Impariamo dai nostri errori in Afghanistan
di Stefano Pontecorvo , di Stefano PontecorvoLa traumatica chiusura della crisi afghana, culminata con l'epilogo dell'agosto dell'anno scorso, non è un evento circoscritto al solo Afghanistan ma ha una portata che va ben al di là del fatto in sé. Le vicende del "nuovo" Afghanistan interessano soprattutto gli afghani e i paesi della regione, ma le ripercussioni sulla scena mondiale interessano tutti, che piaccia o no.
Il ritiro da quel paese segna un punto di svolta nella politica internazionale e non solo per il suo profondo impatto sulla credibilità occidentale e sulla nostra immagine di partners affidabili, messe in dubbio dall'andamento del ventennio di presenza occidentale e dagli eventi di agosto. Lasciando il paese in mano ai talebani abbiamo dato a coloro che nella regione e nel mondo non amano l'Occidente e i suoi valori una comoda esemplificazione della sua irresponsabilità e della mancanza di determinazione a perseguire gli obiettivi; ne usciamo pi&ugrav…
La traumatica chiusura della crisi afghana, culminata con l'epilogo dell'agosto dell'anno scorso, non è un evento circoscritto al solo Afghanistan ma ha una portata che va ben al di là del fatto in sé. Le vicende del "nuovo" Afghanistan interessano soprattutto gli afghani e i paesi della regione, ma le ripercussioni sulla scena mondiale interessano tutti, che piaccia o no.
Il ritiro da quel paese segna un punto di svolta nella politica internazionale e non solo per il suo profondo impatto sulla credibilità occidentale e sulla nostra immagine di partners affidabili, messe in dubbio dall'andamento del ventennio di presenza occidentale e dagli eventi di agosto. Lasciando il paese in mano ai talebani abbiamo dato a coloro che nella regione e nel mondo non amano l'Occidente e i suoi valori una comoda esemplificazione della sua irresponsabilità e della mancanza di determinazione a perseguire gli obiettivi; ne usciamo più deboli, specie in una regione che sta assumendo un rilievo economico e politico crescente con il passare degli anni. È forse anche questa percepita debolezza che ha convinto il Presidente russo che egli avrebbe potuto invadere l'Ucraina con relativa impunità.
Le vicende afghane, per le modalità con le quali esse si sono svolte, avranno riflessi duraturi anche sui rapporti all'interno del mondo islamico tra moderati e fondamentalisti, i quali hanno preso coraggio da quella che percepiscono come la vittoria dell'islam contro un sistema di valori che non ha retto al confronto militare, politico e sociale. E che quindi può e deve essere combattuto, piegato e sottomesso in nome di una fede autentica che esprime valori vincenti secondo il volere di Dio.
Sono sviluppi che andranno seguiti con molta attenzione, anche se buona parte del mondo sembra aver voltato pagina, lasciando l'Afghanistan e la sua crisi alle spalle per occuparsi di faccende di maggiore attualità rispetto a quel paese, il quale potrebbe ben trasformarsi da errore del passato in preoccupazione del presente vista la situazione di grande instabilità in cui esso versa e che i talebani non sono in grado di controllare né ora né nel prevedibile futuro.
Sul piano della politica internazionale da questa vicenda potrebbe venire anche qualcosa di positivo qualora la chiusura dell'operazione militare afghana, simbolo della campagna ventennale della "lotta al terrore" marcasse l'avvio di un modo rinnovato di concepire e assicurare la nostra sicurezza collettiva. Occorrerà partire da un esame serio degli eventi dell'ultimo ventennio, delle decisioni politiche che abbiamo preso, di quelle che non abbiamo invece adottato, della strategia militare seguita; processo da intraprendere con la necessaria umiltà intellettuale (alcuni, tra cui la Nato, lo stanno già facendo) e traendone le lezioni che ci consentiranno di evitare il ripetersi all'infinito di errori già commessi dal Vietnam in poi. Le modalità con le quali abbiamo finora affrontato le crisi internazionali nelle quali siamo intervenuti come Occidente, specie nella lotta al terrorismo e alla eversione internazionale, non hanno funzionato; non si batte il terrorismo solo con i militari e senza una strategia politica definita e determinata, né in splendida solitudine e senza la collaborazione di metà del mondo che conta.
Non si esporta la democrazia, il nostro modello di democrazia, quando i suoi istituti sono alieni al paese ricevente; si accompagna piuttosto il risanamento e il rafforzamento delle istituzioni proprie del paese che si vuole assistere, usando l'accortezza di non consentire alle élites abusi, corruzione e peggio ma assicurandosi che lo sviluppo economico vada a beneficio della popolazione. I personaggi che si sceglie di appoggiare per un'opera di ricostruzione e "normalizzazione" del paese vanno espressi dalla società di quel paese piuttosto che imposti dal di fuori in base a valutazioni che non reggono alla prova dei fatti. Le risorse intellettuali locali, cioè quelle che conoscono bene il proprio paese, vanno individuate, adoperate e soprattutto ascoltate, invece di affidare l'ideazione e la gestione di programmi e progetti a responsabili internazionali che spesso non hanno il polso della situazione interna e delle trappole che presenta. Considerazioni semplici, quasi elementari ma tutti errori che abbiamo, come "Occidente", ripetuto in vari scenari di crisi e che continuiamo a pagare. E tutti errori che abbiamo compiuto in Afghanistan, in cui le colpe sono diffuse e vanno distribuite a seconda dei ruoli e del peso dei singoli attori. All'Occidente ne spetta una fetta consistente.
L'uscita americana e della Nato dall'Afghanistan, per la maniera in cui essa è avvenuta e per la situazione che abbiamo lasciato può sembrare semplicemente una sconfitta episodica. In un contesto più ampio, invece, il ritiro afghano si aggiunge a una serie di insuccessi americani, dal Libano alle primavere arabe, all'Iraq, alla Somalia, alla Siria; tutte avventure finite male e in cui la situazione che abbiamo lasciato è peggiore - sul piano della stabilità e della sicurezza - rispetto a quella che abbiamo trovato intervenendo militarmente e/o politicamente.
L'ultimo ventennio è stato dominato, forse fino all'elezione del Presidente Trump, da una politica estera americana - che gli alleati europei hanno spesso sostenuto e solo a tratti subito - vista e condotta principalmente attraverso il prisma della "lotta al terrore" i cui risultati, pur non trascurabili, non sono stati né decisivi né duraturi e i cui danni in termini di rapporti con il mondo emergente sono netti e difficilmente recuperabili. Ci ritroviamo oggi, in pratica, con gli stessi problemi securitari (leggasi principalmente lotta al terrorismo) che avevamo vent'anni fa.
L'Afghanistan è stato l'ultimo capitolo di questa politica, senz'altro quella che aveva inizialmente la giustificazione più solida, cioè prevenire una minaccia diretta che arrivava da quel territorio. La sua chiusura, specie le motivazioni politiche che sono state date dalla nuova amministrazione americana per mantenere ferma la decisione del ritiro, marca la fine dell'egemonia della lotta al terrore nella politica estera statunitense.
Il libro - L’ultimo aereo da Kabul di Stefano Pontecorvo (Piemme, pagg. 320, euro 18,50)
Pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S. p. A. L'ambasciatore Stefano Pontecorvo è stato Nato Senior Civilian Representative per l'Afghanistan