Cultura

Le armi a Kiev e mio zio Alberto che durante la Resistenza scelse la parte giusta

Alberto Mastrolilli, ufficiale di intelligence della Marina durante la Seconda guerra mondiale
Alberto Mastrolilli, ufficiale di intelligence della Marina durante la Seconda guerra mondiale 
La storia dell'ufficiale che cofondò il Fronte Clandestino della Marina contro i nazisti. E le scelte dell'oggi
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NEW YORK. I partigiani, loro malgrado, non ripudiavano la guerra. Non per l’ebrezza del conflitto, ma perché dopo l’occupazione nazista era l’unica via per salvare l’Italia. Un po’ come l’Ucraina oggi, aggredita dal dittatore Putin, con tutte le ovvie distinzioni del caso. Perciò a proposito dei pacifismi italiani che negherebbero le armi a Kiev, sinceri, malintesi o in malafede, vorrei raccontare una storia personale che forse aiuta a capire perché sbagliano.


Durante la Seconda guerra mondiale mio zio Alberto era un ufficiale di intelligence della Marina, e l’8 settembre 1943 aiutò le navi italiane a sfuggire ai tedeschi. Poi cofondò il Fronte Clandestino della Marina contro i nazisti. La sua storia è documentata dall’archivio Anpi, qualifica riconosciuta di Partigiano combattente, e alla pagina 142 del saggio La partecipazione della Marina alla Guerra di Liberazione. La leggenda di famiglia vuole che avesse condiviso un nascondiglio anche con Pertini. Erano quelli che se venivano presi li fucilavano sul posto, o li torturavano nel carcere di Via Tasso. Molti di loro, come il colonnello Montezemolo, finirono alle Fosse Ardeatine.


Un’operazione gestita dal gruppo di mio zio era stata particolarmente rocambolesca. Un suo uomo, Michele Coppola, era riuscito ad infiltrare la Gestapo fingendosi collaborazionista. Aveva conquistato così bene la loro fiducia, che i nazisti lo avevano coinvolto in un’incursione dietro le linee nemiche. Il compito del commando era andare in barca oltre le postazioni degli anglo-americani dopo lo sbarco di Anzio, infiltrarli, e condurre un attentato contro il comando dei generali alleati Clark e Alexander. Arrivati al punto previsto per lo sbarco, Coppola prese in pugno una granata e si rivolse così agli altri membri del gruppo: non sono dei vostri. Appartengo alla Resistenza e vi ho infiltrati. Adesso avete due possibili scelte: o buttate le armi in mare e andate verso terra per arrendervi, oppure faccio saltare in aria questa bomba e moriamo tutti. Si arresero, e l’attentato che avrebbe potuto cambiare il corso della Liberazione fu sgominato.


Mio zio purtroppo non c’è più. Non l’ho mai conosciuto, perché un paio di anni dopo la fine del conflitto si tolse la vita. Non abbiamo mai saputo il motivo, perché non ha lasciato nulla per spiegare il suo gesto. All’epoca non si sapeva neppure cosa fosse il post-traumatic stress disorder, e certamente lui ne aveva viste abbastanza da perdere l’equilibrio. O magari aveva avuto delusioni personali, amorose. Di sicuro aveva scritto diverse lettere molto amare, che ho letto, in cui denunciava come parecchi ammiragli fascisti con cui aveva servito fossero rimasti al loro posto. Forse era il prezzo da pagare, per tornare alla normalità e ricostruire l’Italia. Lui stesso in fondo aveva compiuto un gesto simile, quando era andato al porto di Napoli ad abbracciare mio padre Vittorio che tornava dalla prigionia in India. Suo fratello minore che lo venerava, ufficiale dei Bersaglieri decorato al valor militare per avere fermato in Libia una colonna di carri armati britannici con le bottiglie molotov, quando era stato ferito e catturato dagli inglesi aveva fatto la scelta opposta per ragioni analoghe. L’8 settembre del 1943 Vittorio aveva deciso di non cooperare, perché era convinto che per salvare il proprio onore e quello dell’Italia dovesse accettare le sue responsabilità, finendo così nel Campo 25 dei fascisti a Yol. Eppure quando sbarcò a Napoli due anni dopo la fine della guerra, 47 chili di peso, trovò il partigiano Alberto ad aspettarlo sul molo.


Allora ai pacifisti italiani, all’Anpi di cui faceva parte, vorrei chiedere anche a suo nome: voi avreste messo quella bomba in mano all’uomo della Resistenza, oppure lo avreste obbligato ad usare le armi della retorica per convincere i nazisti a rinunciare all’attentato? E se gli aveste lasciato la granata in mano, perché non dovreste darla ora agli ucraini?