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Gli Schindler italiani di Libia

Immagine dal docufilm di Ruggero Gabbai Libia: l’ultimo esodo (2017) 
Walter Arbib, ebreo di Tripoli, il 5 giugno di 55 anno fa vide gli arabi scatenare la violenza contro la sua comunità. Ma ci fu chi aiutò lui e altre 4mila persone a fuggire. Ecco i racconti di chi c’era
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"Ricordo quel giorno del giugno 1967, quando la folla inferocita arrivò per appiccare il fuoco al pianterreno del palazzo dove vivevo con mia madre. Tra quella gente, davanti a tutti, vidi un giovane arabo che conoscevo. L'avevo incontrato la sera prima al nightclub, eravamo buoni conoscenti. Anni dopo, in un periodo in cui vivevo a Roma, ricevetti una telefonata: era lui, voleva incontrarmi. Credo non sapesse che quel giorno a Tripoli l'avevo visto. Siamo andati in una pizzeria, ricordo che era un locale piccolo. Gli ho detto: 'Offro io, perché non sei riuscito ad ammazzarmi'. Si è giustificato dicendo che era stato trascinato dagli altri, che gli dispiaceva. Io ho alzato un po' la voce, il proprietario ci ha chiesto di andarcene. Fu un incontro assurdo, così assurdo che non lo racconto mai".

Oggi Walter Arbib ha 81 anni e vive a Toronto; per molti anni si è dedicato al business turistico, in Israele e in Canada, poi h…

"Ricordo quel giorno del giugno 1967, quando la folla inferocita arrivò per appiccare il fuoco al pianterreno del palazzo dove vivevo con mia madre. Tra quella gente, davanti a tutti, vidi un giovane arabo che conoscevo. L'avevo incontrato la sera prima al nightclub, eravamo buoni conoscenti. Anni dopo, in un periodo in cui vivevo a Roma, ricevetti una telefonata: era lui, voleva incontrarmi. Credo non sapesse che quel giorno a Tripoli l'avevo visto. Siamo andati in una pizzeria, ricordo che era un locale piccolo. Gli ho detto: 'Offro io, perché non sei riuscito ad ammazzarmi'. Si è giustificato dicendo che era stato trascinato dagli altri, che gli dispiaceva. Io ho alzato un po' la voce, il proprietario ci ha chiesto di andarcene. Fu un incontro assurdo, così assurdo che non lo racconto mai".

Oggi Walter Arbib ha 81 anni e vive a Toronto; per molti anni si è dedicato al business turistico, in Israele e in Canada, poi ha fondato una compagnia aerea, la Sky Link Aviation, specializzata nel dislocare truppe in missioni di peacekeeping e umanitarie ovunque nel mondo: nel corso di una vita avventurosa, vissuta tra la Libia, l'Italia, Israele e il Canada, ha conosciuto uomini di Stato e stelle del cinema, imprenditori, diplomatici. Oggi si occupa di filantropia.

Walter Arbib,  81 anni, filantropo 

Di colpi e rovesci di fortuna ne ha vissuti parecchi, tutti raccontati nella densa biografia che gli ha dedicato Yossi Melman, a lungo reporter del quotidiano israeliano Haaretz, edita anche in Italia con il titolo Fermi, non sparate sono Walter!. Ma a cambiare il corso della sua esistenza, come ricorda al telefono da Toronto, sono stati quei momenti di 55 anni fa a Tripoli, in cui vide la morte in faccia solo per il fatto di essere nato ebreo. Con lui tutti gli ebrei di Libia, una minoranza antichissima di cui oggi nel paese africano non resta nulla, nemmeno i cimiteri, profanati negli ultimi decenni dal regime libico. Già dopo la Seconda guerra mondiale il clima di intolleranza era andato crescendo: c'erano stati pogrom (nel 1945, con 130 morti, poi ancora nel 1948) e leggi sempre più restrittive dei diritti civili. Molti avevano già scelto di emigrare in Israele, ma chi era rimasto, per necessità familiari o motivi economici, subì varie discriminazioni: gli ebrei non potevano frequentare l'università, le scuole ebraiche venivano chiuse.

