Cultura

Il fascismo e il sogno di una nuova Italia

Il fascismo e il sogno di una nuova Italia
Lo storico francese è uno dei protagonisti del Festival èStoria di Gorizia. Pubblichiamo il suo intervento all’incontro “La rottura istituzionale rispetto alla monarchia e al liberalismo” con Andrea Ungari
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Pensiamo di sapere cosa fosse il fascismo. Eppure niente divide gli storici più del tentativo di dare una definizione esatta, tanto questo movimento si rivelò complesso, proteiforme e talvolta contraddittorio. Come possiamo definirlo con certezza? Un movimento rivoluzionario, sociale e nazionale, anticomunista e antiliberale, che aborriva l’uguaglianza e il parlamentarismo, e che aspirava a trasformare la società italiana in un corpo omogeneo e militarizzato, inquadrato dal Partito Nazionale Fascista e sotto l’autorità dello Stato onnipotente, esaltando la violenza come virtù essenziale dell’uomo nuovo. Questa massa uniforme di individui rigenerati non lasciava spazio agli elementi potenzialmente in grado di corrompere l’Homo fascistus, come gli omosessuali o gli ebrei, benché in misura neppure lontanamente simile a quanto accadeva nel Terzo Reich.

Il suo carattere totalitario si riscontrava nell’ambizione di rimodellare gli italiani. Al di là dell’accozzaglia di idee che altrimenti lo caratterizzava, tale desiderio costituiva una linea direttiva, una matrice ideologica, un orizzonte glorioso da raggiungere. Già nel 1909 il giovane Mussolini scriveva: “Creare l’anima italiana è una missione superba”. Non si allontanò mai da questa idea. In ciò risiede la coerenza di quest’uomo passato dal socialismo al fascismo: nel progetto antropologico, nella volontà di intervenire sulla natura umana che aveva riscontrato per la prima volta nel marxismo prima della brutale rottura del 1914.

Le Camicie nere attingevano il loro ideale dalla Grande Guerra: un mondo di soldati pronti ad andare all’assalto per la nazione divinizzata. Una volta arrivati al potere, si accinsero a realizzare la loro promessa quasi messianica: l’unificazione nazionale, politica e morale degli italiani da un lato, e la loro rigenerazione dall’altro. In ciò il fascismo era l’erede della rivoluzione antropologica dell’Illuminismo e del suo rifiuto di considerare l’uomo una creatura di Dio (e in quanto tale intoccabile), così come del Risorgimento.

La visione corrente del fascismo come un movimento conservatore o reazionario, in breve di estrema destra, continua a collocarlo nella categoria dell’antimoderno e dell’antilluminismo. Secondo me, essa non coglie il problema, perché significherebbe lasciare da parte l’essenza stessa del movimento per non ammetterne la natura rivoluzionaria, che deriva precisamente dalle sue ambizioni antropologiche. Ora, non può che essere contraddittorio ammettere questa realtà e rifiutare di collegarla alla grande divisione del 1789. I fascisti, naturalmente, rifiutavano l’eredità liberale della Rivoluzione, il parlamentarismo e i diritti umani, ma incorporarono nell’ideologia quella parte di giacobinismo presente nel Risorgimento per elaborare la loro “democrazia totalitaria”.

Ma il nazionalismo acceso non è forse una prova del suo carattere di destra? Pensarlo significa trascurare l’intera eredità nazionale della sinistra dal 1789. Il grande storico francese François Furet amava ricordare che “attraverso la sintesi precoce – e che tanto promette per il futuro – operata tra un messianismo di idee e la passione nazionale, la Rivoluzione ha integrato le masse nello Stato e formato a suo vantaggio il moderno sentimento di appartenenza collettiva”.

Impregnato della dottrina di Rousseau, come sottolineò ben presto Renzo de Felice, il fascismo apparteneva a pieno titolo a quella modernità del XX secolo che aspirava alla rigenerazione dell’uomo. Fin dall’origine, in realtà, si collocò a sinistra. Era un’altra sinistra, nazionalista sì, ma ancora rivoluzionaria e persino socialista sotto molti aspetti, che proponeva una terza via tra il liberalismo e il marxismo, e aborriva tutto ciò che la borghesia rappresentava. Al centro di tutto, lo Stato, ma uno Stato ideologico che, come spiegava Mussolini nel 1929, “rappresenta un popolo in marcia, uno Stato che trasforma incessantemente questo popolo, anche nel suo aspetto fisico”. Quindi, non c’era nulla di intrinsecamente conservatore nel fascismo, nonostante i compromessi posti in essere con le forze tradizionali allo scopo di governare.

Il fascismo, in realtà, voleva distruggere per ricostruire, conservare ma con un occhio al futuro, guidato dalla convinzione che gli uomini possano essere cambiati. Non è un caso che a Mussolini piacesse paragonarsi a un artista e che fosse addirittura interessato al modo in cui gli italiani camminavano o parlavano. Voleva assumere il controllo delle coscienze per correggerle con gli strumenti più moderni: un partito unico con tutte le sue organizzazioni di controllo della gioventù, dall’infanzia fino all’università; una polizia politica e l’emarginazione dei malpensanti; la propaganda attuata con i mezzi più moderni (radio, cinema); investimenti in tutti i campi artistici (architettura, pittura ecc.); l’esaltazione dello sport.

Tutto ciò premesso, il fascismo rimase un totalitarismo a bassa intensità, circondato da contropoteri, limitato nel suo campo d’azione, ma sostenuto da una dinamica totalizzante che divenne più pronunciata nel corso degli anni Trenta. Fu a Salò che, liberato dalle sue pastoie, divenne pienamente se stesso: socialista e nazionalista.

Da un punto di vista istituzionale, bisogna sempre ricordare che il fascismo era caratterizzato dall’esistenza di due istituzioni in un unico regime: il governo autocratico guidato da Mussolini e la monarchia retta dal re Vittorio Emanuele III. Uomo intelligente quanto riservato, il sovrano pose il leader delle Camicie Nere a capo di un gabinetto di coalizione il 30 ottobre 1922, affinché la marcia su Roma non finisse in guerra civile. In seguito, lasciò che governasse, sopprimendo le libertà e svuotando le istituzioni tradizionali dello stato liberale e parlamentare in favore di una dittatura personale. Espresse la sua unica resistenza quando fu necessario difendere i simboli della monarchia, il che potrebbe sembrare irrisorio, ma rivela la consapevolezza del sovrano della permanenza della Corona e della transitorietà del fascismo.

Non parleremo quindi di una monarchia fascista ma di una diarchia, termine coniato da Mussolini per descrivere lo strano vincolo che obbligava il dittatore a recarsi ogni settimana al Palazzo del Quirinale per la firma reale dei decreti e, durante le cerimonie ufficiali, a stare dietro a quel piccolo uomo malaticcio che non si decideva a morire. Come capo dello Stato, il re nominava i senatori e rimaneva a capo dell’esercito, e a lui gli ufficiali prestavano il giuramento di fedeltà. Incarnazione di una legittimità tradizionale contraria al potere carismatico di Mussolini, Vittorio Emanuele III manteneva un riserbo assoluto, ma non aveva bisogno di parlare per rappresentare un contropotere al quale si rivolsero, ma invano, tutti gli avversari, chiunque essi fossero, fino ai disastri della seconda guerra mondiale. Alla fine, quando il monarca depose il Duce il 25 luglio 1943, fu il trono a prevalere.

Traduzione di Milvia Faccia