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Oliver il principe

"Nel deserto di New York". Cinquantadue storie per vivere un anno, seppur virtualmente, nella Grande Mela. Racconto numero 38
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Perché ci penso ogni volta?

La parte difficile è tutta nel salto, poi non senti nulla, solo un gran rumore, e se si decide di farla finita chi se ne importa di come si riduce il corpo.

Ho rivisto questa scena mille volte: il salto, le urla delle persone accanto e il treno che mi travolge. Vedo anche quello che succede dopo, quando sono ormai solo sangue e brandelli di carne.

Lo sguardo sgomento del conducente, che si mette le mani tra i capelli, la folla che accorre a vedere dove sono finito e cosa è rimasto di me. Le donne che coprono gli occhi ai bambini, un uomo gigantesco che trema per lo shock, e la polizia che accorre subito dopo e sbarra tutto.

Non ho mai avuto tanta attenzione in vita mia, ma durerà poco, perché in questa città nessuno può essere re.

Mia madre diceva che stavo sempre con la testa tra le nuvole. Lei voleva sempre insegnarmi qualcosa, e questo la irritava.

Mio padre diceva invece che ero il suo orgoglio e mi…

Perché ci penso ogni volta?

La parte difficile è tutta nel salto, poi non senti nulla, solo un gran rumore, e se si decide di farla finita chi se ne importa di come si riduce il corpo.

Ho rivisto questa scena mille volte: il salto, le urla delle persone accanto e il treno che mi travolge. Vedo anche quello che succede dopo, quando sono ormai solo sangue e brandelli di carne.

Lo sguardo sgomento del conducente, che si mette le mani tra i capelli, la folla che accorre a vedere dove sono finito e cosa è rimasto di me. Le donne che coprono gli occhi ai bambini, un uomo gigantesco che trema per lo shock, e la polizia che accorre subito dopo e sbarra tutto.

Non ho mai avuto tanta attenzione in vita mia, ma durerà poco, perché in questa città nessuno può essere re.

Mia madre diceva che stavo sempre con la testa tra le nuvole. Lei voleva sempre insegnarmi qualcosa, e questo la irritava.

Mio padre diceva invece che ero il suo orgoglio e mi chiamava Olivier il principe. Il nome l’ha scelto perché gli sembrava raffinato.

Se ne sono andati insieme tre anni fa, due malattie diverse, ma con lo stesso esito. L’ultima volta che l’ho vista ha voluto che toccassi la sua pelle livida e guardassi il volto che era diventato un teschio. Anche allora ha voluto insegnarmi qualcosa. Questa è la morte, figlio mio, da lei non puoi scappare tra le nuvole.

Mio padre mi ha chiamato principe anche quando stava per chiudere gli occhi. Ha continuato a stringermi la mano sino alla fine, quando ho sentito che era diventata solo un pezzo di carne che stava raffreddandosi, perché la vita lo aveva abbandonato.

Sei il mio principe, Olivier, il mio futuro.

In realtà volevano da me la stessa cosa, che crescessi.

Chissà cosa direbbero vedendomi qui.

Ho un buon lavoro e una bella casa a Brooklyn: sarebbero felici di sapere che non ho più problemi economici. E sarebbero felici di sapere che ho una ragazza che mi ama. Haitiana come noi, e religiosa, come piace a loro. Di quelle che va in chiesa ogni domenica e dice le preghiere prima di andare a letto. Questo non significa che poi non sia molto calda.

Ogni tanto mi parla di fede, ma io dico sempre che non è il momento. Lei mi risponde che invece è sempre il momento. E da lì non andiamo avanti. Io però so che mi ama davvero, dice anche che vorrebbe avere un figlio da me.

Non le ho mai parlato di quello che penso ogni volta che scendo in metropolitana. Avrebbe certamente una spiegazione religiosa. E da lì non andremmo avanti.

Chissà cosa penserebbero i miei, nel posto in cui sono adesso. Forse non ne soffrirebbero neanche, perché lì si è distaccati, così ci dicevano i preti da piccoli. C’è solo l’amore di Dio.

L’amore di Dio. A malapena riesco a capire se ne ho io, di amore.

Se Dio esiste sa perché ho questi pensieri.

E sa se ho più paura di morire o di vivere.