Raymond il pugile
di Antonio Monda , di Antonio MondaLi vedo cadere davanti a me come corpi morti. Sbarrare gli occhi per lo sgomento di aver ricevuto un colpo così forte, per la vergogna di stramazzare al tappeto. Il loro sguardo è senza luce, perché perdere è come morire.
Vedo i flash che esplodono a migliaia nello stadio, e vedo me stesso con le braccia alzate in segno di trionfo, mentre intorno la folla inneggia al mio nome.
Mi chiamo Raymond Moose ed ho perso sedici incontri di fila, dodici per KO, ma è quello il mio destino, ne sono certo, la vittoria è dei tenaci.
Chi dice che sono un pugile materasso non sa cosa di cosa parli: il ring è la vita, e solo mettendola in gioco si può capire cosa significhi, e cosa significa la morte.
Nei pugni di ogni pugile ci sono i colpi di chi si è affrontato in uno stadio dell’antichità, di chi ha combattuto di fronte a re ed imperatori. Di chi ha sfidato un uomo più forte per amore di una donna. Di chi …
Li vedo cadere davanti a me come corpi morti. Sbarrare gli occhi per lo sgomento di aver ricevuto un colpo così forte, per la vergogna di stramazzare al tappeto. Il loro sguardo è senza luce, perché perdere è come morire.
Vedo i flash che esplodono a migliaia nello stadio, e vedo me stesso con le braccia alzate in segno di trionfo, mentre intorno la folla inneggia al mio nome.
Mi chiamo Raymond Moose ed ho perso sedici incontri di fila, dodici per KO, ma è quello il mio destino, ne sono certo, la vittoria è dei tenaci.
Chi dice che sono un pugile materasso non sa cosa di cosa parli: il ring è la vita, e solo mettendola in gioco si può capire cosa significhi, e cosa significa la morte.
Nei pugni di ogni pugile ci sono i colpi di chi si è affrontato in uno stadio dell’antichità, di chi ha combattuto di fronte a re ed imperatori. Di chi ha sfidato un uomo più forte per amore di una donna. Di chi ha demolito l’avversario a mani nude, ed ha sentito le proprie nocchie coprirsi di sangue, tanto ha colpito forte.
Nei pugni di ogni pugile ci sono i colpi di Luis Firpo che fecero volare Jack Dempsey fuori dal ring, e poi quelli che diede Dempsey a Firpo quando rientrò tra le corde e umiliò fino al pianto quell’argentino arrogante che aveva osato quell’affronto. E i colpi di Sugar Ray Robinson sul volto di La Motta, che non arretrava mai, anche quando aveva gli occhi così gonfi che non riusciva più a vedere. Nessuno è stato grande come Sugar Ray.
I colpi di Cassius Clay e Cleveland Williams nell’incontro più perfetto che sia mai stato disputato. Una danza, non un incontro. E poi quelli che diede a George Foreman nello stadio di Kinshasa quando aveva cambiato in nome in Mohammad Ali, con sessantamila spettatori tutti dalla sua parte che urlavano Boma Ye, Boma Ye. Uccidilo.
Perché questo vuole il pubblico. Questo vogliamo tutti noi.
Nei miei pugni ci sono tutti questi pugni, e tutti quelli dei pugili che solo la mediocrità del mondo è riuscita a dimenticare: Oscar Bonavena, che rispose colpo su colpo ad Ali e Frazier e poi morì ucciso a fucilate per una storia di donne. Lo chiamavano Ringo, perché su ring non aveva paura di nulla.
E Sonny Liston, che venne trovato morto e nessuno ha mai saputo o voluto spiegare cosa fosse successo.
Don Cockell, Paulino Uzducum, Buster Mathis, Ferdinand Esau, Biff Bennett: amo i vostri nomi e combatto anche per voi. Voi sapete che non mollerò mai perché è la vita che abbiamo scelto. E sapete che combatto per Benny Kid Paret, che morì al Madison Square Garden sotto i pugni di Emile Griffith, che lo colpì ventinove volte sul viso in quattordici secondi, e non si sarebbe mai fermato se l’arbitro non avesse fermato il combattimento. Kid lo aveva chiamato maricon, checca, ed era una verità, ma sul ring anche gli insulti fanno parte del gioco. Griffith ha pianto per averlo ucciso, ma sa bene che quella è la morte che vorrebbe avere ogni pugile.