con la dissoluzione sovietica, la diplomazia internazionale dovette fare ricorso all’unica ricetta possibile in casi come questi: «Aiutare gli sconfitti a digerire le proprie perdite e temperare le ambizioni dei vincitori».


Alle frontiere meridionali la Russia post-sovietica ha perduto Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Azerbaigian, Armenia e Georgia, cui a occidente vanno aggiunte Lettonia, Estonia, Lituania, Bielorussia, Ucra…

Una cosa su cui forse non si riflette abbastanza, è che negli ultimi trent’anni, senza subire sconfitte militari, la Russia, territorialmente parlando, è regredita di due secoli. Un po’ come se gli Usa fossero tornati a una superficie precedente l’acquisto della Luisiana. Anche gli imperi napoleonico, asburgico e ottomano persero pezzi prima di disgregarsi, e non furono processi semplici da gestire. Per riuscirci, sostiene lo storico Mark Mazower tracciando un parallelo subliminale con la dissoluzione sovietica, la diplomazia internazionale dovette fare ricorso all’unica ricetta possibile in casi come questi: «Aiutare gli sconfitti a digerire le proprie perdite e temperare le ambizioni dei vincitori».


Alle frontiere meridionali la Russia post-sovietica ha perduto Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Azerbaigian, Armenia e Georgia, cui a occidente vanno aggiunte Lettonia, Estonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina e Moldavia. Quest’ultima è più o meno la Bessarabia di un tempo, zona-cuscinetto tra imperi russo e ottomano, che Mosca riuscì a conquistare grazie ad Alexander Suvorov, generalissimo di Caterina II. Fu lui a fondare Tiraspol, oggi “capitale” della Transnistria ribelle che si è staccata dalla Moldavia e vuole tornare russa: dal 1990 Mosca vi mantiene un numero imprecisato di uomini e mezzi, che a un certo punto potrebbero fondersi con l’armata russa in Ucraina, ove quest’ultima provasse a sfondare a ovest di Odessa.


Di un viaggio a Chisinau, qualche anno fa, ricordo una singolare brochure turistica, con la lista dei governanti succedutisi negli ultimi due secoli: principato di Moldavia fino al 1812, Russia zarista fino al 1917, Repubblica indipendente 1917-18, Regno di Romania fino al 1940, Unione Sovietica 1940-41, Regno di Romania 1941-44, Unione Sovietica fino al 1991, Repubblica di Moldavia dal 1991... Di questi “passaggi di proprietà” restano cicatrici nel tessuto urbano, a partire dai giardini pubblici degli zar e dai condomini voluti da Krusciov. All’ombra dei giganti di calcestruzzo più recenti, resta persino qualche vecchia abitazione ottomana sopravvissuta alle guerre e alla barbarie edilizia. Fra esse, quella dove Puskin trascorse l’esilio dal 1821 al 1823, diventata casa-museo in epoca sovietica.


Puskin amò la Moldavia come poi avrebbe amato il Caucaso e la Crimea. Gli piacque l’aria di libertà della frontiera, che lo portò a criticare la conquista russa mentre scriveva qui Il prigioniero del Caucaso. E poi gli piacquero le storie zigane e di brigantaggio, su cui più in là avrebbe scritto Gli Zingari e Kirdzali. A Chisinau insomma si era sentito a casa, specie a percorrere la strada che ancora porta il suo nome e conduce al parco dove campeggia il suo busto. In epoche zarista e sovietica fu una divinità, ma dopo l’indipendenza tornò di colpo mortale.


Dai tempi di Ovidio, esiliato da queste parti anche lui, il canone letterario sulla riva occidentale del Mar Nero è latino. E nel momento in cui andava reinventata l’identità nazionale, era facile prendersela con il cirillico del più grande poeta russo. E così gli intellettuali moldavi distrussero il mito di Puskin, e iniziarono a domandarsi se la sua condotta non fosse stata in realtà troppo “byroniana” e la relazione con la sua Zemfira troppo disinvolta; oppure se la strada intitolatagli dallo zar dovesse portarne per sempre il nome e se il busto di bronzo dovesse restare per forza al suo posto nel Parco Puskin, dedicato nel frattempo all’eroe nazionale Stefan cel Mare.


Dal 1958 al suo interno erano stati sistemati anche i busti in granito di altri scrittori e poeti, ai lati di un vialetto ribattezzato Vicolo dei Classici della letteratura moldava. E dal 1990, ai dodici iniziali, tutti di autori graditi a Mosca, se ne erano aggiunti via via altri sedici, in maggioranza romeni, di svariate tendenze politiche e culturali.


Esponenti del liberalismo ottocentesco, come Mihali Kogalniceanu e Constantin Negruzzi, oppure della destra conservatrice e reazionaria, come Lucian Blaga e Mircea Eliade. E poi poeti in tutto e per tutto moldavi, come Alexei Mateevici, autore dell’inno nazionale Limba noastra, e Grigore Vieru, instancabile propugnatore dell’alfabeto latino e dell’unione con la Romania. A ben pensarci allora, questo Vicolo dei Classici della letteratura a Chisinau è lo specchio della Moldavia caleidoscopica dei nostri giorni.


Un paese che da trent’anni va riscoprendo la cultura tradizionale, le radici romene e latine, che come l’Ucraina vuole aderire all’Unione Europea e alla Nato; ma con in parlamento un’opposizione comunista, antieuropea e filorussa, espressione dei ceti più deboli, di quelli rurali, e di chi vedendo l’aria che tira in Ucraina preferisce tenersi Puskin nel pantheon.


Se la Moldavia oscilla, la Transnistria separatista è saldamente ancorata al passato che non passa: zarista, comunista e post-sovietico. Dopo tutto Tiraspol, “capitale” che nessuno riconosce salvo gli indipendentisti caucasici di Abcasia e Ossezia, è un’enclave moscovita in Europa orientale, con statue di Suvorov e Lenin, memoriali con tank sovietici e MiG-19, trionfi di stelle rosse, falci e martelli sugli edifici pubblici.


La guerra del 1990 con cui si staccò dalla Moldavia per lealtà nei confronti di Mosca si concluse con un cessate-il-fuoco, monitorato da peacekeeper russi che da allora fanno parte del paesaggio urbano. E se l’armata di Putin tentasse di aprirsi un passaggio verso di loro occupando il sud dell’Ucraina, come ipotizzato in questi giorni, sarebbe l’ennesimo ritorno agli scenari cataclismatici di sempre.


D’altra parte, lo dicevamo, questa è l’antica Bessarabia, teatro di scontri epici fin dalla notte dei tempi, oltre che bottino di guerra per gli eserciti e merce di scambio sui tavoli diplomatici. Lo dimostrano i resti del vallo di Traiano, degli empori greci e romani, dei forti genovesi lungo il Dnester. E lo dimostra il fatto che in quell’infinita saga ottocentesca chiamata “Questione d’Oriente”, il suo destino venisse tirato in ballo ogni volta che c’era da compensare un perdente o temperare le aspettative di un vincitore, tanto per tornare alla riflessione iniziale di Mark Mazower. Bismark comunque credeva che le terre orientali non valessero le ossa di un granatiere di Pomerania. Ma lui era un prussiano anglofono, e sulla Bessarabia sbagliava. Altrimenti non ne staremmo ancora parlando dopo tutto questo tempo.

La serie
Finis Terrae

Questo ciclo di articoli di Fernardo Gentilini racconta i paesi di alcune aree strategiche del mondo attraverso
i classici e la storia