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Donald Trump in un comizio a Casper, Wyoming (afp)

Trump come Shakespeare: "Essere o non essere"

A Londra in scena “Il Quarantasettesimo” di Mike Bartlett, una tragedia in forma di commedia  
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«I know, I know. You hate me. So much, right? / Lo so, lo so, mi odiate. Tanto, vero?». Si presenta con queste parole Donald Trump, magnificamente interpretato da Bertie Carvel nel Quarantasettesimo, il nuovo testo di Mike Bartlett in scena a Londra con la regia di Rupert Goold. Ho usato il termine testo perché è difficile stabilire se si tratti di una commedia o di una tragedia, e l’evoluzione della vicenda dimostra che in realtà è entrambe le cose, come si addice alla personalità ritratta. Sin dalle prime battute è evidente che Bartlett abbia in mente Shakespeare, a cominciare dall’uso del pentametro giambico, con versi di dieci sillabe e un forte accento su quelle pari: è il modo in cui ama parlare Trump, ha sostenuto l’autore «perché è molto ritmico e divertente». Ma il riferimento non è soltanto linguistico: il primo modello narrativo è il Riccardo III, ma sono m…

«I know, I know. You hate me. So much, right? / Lo so, lo so, mi odiate. Tanto, vero?». Si presenta con queste parole Donald Trump, magnificamente interpretato da Bertie Carvel nel Quarantasettesimo, il nuovo testo di Mike Bartlett in scena a Londra con la regia di Rupert Goold. Ho usato il termine testo perché è difficile stabilire se si tratti di una commedia o di una tragedia, e l’evoluzione della vicenda dimostra che in realtà è entrambe le cose, come si addice alla personalità ritratta. Sin dalle prime battute è evidente che Bartlett abbia in mente Shakespeare, a cominciare dall’uso del pentametro giambico, con versi di dieci sillabe e un forte accento su quelle pari: è il modo in cui ama parlare Trump, ha sostenuto l’autore «perché è molto ritmico e divertente». Ma il riferimento non è soltanto linguistico: il primo modello narrativo è il Riccardo III, ma sono molti gli elementi che fanno pensare ad altre tragedie. Il personaggio di Ivanka è costruito su quello di Lady Macbeth, e la discussione sull’eredità rispecchia quella tra Re Lear con Cordelia, Goneril e Regan. La divisione in tre parti non lo soddisfa, e Bartlett si diverte ad attribuirgli un riferimento a un suo libro: «Non è in linea con la mia filosofia, trovare l’arte all’interno di un affare».

Un altro riferimento shakespeariano, molto riuscito, è quello in cui cita Ted Cruz come suo successore, fingendo di elogiarlo con le parole usate da Marco Antonio nei confronti di Bruto: «È un uomo d’onore». Non c’è dubbio che questo brillante autore quarantaduenne, originario di Oxford, conosca tutti i trucchi dello spettacolo: ha scritto anche testi televisivi e radiofonici e riesce nel miracolo di essere moderno rifacendosi al passato. «Ho sempre pensato che Trump sia un archetipo shakespeariano» ha spiegato, sentendo “l’urgenza” di scrivere dopo la profanazione di Capitol Hill: «In quel momento mi sono reso conto che la democrazia americana era in pericolo: la domanda non era più come si potesse sconfiggere Trump, ma come ci si pone nei confronti di una situazione del genere». Bartlett ha in mente l’intuizione di Marx: «La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa» e non attribuisce nulla di grandioso al personaggio Trump, facendolo entrare in scena su una macchinetta da campo da golf. In maniera simile alla sua precedente tragicommedia, King Charles III, Bartlett ambienta il testo in un futuro prossimo: se in quel caso immaginava la tardiva ascesa al trono di Carlo, oggi pensa con uno misto di sgomento e ironia al fatto che Trump possa tornare alla Casa Bianca come quarantasettesimo presidente.

È difficile non pensare all’inverno dello scontento nel quale Riccardo III proclamava: «Sono deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi piaceri dei nostri tempi. Ho teso trappole, ho scritto prologhi infidi con profezie da ubriachi, libelli e sogni…». Le eco shakespeariane si moltiplicano nel rapporto con la famiglia: Donald Jr. dice al padre «Sono il tuo specchio, padre. Mi chiamo Donald e sono Donald Trump per natura data dal sangue», mentre Eric si definisce «un relitto piagnucoloso con poco buon senso».

È tuttavia Ivanka a sembrare colei che ha appreso meglio la lezione paterna: «La tua legittima erede non supplicherà mai, ma tratterà». La divisione della sua fortuna sarà affidata a una gara tra i tre figli con un solo vincitore, secondo un’interpretazione capitalista piegata allo spettacolo in puro stile Trump, il quale ammira Il Principe di Machiavelli pur non avendolo mai letto, perché troppo lungo: «Qualcuno me lo ha raccontato e ho capito di cosa parlava».
In una delle scene più grottesche si paragona a Mandela in carcere, e definisce Joe Biden «un vecchio mago». Ma forse il momento di maggiore manipolazione è quello in cui arriva a dire: «Sebbene siate tutti così liberal mi giudicate per il colore della mia pelle», riferendosi all’arancione ottenuto con lampade e trucco, e poi conclude: «Not cool. Not Cool». Nonostante esibisca la propria forza con la consueta arroganza, nell’intimo appare preoccupato dal ricordo che lascerà ai posteri: è Kamala Harris a dirgli gelidamente: «Se mai sarai ricordato sarai deriso». Se non fossero inquietanti e tragiche molte delle cose raccontate sarebbero in realtà comiche, e non ha torto il New York Times a scrivere che «questo testo su Trump in scena a Londra è una commedia. A meno che tu non sia americano».