Un crescendo di abusi che culminò nelle violenze del giugno 1967. Prima lo scoppio della guerra dei Sei giorni, poi la vittoria di Israele in quel conflitto scatenarono la furia popolare. Nei rioni ebraici fu il terrore: i negozi venivano saccheggiati e distrutti, le case incendiate. Ricorda ancora Walter Arbib: "Il 5 giugno, all'annuncio dello scoppio del conflitto in Israele, in tutta la zona in cui vivevamo ci fu il caos. Dalla finestra vedevamo le fiamme e la gente premere contro il portone d'ingresso. Quando sentimmo che salivano le scale spingemmo i mobili contro la porta dal terrazzo fuggimmo nella casa dei vicini. Chiamai al telefono il console britannico, perché tutti in famiglia avevamo il passaporto inglese. Lo convinsi a farci arrivare all'aeroporto, ma gli inglesi ci lasciarono lì davanti e se ne andarono".

Il racconto continua. "All'interno, quando capirono che eravamo ebrei ci spinsero contro un muro, qualcuno ci sputò addosso. Un uomo uscì come un pazzo da un ufficio, cercò di allontanare quelli che ci accerchiavano, offrì a mia madre un fazzoletto per pulirsi il volto. Ci fece salire su una macchina dell'Alitalia per portarci in salvo, a un aereo in partenza, ma i libici ci accerchiarono e fecero cappottare la macchina. Lui intervenne di nuovo, fece rimettere in asse l'auto, poi ci disse che era troppo pericoloso e che dovevamo rimandare. Così tornammo a casa, ritentammo nei giorni seguenti e finalmente riuscimmo a lasciare Tripoli con un volo per Roma. Di quell'uomo che ci aveva aiutato sapevo che lavorava per Alitalia ma nient'altro. Solo dopo molto tempo ho scoperto chi era e gli ho reso omaggio. Un cerchio si è chiuso".

L'uomo si chiamava Renato Tarantino, era il direttore dell'Alitalia a Tripoli ed è morto anni fa, prima che lui e Walter potessero incontrarsi di nuovo. Arbib ha però conosciuto le figlie, e nel libro di Yossi Melman alcune pagine sono dedicate proprio a lui e ai suoi collaboratori, che in quei giorni pericolosi coordinarono le operazioni di salvataggio. Si calcola che tra giugno e luglio del 1967, furono poco più di 4000 quelli che riuscirono, in nave e in aereo, a fuggire in Italia, portando con sé solo una valigia a testa. Umberto Vaccarini era uno dipendenti Alitalia che lavorò con Tarantino. È nato a Tripoli, da genitori italiani, nel 1942, ha girato il mondo come direttore delle sedi dell'Alitalia e oggi vive a Roma. La sua infanzia nella capitale libica la ricorda "bellissima" e di quegli anni dice "frequentavano tutti le stesse scuole cattoliche: noi italiani, i maltesi, gli ebrei. Siamo cresciuti insieme. Al liceo e all'università, molti di noi andavano a studiare in Italia e tornavano in Libia per le vacanze. Io da ragazzino durante l'estate facevo il garzone nel negozio di tessuti di un signore ebreo che si chiamava Leone Vaturi".

Arrivarono gli anni Sessanta e in Libia ci fu il boom del petrolio: "Si viveva bene" ricorda ancora Vaccarini "ma le tensioni crescevano. Poi nel 1967 è cambiato tutto. Il 5 giugno, verso le 11 del mattino, gli arabi cominciarono a scendere in strada. I negozi abbassarono le serrande, compreso il nostro ufficio Alitalia. Ci chiudemmo in casa ma quando fu chiaro che gli ebrei dovevano lasciare il paese, insieme a Tarantino iniziammo a muoverci per far riaprire lo scalo. Era pericoloso per la nostra sicurezza, ma deve capire che per noi quelli non erano semplici passeggeri. Conoscevamo i nonni, i padri, i figli, dovevamo aiutarli".

Di quella storia di coraggio Tarantino non si vantò mai, neppure ne parlò con i familiari. Entrambi, sia lui che Vaccarini, continuarono una bella carriera nella compagnia di bandiera italiana, fino alla pensione. Nei loro occhi, come in quelli di Walter Arbib, rimasero le istantanee di quei giorni, in cui la solidarietà e l'odio avevano combattuto a Tripoli una battaglia strada per strada. E qualcuno aveva saputo senza esitazioni da che parte bisognava stare.

Il libro - Fermi, non sparate sono Walter! di Yossi Melman (Salomone Belforte, trad. R. Tercatin, pagg. 416, euro 30)