Mo-nah-se-tah
di Antonio Monda , di Antonio MondaNon mi piace quando immortalano il mio volto. Non mi piace che rimanga su un pezzo di carta, o sullo schermo di un computer. Le foto non dicono mai la verità di una persona, ma solo di quell’attimo. E ognuno cambia ogni momento, perché tutto scorre, nella vita, e nulla rimane.
I miei antenati preferivano immortalare ogni cosa con la memoria, perché sapevano che la fallacia della nostra mente non ha le promesse mendaci dei documenti. E che i racconti che si tramandano di padre in figlio hanno la verità dell’affetto e dell’insegnamento.
Il mio trisavolo si chiamava Little Rock ed era un capo Cheyenne. Il 29 Novembre del 1864 era a Sand Creek, nel Colorado, dove settecento soldati, comandati da John Chivington, massacrarono donne, anziani e bambini. Dei duecento dell’accampamento fu l’unico superstite, e raccontò la verità di quanto fosse accaduto.
Era un guerriero, ma sapeva che la vendetta non porta né gi…
Non mi piace quando immortalano il mio volto. Non mi piace che rimanga su un pezzo di carta, o sullo schermo di un computer. Le foto non dicono mai la verità di una persona, ma solo di quell’attimo. E ognuno cambia ogni momento, perché tutto scorre, nella vita, e nulla rimane.
I miei antenati preferivano immortalare ogni cosa con la memoria, perché sapevano che la fallacia della nostra mente non ha le promesse mendaci dei documenti. E che i racconti che si tramandano di padre in figlio hanno la verità dell’affetto e dell’insegnamento.
Il mio trisavolo si chiamava Little Rock ed era un capo Cheyenne. Il 29 Novembre del 1864 era a Sand Creek, nel Colorado, dove settecento soldati, comandati da John Chivington, massacrarono donne, anziani e bambini. Dei duecento dell’accampamento fu l’unico superstite, e raccontò la verità di quanto fosse accaduto.
Era un guerriero, ma sapeva che la vendetta non porta né gioia né giustizia: riunì i capi delle principali tribù e stipulò una tregua che lo rese popolare tra i bianchi. “Un esempio di nativo tollerante e pronto al dialogo”, scrisse un giornale dell’epoca, con una foto che non poteva rivelare la sua anima.
Spiegò ai suoi che bisognava cominciare a fidarsi di quegli invasori perché non aveva senso lasciarsi uccidere per territori che avrebbero perso comunque. Avevano dato la loro parola e dietro di loro c’era una grande storia, una grande civiltà: non li avrebbero traditi.
Riuscì a convincere i capi dopo molte resistenze, assicurandoli che avrebbe trattato per salvare le parti sacre delle loro terre. Ma una gelida mattina di novembre, pochi giorni dopo aver partecipato ad una conferenza sulla pace con lo stato maggiore dell’esercito, il suo accampamento sullo Washita River venne distrutto dal generale Custer. Vide ancora una volta un massacro senza senso, e morì con il coltello in pugno, pieno di amarezza e vergogna.
Custer risparmiò solo 53 donne e tra queste c’era Mo-nah-se-tah, la mia bisnonna. Aveva diciassette anni e divenne la sua amante.
Non esistono sue foto, ma c’è una storia che è stata tramandata sino a me: è stata lei a far sapere ai capi indiani gli spostamenti di Custer, e a guidare gli spostamenti delle tribù sino a Little Bighorn. Dicono che abbia esultato il giorno in cui il generale venne ucciso insieme agli altri uomini che non sapevano mantenere la parola data. E che abbia chiesto di vedere il suo scalpo.
Ma c’è un’altra storia, che non riesco a dimenticare: che il figlio che ebbe Mo-nah-se-tah era del generale Custer, e quindi io provengo anche da lui.