Pensiamo di sapere cosa fosse il fascismo. Eppure niente divide gli storici più del tentativo di dare una definizione esatta, tanto questo movimento si rivelò complesso, proteiforme e talvolta contraddittorio. Come possiamo definirlo con certezza? Un movimento rivoluzionario, sociale e nazionale, anticomunista e antiliberale, che aborriva l’uguaglianza e il parlamentarismo, e che aspirava a trasformare la società italiana in un corpo omogeneo e militarizzato, inquadrato dal Partito Nazionale Fascista e sotto l’autorità dello Stato onnipotente, esaltando la violenza come virtù essenziale dell’uomo nuovo. Questa massa uniforme di individui rigenerati non lasciava spazio agli elementi potenzialmente in grado di corrompere l’Homo fascistus, come gli omosessuali o gli ebrei, benché in misura neppure lontanamente simile a quanto accadeva nel Terzo Reich.
Il suo carattere totalitario si riscontrava nell’ambizione di rimodellare gli italiani. Al di là dell’accozzaglia di idee che altrimenti lo caratterizzava, tale desiderio costituiva una linea direttiva, una matrice ideologica, un orizzonte glorioso da raggiungere. Già nel 1909 il giovane Mussolini scriveva: “Creare l’anima italiana è una missione superba”. Non si allontanò mai da questa idea. In ciò risiede la coerenza di quest’uomo passato dal socialismo al fascismo: nel progetto antropologico, nella volontà di intervenire sulla natura umana che aveva riscontrato per la prima volta nel marxismo prima della brutale rottura del 1914.
Le Camicie nere attingevano il loro ideale dalla Grande Guerra: un mondo di soldati pronti ad andare all’assalto per la nazione divinizzata. Una volta arrivati al potere, si accinsero a realizzare la loro promessa quasi messianica: l’unificazione nazionale, politica e morale degli italiani da un lato, e la loro rigenerazione dall’altro. In ciò il fascismo era l’erede della rivoluzione antropologica dell’Illuminismo e del suo rifiuto di considerare l’uomo una creatura di Dio (e in quanto tale intoccabile), così come del Risorgimento.
Ma il nazionalismo acceso non è forse una prova del suo carattere di destra? Pensarlo significa trascurare l’intera eredità nazionale della sinistra dal 1789. Il grande storico francese François Furet amava ricordare che “attraverso la sintesi precoce – e che tanto promette per il futuro – operata tra un messianismo di idee e la passione nazionale, la Rivoluzione ha integrato le masse nello Stato e formato a suo vantaggio il moderno sentimento di appartenenza collettiva”.
Impregnato della dottrina di Rousseau, come sottolineò ben presto Renzo de Felice, il fascismo apparteneva a pieno titolo a quella modernità del XX secolo che aspirava alla rigenerazione dell’uomo. Fin dall’origine, in realtà, si collocò a sinistra. Era un’altra sinistra, nazionalista sì, ma ancora rivoluzionaria e persino socialista sotto molti aspetti, che proponeva una terza via tra il liberalismo e il marxismo, e aborriva tutto ciò che la borghesia rappresentava. Al centro di tutto, lo Stato, ma uno Stato ideologico che, come spiegava Mussolini nel 1929, “rappresenta un popolo in marcia, uno Stato che trasforma incessantemente questo popolo, anche nel suo aspetto fisico”. Quindi, non c’era nulla di intrinsecamente conservatore nel fascismo, nonostante i compromessi posti in essere con le forze tradizionali allo scopo di governare.
Tutto ciò premesso, il fascismo rimase un totalitarismo a bassa intensità, circondato da contropoteri, limitato nel suo campo d’azione, ma sostenuto da una dinamica totalizzante che divenne più pronunciata nel corso degli anni Trenta. Fu a Salò che, liberato dalle sue pastoie, divenne pienamente se stesso: socialista e nazionalista.
Da un punto di vista istituzionale, bisogna sempre ricordare che il fascismo era caratterizzato dall’esistenza di due istituzioni in un unico regime: il governo autocratico guidato da Mussolini e la monarchia retta dal re Vittorio Emanuele III. Uomo intelligente quanto riservato, il sovrano pose il leader delle Camicie Nere a capo di un gabinetto di coalizione il 30 ottobre 1922, affinché la marcia su Roma non finisse in guerra civile. In seguito, lasciò che governasse, sopprimendo le libertà e svuotando le istituzioni tradizionali dello stato liberale e parlamentare in favore di una dittatura personale. Espresse la sua unica resistenza quando fu necessario difendere i simboli della monarchia, il che potrebbe sembrare irrisorio, ma rivela la consapevolezza del sovrano della permanenza della Corona e della transitorietà del fascismo.
Traduzione di Milvia Faccia