Il racconto. L’esame di maturità non finisce mai
di Paolo Di Paolo , di Paolo Di PaoloLa macchina dei ricordi futuri si rimette in moto. La maturità torna intera, e senza obbligo di mascherina. Ripopola i sogni — talvolta un po’ angosciati — degli studenti, e riattiva l’attesa dell’intramontabile rito di passaggio. Che la Grande Interruzione pandemica aveva ridimensionato, reso più rassicurante, e però anche più scialbo. È lontana, per fortuna, la primavera del 2020 — quella in cui due studentesse di Padova temevano di vedersi rubare il ricordo dell’esame in presenza. E scrivevano perciò una lettera accorata all’allora ministra Azzolina per difendere la tradizione, per mettere al sicuro la loro «ultima volta»: «l’ultima volta che si varca quella vecchia porta della scuola, l’ultimo addio a quella classe che per cinque lunghi anni ci ha accolti, l’ultimo grazie ai prof (l’ultima maledizione!) che ci hanno aiutato a crescere sia a livello cu…
La macchina dei ricordi futuri si rimette in moto. La maturità torna intera, e senza obbligo di mascherina. Ripopola i sogni — talvolta un po’ angosciati — degli studenti, e riattiva l’attesa dell’intramontabile rito di passaggio. Che la Grande Interruzione pandemica aveva ridimensionato, reso più rassicurante, e però anche più scialbo. È lontana, per fortuna, la primavera del 2020 — quella in cui due studentesse di Padova temevano di vedersi rubare il ricordo dell’esame in presenza. E scrivevano perciò una lettera accorata all’allora ministra Azzolina per difendere la tradizione, per mettere al sicuro la loro «ultima volta»: «l’ultima volta che si varca quella vecchia porta della scuola, l’ultimo addio a quella classe che per cinque lunghi anni ci ha accolti, l’ultimo grazie ai prof (l’ultima maledizione!) che ci hanno aiutato a crescere sia a livello culturale che umano».
Le studentesse e gli studenti che ho incontrato nei mesi scorsi in giro per l’Italia — un viaggio nelle scuole fatto per Repubblica — mi sono parsi, al contrario, allarmati. «Tu pensi che la prova scritta sia necessaria?», mi ha chiesto una ragazza a Napoli, convinta che una maturità “integrale” sia ingiusta per chi ha vissuto due anni di didattica terremotata. Né la convinceva l’ipotesi che l’esame alleggerito rischiasse di essere un esame svalutato: «Ho la consapevolezza di avere affrontato un’esperienza non comune, e di averla affrontata a questa età».
E d’altra parte i maturandi sono scesi in piazza per protestare, per pregare i decisori di usare clemenza. Almeno toglieteci la seconda prova! Ci sarà anche quella. E nessuno ha toccato il benedetto maledetto tema, incredibilmente (o forse no) temuto da molti: per il fatto che scrivere richiede di «fare ordine nella testa», e sembra semplice e non lo è, e quello che finisce nero su bianco non puoi più cambiarlo. A voce, almeno, puoi correggerti, precisare. Perciò il derby Scritto-Parlato, lo vince il secondo — tanto che parecchi miei interlocutori freschi maggiorenni propendevano per una maturità tutta orale, tutta racconto, tutta flusso radiofonico, una maturità in podcast con la libertà di collegare, divagare, anche confessare. Mostrare, però senza inchiostro, «la correlazione tra ciò che sono e ciò che so». Impresa mica da poco. L’esame di maturità non è forse esattamente questo, al di là delle singole prove?
Testa bassa, pensieri alti, vocabolario sottobraccio: la maturità “normale” è un altro tassello di questa sconfinata e incerta operazione di ripristino delle abitudini. I concerti-carnaio, i voli a bocca scoperta, e eccolo, l’esame come si deve. O quantomeno come l’ha voluto Gentile quasi un secolo fa — la licenza liceale, banco di prova di quelle che il filosofo della Riforma non avrebbe chiamato «competenze». Ma poi continuiamo a chiamarla maturità anche se non è il nome aggiornato, perché l’idea che si possa sancirla, misurarla — la maturità raggiunta — ha qualcosa di geometrico e di luminoso, perfino di tenero. E se non è una patente per guidare la propria vita adulta, è di sicuro il lasciapassare per l’estate grossomodo più spensierata dopo quelle infantili. Il viaggione, gli amori, i sogni in grande. In assoluto, la più lunga. Anche una delle ultime senza scadenze, senza l’inquinamento delle cosiddette “ferie”.
Sembra un’estate programmata per rimpiangerla: e allora tanto vale sfidare la paura, guardare di là dall’ostacolo con fiducia. Difficile che capitino tracce come quella proposta, per dire, al povero maturando Umberto Eco: delineare gli «orientamenti del pensiero politico italiano nella prima metà del secolo XIX». Aiuto! Pare che Eco abbia svolto in otto pagine l’arduo compitino, raccattando un giudizio deludente: «Discreto». Che “esce” quest’anno? Il toto-nomi, di solito, è inaffidabile, di solito gira a vuoto. Gli eterni Ungaretti e Montale? Pasolini centenario? Quando gli chiesero di commentare una traccia proposta ai maturandi, reagì furibondo: «I padri di cui si parla nella frase di Croce sono padri che andavano bene per i figli della fine dell’Ottocento o di tutto il Novecento fino a una decina di anni fa: ora non più (anche se i figli, come vedremo, non lo sanno o lo sanno male)». Era il 1969, aria di burrasca generazionale.
Qualche anno fa, a un gruppo di studenti di Catanzaro, ho chiesto quale fosse il loro tema ideale. Mi hanno risposto che basterebbe una domanda: ma tu che cosa pensi? Ho fatto notare che è anche quella con cui Zuckerberg su Facebook ci pungola a ogni istante. Sì, mi hanno sorriso, ma rispondere sul serio è un’altra cosa.