Il libro. Le parole sono importanti
di Ivano Dionigi , di Ivano DionigiViviamo in un'epoca di paradossi e ossimori: a fronte della globalizzazione e del suo profeta Internet reagiamo con un apparato di muri fisici e mentali; a fronte del web planetario e del maximum dei mezzi di comunicazione sperimentiamo il minimum della comprensione; a fronte della complessità e moltiplicazione dei problemi economici, sociali e morali operiamo una riduzione e un impoverimento del lessico. Si è rotto il patto, di catoniana memoria, tra le "cose" (res) e le "parole" (verba). La parola non tiene più dietro alla cosa, divorzia da essa e persegue una sciagurata autonomia. Degradata a vocabolo e identificata col medium comunicativo, rischia di perdere il proprio destino, e l'unico modo di renderle giustizia sembra essere - come ammoniva Beckett - il silenzio del lutto. Ridotta a chiacchiera e barattata come merce qualunque, ormai preda dell'ignoranza e dell'ipocrisia, ci chiede di ricongiungersi alla cosa. Un compito …
Viviamo in un'epoca di paradossi e ossimori: a fronte della globalizzazione e del suo profeta Internet reagiamo con un apparato di muri fisici e mentali; a fronte del web planetario e del maximum dei mezzi di comunicazione sperimentiamo il minimum della comprensione; a fronte della complessità e moltiplicazione dei problemi economici, sociali e morali operiamo una riduzione e un impoverimento del lessico. Si è rotto il patto, di catoniana memoria, tra le "cose" (res) e le "parole" (verba). La parola non tiene più dietro alla cosa, divorzia da essa e persegue una sciagurata autonomia. Degradata a vocabolo e identificata col medium comunicativo, rischia di perdere il proprio destino, e l'unico modo di renderle giustizia sembra essere - come ammoniva Beckett - il silenzio del lutto. Ridotta a chiacchiera e barattata come merce qualunque, ormai preda dell'ignoranza e dell'ipocrisia, ci chiede di ricongiungersi alla cosa. Un compito difficile e, a tratti, drammatico, perché la realtà si fa sempre più sfuggente e smaterializzata: non cosa.
L'incuria delle parole è una delle cause principali della volgarità dei nostri giorni; e parlare male, già lamentava Platone, oltre a essere una cosa brutta in sé, fa male anche all'anima. Costruttori di una quotidiana Babele, avvertiamo il bisogno di un'ecologia linguistica che restituisca alla parola il potere di illuminare, non di nascondere e sequestrare la realtà; che ci consenta di capirci e di leggere il mondo con occhi non affollati da giudizi né offuscati da pregiudizi; che ci insegni, come ad Adamo, l'arte dell'imposizione dei nomi.
Comprendiamo la carica positiva e responsabile di "comunicare", cioè di "condividere (cum) la nostra funzione, il nostro dovere, il nostro dono (munus)"? In assenza di tale consapevolezza - direbbe Agostino - blateriamo ma siamo muti.
La parola non è proprietà personale né creazione del presente ma si iscrive nella dimensione sociale e storica. Moduliamo le stesse parole con le quali i nostri antenati per secoli hanno organizzato e promosso il pensiero. Quando diciamo crisi, etica, fisica, logica, politica, tecnica, noi parliamo greco; quando diciamo classico, cultura, repubblica, religione, morale, natura, scienza, noi parliamo latino. Delle tre parole più usate in questi due anni orribili, pandemia è greca, virus e vaccino sono latine. Il continuum della tradizione ci ricollega e ci imparenta con quanti hanno parlato e scritto prima di noi e per noi. Questa eredità diventa orizzonte di alterità e alternativa per i nostri giorni, nei quali la profondità, verticalità e metamorfosi del tempo - affidate alla parola - sono messe all'angolo e soppiantate dalla superficie, orizzontalità e linearità dello spazio.
Saturi di presente e impigliati nella grande rete del mondo (www), siamo afflitti dal "provincialismo del tempo" (Eliot): dimentichi dei padri e noncuranti dei posteri, crediamo di essere gli unici detentori delle azioni di quel capitale che si chiama vita. Noi abbiamo bisogno di fare pace col tempo, e la parola, carica di storia, tradizione, paternità, garantisce il primato e la rivincita del tempo, perché tende il filo ininterrotto che tiene insieme la memoria dei padri e il destino dei figli. Possiamo sopportare la contraddizione di essere giganti e planetari rispetto allo spazio, nani e provinciali rispetto al tempo? A pagare il prezzo più alto di questa cesura e censura del tempo sono i giovani, i quali trovano staccata la spina della storia e scontano "l'inferno dell'Uguale" (Byung - Chul Han).
La parola (lógos), teorizzava il sofista Gorgia, è "un potente sovrano", al quale tutto è possibile, e, aggiungeva, tutta la vita è "una lotta di parole", nel segno della duplicità e dell'ambiguità, perché la parola è un phármakon, "medicina" e "veleno". Salvatrice e dannatrice, benedetta e maledetta, simbolica e diabolica, essa comunica e isola, consola e affanna, salva e uccide, edifica e distrugge le città, fa cessare e scoppiare le guerre, assolve e condanna colpevoli e innocenti. Essa maschera la verità quando, mistificata e addirittura stuprata, riduce la dignità a un "decreto", la politica a un "contratto", la pace a un "condono fiscale", oppure quando identifica il rifugiato con il "clandestino", lo statista con il "leader"; senza dire del distanziamento sociale, formula che colpisce al cuore la "comunità". Ma, se ricondotta al suo significato autentico, la parola ci orienta al vero e ci conduce all'origine stessa del pensiero. Perché la lingua non mente.
Perché così potente e tremenda la parola? Perché è il nostro segno distintivo: il bene più prezioso, la qualità più nobile, il sigillo più intimo. A una persona, a un gruppo, a un popolo puoi togliere averi, lavoro, affetti: ma non la parola. Un divario economico si ripiana, un'occupazione si rimedia, una ferita affettiva si rimargina, ma la mancanza o la mutilazione della parola negano l'identità, escludono dalla comunità, confinano alla solitudine e riducono allo stato animale.
Nel tempo della retorica totale, del rinnovato impero della retorica - dove la parola sembra più che mai essere il destino di ognuno di noi e dove i colpi di Stato si fanno a suon di parole prima ancora che di armi - , la vera tragedia è che i padroni del linguaggio mandino in esilio i cittadini della parola. In questa prospettiva la filologia, "la cura amorevole della parola", trascende il significato di disciplina specialistica e di mestiere umbratile di pochissimi studiosi, e si eleva a impegno severo e nobile di ogni uomo che non intenda né censurare né censurarsi.
Sì, siamo tutti filologi, chiamati a un duplice compito: richiamare dall'esilio le parole dei padri e creare parole nuove per nominare il nostro tempo: scontando il fallimento di ogni parola che muore, testimoniando il successo di ogni parola che vive. Creatura e creatrice, la parola custodisce e rivela l'assoluto che siamo.
Il libro - Benedetta parola. La rivincita del tempo di Ivano Dionigi (il Mulino pagg. 184 euro 15)
Il 28 maggio alle 10.30 l’autore terrà un incontro sul potere della parola, nell’ambito della XIII edizione di Dialoghi di Pistoia, per info: dialoghidipistoia.it