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Melville. Maledetta fu la balena

Esce un inedito di Vitaliano Trevisan dedicato allo scrittore di “Moby Dick” e alla sua ultima, drammatica fase creativa
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Vicenza, 30 giugno 2004. Prima di tutto le cose fisiche: l’inchiostro, la carta, la scrittura. Non ci si pensa, ma è così che vanno le cose quando si scrive, o meglio: è così che andavano in quegli anni, tra il 1886 e il 1891, quando Melville riprese, o forse iniziò, il lavoro di scrittura che divenne Billy Budd, non avendo in mente nulla né riguardo la storia (il cosiddetto plot), né riguardo i personaggi; e lo stesso egli si mise a scrivere «Una storia», così Melville in una nota a matita alla fine del manoscritto, «non estranea a ciò che accade in questo nostro mondo incongruo, fatto di innocenza e debolezza, depravazione spirituale e nobile riscatto».

È il ritorno alla forma narrativa dopo trent’anni dedicati quasi interamente alla poesia, ovvero trent’anni di sostanziale silenzio editoriale da parte di uno scrittore che aveva conosciuto il successo con i suoi primi lib…

Vicenza, 30 giugno 2004. Prima di tutto le cose fisiche: l’inchiostro, la carta, la scrittura. Non ci si pensa, ma è così che vanno le cose quando si scrive, o meglio: è così che andavano in quegli anni, tra il 1886 e il 1891, quando Melville riprese, o forse iniziò, il lavoro di scrittura che divenne Billy Budd, non avendo in mente nulla né riguardo la storia (il cosiddetto plot), né riguardo i personaggi; e lo stesso egli si mise a scrivere «Una storia», così Melville in una nota a matita alla fine del manoscritto, «non estranea a ciò che accade in questo nostro mondo incongruo, fatto di innocenza e debolezza, depravazione spirituale e nobile riscatto».

È il ritorno alla forma narrativa dopo trent’anni dedicati quasi interamente alla poesia, ovvero trent’anni di sostanziale silenzio editoriale da parte di uno scrittore che aveva conosciuto il successo con i suoi primi libri, Typee (1846) e Omoo (1847), resoconti romanzati delle sue avventure polinesiane, che gli avevano dato fama e notorietà come «l’uomo che era vissuto tra i cannibali». Ma non era questo che egli voleva essere, no, lui voleva solo scrivere e, malgrado avesse abbandonato ogni altra attività in favore della scrittura, pubblica un romanzo, Mardì (1849), fatto apposta per reagire a quella nomea e affermare il suo impegno di scrittore. Pubblico e critica accolgono il libro con freddezza. Melville, alle prese con problemi economici (nel frattempo si è sposato, e ha dunque la responsabilità di una famiglia), risponde scrivendo in velocità Redburn (1849) e White-Jacket (1850) nel modo che ci si aspetta da lui. La critica acclama in particolare White-Jacket; ma entrambi i romanzi, malgrado si riavvicinino al Melville di Typee, se ne discostano per una strana risonanza interna, una sorta di sottofondo cupo, malinconico.

Melville ha promesso al suo editore un nuovo libro, titolo provvisorio La Balena, per l’autunno del 1850, ma si vede costretto a posticipare la consegna. L’amicizia con Nathaniel Hawthorne – Melville acquista una fattoria a Pittsfield, Massachussets, confinante con quella degli Hawthorne – ravviva in Melville l’energia creativa. Moby Dick, il capolavoro di Melville e della stessa letteratura americana, uscirà a Londra nell’ottobre del 1851 e, un mese dopo, in America, ma non porterà al suo autore né gloria né successo. Sempre più un recluso, al punto da far dubitare i suoi amici della sua sanità mentale – «egli sembra essersi votato all’annientamento», scrive di lui Hawthorne –, Melville si dedica immediatamente a un nuovo libro: Pierre, o delle ambiguità (1852). Fu un nuovo disastro, di critica e di pubblico. Come se non fosse abbastanza, nel 1853 un incendio devasta il magazzino del suo editore distruggendo la maggior parte dei suoi libri; e, mentre la fattoria non rende, tanto che bisogna venderne una parte cospicua per tirare avanti, la famiglia aumenta di due unità. Ma, evidentemente lontano dall’annientamento, Melville non solo continua a scrivere, ma insiste a scrivere cose che il pubblico non vuole; certo non le vogliono i suoi editori: «Le consiglio di rifiutare qualsiasi romanzo di Melville, a meno che non sia eccezionalmente buono», scrive G.W. Curtis, editor associato del “Putnam’s Monthly Magazine” al nuovo editore di Melville, Dix and Edwards, che nel 1857 pubblicò il suo ultimo romanzo, ovvero L’uomo di fiducia, satira disperata su un’America corrotta dal demone del commercio (forse oggi si dovrebbe dire consumismo). Ma è inutile: «Egli ha perso tutto il suo prestigio», aveva scritto Curtis, «Non credo che le novelle che ha pubblicato per Putnam’s glielo faranno riavere».

Parole profetiche: l’uscita de L’uomo di fiducia fu seguita, nel corso dello stesso anno, dal fallimento della casa editrice.
«Quello che più mi sento spinto a scrivere, è bandito, non venderà», scrive Melville a Hawthorne. Dunque niente più narrativa; e niente più fattoria, solo un posto come ispettore distrettuale alla dogana, e un andirivieni di vent’anni per i marciapiedi di New York, da casa al lavoro, dal lavoro a casa, un’altra vittima dei mari del sud, una specie di Gauguin rovesciato che, anziché abbandonare tutto per inseguire un sogno, abbandona il sogno per non avere niente. Ma Melville non abbandonò mai veramente il suo sogno e «Dopo quasi vent’anni come ufficiale di dogana», scrisse in quel 1886, «posso finalmente ritirarmi, solo per scoprire che, secondo natura, il mio vigore è sensibilmente declinato. Quel poco che ne è rimasto lo dedicherò ad alcuni lavori a tutt’oggi incompleti, e che con ogni probabilità non saranno mai completati». Melville si mette dunque al lavoro, come abbiamo detto, senza avere in mente né il plot né i personaggi, guidato solo da quel motto «Sii fedele agli ideali della tua giovinezza», che fu trovato, scritto di suo pugno su un foglio di carta piegato in quattro, incollato sotto il piano della scrivania su cui scrisse Billy Budd.
Abbandonato dai vecchi amici e incapace di farsene di nuovi, «Il mio passato», scrive, «Non è il passato di questi pionieri», tagliato fuori da ogni relazione sociale, il vecchio marinaio, che ha passato gli ultimi vent’anni a navigare solitario per le strade di New York, è ora all’ancora della sua scrivania.

"Billy Budd, Billy Budd. An inside reading di Vitaliano Trevisan" (Oligo, pagg. 48, euro 12) contiene l’inedito dell’autore scomparso il 7 gennaio scorso